Tallinn avvicina i soldati alla frontiera russa e teme che una tregua in Ucraina liberi forze contro i Baltici. Una preoccupazione comprensibile, che pone però una questione morale: nessun popolo può fondare la propria sicurezza sul prolungamento della sofferenza altrui.
C’è un pensiero inquietante che attraversa il confine orientale dell’Europa: finché la Russia combatte in Ucraina, avrebbe meno forze da rivolgere altrove. Quando le armi taceranno, quelle forze potrebbero diventare disponibili per nuove aggressioni. È un calcolo strategico comprensibile. Ma basta percorrerlo fino in fondo per incontrare una domanda insopportabile: dobbiamo allora sperare che gli ucraini continuino a combattere e morire affinché altri europei possano sentirsi più sicuri?
La notizia dalla quale partire è concreta. Secondo il Financial Times, l’Estonia sta trasferendo stabilmente reparti più vicino al confine russo e rafforzando le proprie capacità di colpire a distanza, nell’ambito di una strategia di “difesa attiva”. Fra gli scenari temuti figura un’incursione limitata, capace di mettere alla prova la coesione della Nato. Un cessate il fuoco in Ucraina, secondo le valutazioni riferite dal quotidiano, potrebbe consentire a Mosca di ridislocare forze, aumentando il rischio per i Baltici.
Occorre subito distinguere. Temere le conseguenze di una tregua priva di garanzie non equivale a desiderare la guerra. Non abbiamo elementi per attribuire ai governi baltici un progetto deliberato di prolungare il conflitto o trascinare gli alleati in uno scontro. Il Parlamento estone, nella dichiarazione del 30 settembre, ha anzi indicato come obiettivo una pace giusta e duratura, fondata sulla sovranità ucraina e su garanzie capaci di impedire nuove aggressioni. La critica politica deve misurarsi con queste parole, senza inventare intenzioni. Deve però interrogare anche le contraddizioni che una determinata concezione della sicurezza può produrre.
Le paure di Estonia, Lettonia e Lituania hanno radici profonde. L’occupazione sovietica, le deportazioni, la perdita dell’indipendenza appartengono alla memoria delle famiglie. L’aggressione russa all’Ucraina ha reso nuovamente credibile ciò che, osservato da più lontano, qualcuno giudicava un incubo archiviato. Sarebbe arrogante chiedere a questi popoli di dimenticare la propria storia. Nessuno ha il diritto di considerarli sacrificabili per ottenere un accomodamento con Mosca.
Ma la memoria, proprio quando è dolorosa, ha bisogno di essere accompagnata dal giudizio. Può aiutare a riconoscere un pericolo; può anche indurre a vedere in ogni apertura diplomatica il preludio di un tradimento. Quando accade, la politica perde la capacità di distinguere fra prudenza e irrigidimento, fra deterrenza e progressiva accettazione della guerra come orizzonte permanente.
Una dichiarazione dello stesso ministro degli Esteri estone, Margus Tsahkna, rende evidente il nodo. A settembre ha collegato la relativa calma ai confini del suo Paese all’impegno delle forze russe in Ucraina, precisando però che parlare di una Russia già pronta allo scontro militare con la Nato non corrispondeva alla valutazione estone del momento. È una distinzione importante: prepararsi a un rischio futuro non significa poterlo presentare come un’aggressione imminente. L’allarme pubblico dovrebbe conservare questa precisione.
Il problema morale nasce quando la guerra combattuta da un altro popolo comincia a essere percepita come una protezione. L’Ucraina rischia allora di diventare, nello sguardo degli alleati, una barriera umana: preziosa finché resiste, problematica quando potrebbe smettere di assorbire la forza dell’aggressore. Se questa logica diventasse un criterio politico, sarebbe egoismo strategico, anche qualora si esprimesse nel linguaggio della solidarietà. Aiutare gli ucraini significa sostenerne la libertà e la possibilità di un futuro; esige anche lavorare perché possano vivere senza combattere indefinitamente.
La stessa esigenza riguarda il rapporto con gli altri europei. Chiedere protezione agli alleati è legittimo. Assumere che la propria percezione della minaccia debba determinare da sola le scelte dell’intero continente sarebbe invece una pretesa pericolosa. La solidarietà comporta responsabilità reciproche: chi vive più vicino al pericolo merita ascolto e sostegno; chi è chiamato a condividere i rischi deve poter discutere obiettivi, limiti e strumenti della risposta.
Un’alleanza difensiva deve impedire l’aggressione e governare l’escalation. La sua credibilità dipende anche dalla capacità di evitare che un incidente, una provocazione o un errore di valutazione riducano lo spazio della decisione politica. Perciò il rafforzamento militare richiede consultazione, chiarezza delle finalità e un’iniziativa diplomatica altrettanto seria. Spostare reparti sul proprio territorio non dimostra, di per sé, un’intenzione aggressiva; rende però ancora più necessaria una politica capace di prevenire equivoci e reazioni a catena.
Esiste, naturalmente, anche l’egoismo opposto: quello di chi, dalle capitali più lontane, vorrebbe tranquillità a buon mercato, lasciando ai Baltici il rischio e agli ucraini le rinunce. Sarebbe ingiusto quanto pretendere che l’Ucraina continui a dissanguarsi per la sicurezza degli altri. Il bene comune europeo domanda di superare entrambe queste tentazioni.
Da una prospettiva cristiana, nessuna popolazione può essere ridotta a strumento della sopravvivenza altrui. La famiglia di Narva e quella di Kharkiv hanno lo stesso diritto a non essere sacrificate. Questo principio obbliga a unire protezione e ricerca della pace: garanzie credibili, accordi verificabili, canali di comunicazione, misure per prevenire gli incidenti e negoziati nei quali l’Ucraina sia protagonista delle decisioni sul proprio futuro.
Tallinn ha il diritto di preparare la propria difesa. L’Europa ha il dovere di prenderne sul serio le paure. Ma proprio quelle paure devono diventare una ragione per costruire una pace più solida, anziché un argomento per rinviarla senza fine. Se la sicurezza di qualcuno richiede che altrove continuino a scavarsi tombe, è la concezione della sicurezza che deve cambiare.
