La Santa Sede compie passi importanti nell’affidare alle donne responsabilità decisionali. Una trasformazione che trova il suo valore nella qualità del governo e nel superamento delle discriminazioni: il genere non deve costituire né un impedimento né un titolo preferenziale.
Ci sono cambiamenti che si misurano dal rumore che producono e altri dalle porte che, finalmente, si aprono. In Vaticano alcune di quelle porte introducono negli uffici dove si prendono decisioni, si amministrano risorse, si orienta la comunicazione della Chiesa universale. Sempre più spesso, a varcarle con responsabilità di governo sono donne. Chi continua a descrivere la Santa Sede come un ambiente immobile dovrebbe almeno aggiornare il proprio taccuino. Purché anche quello nuovo sappia registrare la sostanza: la qualità di una nomina si misura dalla capacità della persona scelta di esercitare bene il compito ricevuto.
Il discorso rivolto da Leone XIV, il 5 ottobre, all’Associazione Dipendenti Laici Vaticani e all’Associazione Donne in Vaticano offre una chiave per comprendere questo passaggio. Il Papa riconosce nelle donne competenza, discernimento, creatività, concretezza: qualità che riguardano direttamente la capacità di guidare un’istituzione. Il riconoscimento del contributo femminile acquista così un significato preciso: la Chiesa ha bisogno anche dell’intelligenza e dell’esperienza delle donne nei luoghi in cui forma il proprio giudizio e assume le proprie decisioni.
Per troppo tempo, nel linguaggio ecclesiastico, l’elogio della donna ha rischiato di diventare una compensazione della sua marginalità. La si celebrava come indispensabile, lasciando ad altri la facoltà di stabilire in che cosa dovesse esserlo. L’abnegazione veniva riconosciuta più facilmente dell’autorevolezza; la disponibilità a eseguire più della capacità di dirigere. Le nomine degli ultimi pontificati stanno modificando concretamente questo equilibrio. Proprio per questo meritano una lettura seria, capace di sottrarle tanto alla diffidenza pregiudiziale quanto all’entusiasmo di maniera.
Francesco ha segnato passaggi storici: suor Simona Brambilla, nominata il 6 gennaio 2025 alla guida del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica; suor Raffaella Petrini, chiamata alla presidenza del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, con decorrenza dal successivo 1° marzo. Leone XIV ha proseguito su questa strada e il 30 giugno 2026 ha nominato suor Alessandra Smerilli prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, incarico assunto il 1° settembre. La successione delle scelte suggerisce un’accelerazione nell’affidamento alle donne di responsabilità centrali.
Particolarmente significativa è la scelta di Maria Montserrat Alvarado, nominata il 2 giugno prefetto del Dicastero per la Comunicazione: assumerà l’incarico il 1° novembre 2026, succedendo a Paolo Ruffini. La nomina è dunque già un fatto, mentre il passaggio delle funzioni deve ancora compiersi. Sarà la prima donna non religiosa a dirigere un dicastero della Santa Sede, con la responsabilità di un sistema che comprende, tra gli altri, Vatican News, Radio Vaticana, L’Osservatore Romano e Vatican Media.
Per chi si occupa di comunicazione, la portata della scelta è evidente. Governare i media vaticani richiede discernimento editoriale, gestione delle persone, comprensione delle culture, preparazione professionale e capacità di affrontare trasformazioni tecnologiche profonde. Sarà su questo terreno che andrà valutato il servizio della nuova responsabile. Il primato storico merita di essere registrato; la bontà del governo dovrà manifestarsi nelle decisioni, nella qualità del lavoro e nella fiducia costruita con i collaboratori.
È qui che occorre fissare un criterio, con franchezza: ciò che conta è la reale capacità di governo, indipendentemente dal sesso. La Chiesa non avrebbe alcun vantaggio nell’inseguire la moda delle “quote rosa”, se queste si riducessero a un adempimento d’immagine, a un conteggio da esibire o a una scorciatoia per accreditarsi come moderna. Le istituzioni ecclesiali hanno bisogno di persone all’altezza delle responsabilità ricevute. E le donne competenti meritano di essere riconosciute per ciò che sanno fare, senza il sospetto mortificante di essere state scelte per completare una rappresentanza.
Il discrimine non deve essere il genere, né in un senso né nell’altro. Escludere una donna capace perché donna è un’ingiustizia; preferirla a una persona più idonea soltanto perché donna sostituirebbe un automatismo con un altro. Lo stesso vale, naturalmente, per gli uomini: nessuna presunzione di attitudine al comando può derivare dall’appartenenza maschile. Preparazione, integrità, prudenza, capacità di decidere e di rispondere delle proprie decisioni devono orientare la scelta.
Questo principio, tuttavia, esige condizioni concrete per essere credibile. Invocare il merito serve a poco se l’accesso alla formazione, alle esperienze di responsabilità e ai percorsi di crescita rimane condizionato da abitudini che favoriscono sempre gli stessi. Valutare equamente significa anche rendere visibili competenze a lungo trascurate e permettere che possano maturare. La rimozione degli ostacoli ingiusti rende più seria la selezione e amplia le possibilità di individuare la persona adatta.
In questa prospettiva Leone XIV sembra procedere persino più speditamente di Francesco. È una lettura della sequenza delle scelte, non una gara fra pontificati. Francesco ha aperto passaggi decisivi; Leone ne consolida gli effetti e ne estende le applicazioni. Il segnale più promettente sarà raggiunto quando una donna chiamata a governare susciterà interesse anzitutto per il suo profilo, per la sua preparazione e per il servizio che potrà rendere.
La questione possiede una profondità ecclesiale che supera le classifiche di rappresentanza. La dignità battesimale domanda di riconoscere e mettere a frutto i doni di ciascuno. Il governo richiede inoltre attitudini specifiche: saper ascoltare senza sottrarsi alla decisione, esercitare l’autorità senza umiliare, correggere senza mortificare, assumersi la responsabilità degli errori. Sono qualità che nessun sesso possiede in esclusiva e che nessuna nomina garantisce automaticamente.
Il discorso del 5 ottobre consegna un criterio esigente per verificare tutto questo: costruire una comunità nella quale le persone «non vengano usate e scavalcate». È una frase da tenere accanto a ogni organigramma. La qualità del governo si riconosce anche dalla vita quotidiana degli uffici, dalla possibilità di esprimere un problema senza paura, dalla correttezza con cui si distribuiscono incarichi e opportunità, dal rispetto riservato a chi non dispone di protezioni.
La Santa Sede sta compiendo passi da gigante rispetto a un passato ancora vicino. Le donne che assumono responsabilità decisionali rendono visibile una trasformazione importante, ma il suo compimento richiede uno sguardo libero anche dai nuovi conformismi. La domanda decisiva, davanti a ogni nomina, rimane la stessa: questa persona saprà servire bene, governare con giustizia e far crescere il lavoro degli altri? La risposta dovrà venire dai fatti. È il rispetto più serio che si possa riservare tanto alle donne quanto agli uomini.
