Trentasei centimetri di patria
Scolpita da mani guaraní su un modello di Murillo, chiamata prima «di Luján», poi «dei Trentatré», infine patrona e monumento nazionale: la storia della piccola Immacolata davanti alla quale domani si fermerà il Papa è una storia di nomi.
Domani mattina, alle dieci e mezza, Leone XIV celebrerà la Messa in Plaza Asamblea, a Florida, davanti alla basilica cattedrale che custodisce la patrona dell’Uruguay. La piazza porta il nome dell’assemblea che il 25 agosto 1825 dichiarò l’indipendenza della Provincia Orientale; la cattedrale ha porte di bronzo modellate dallo scultore Belloni. Dopo l’Angelus, dice il programma, il Papa compirà un gesto verso la Vergine dei Trentatré. Quel gesto sarà rivolto a una statuetta di cedro alta trentasei centimetri. In un viaggio fatto di grandi folle e di grandi distanze, la protagonista della domenica è un oggetto che sta tra due mani.
La sua storia merita di essere raccontata dall’inizio, perché è una storia di nomi. E in un paese che ha ribattezzato le proprie feste, i nomi non sono mai un dettaglio.
Da Siviglia alle missioni
Nessuno sa chi l’abbia scolpita. La tradizione la attribuisce ad artigiani guaraní delle missioni gesuitiche, nel Settecento, e la diocesi di Florida indica il suo modello in un’Immacolata di Murillo. Per un francescano è una genealogia che fa battere il cuore. Nel Seicento Siviglia era la capitale della devozione all’Immacolata, la città in cui i figli di san Francesco difendevano a voce alta il privilegio di Maria quando ancora non era dogma; e Murillo vi dipinse le sue Immacolate anche per i conventi francescani. La tesi che Duns Scoto aveva argomentato a Oxford e a Parigi era diventata pittura in Andalusia; da lì attraversò l’oceano, forse in una stampa, e finì tra le mani di un intagliatore guaraní, che la tradusse nel legno di un cedro americano. Teologia, pittura, scultura: tre lingue per dire la stessa cosa, e l’ultima parlata da un indio.
Una tradizione locale racconta che la statuetta rimase a lungo all’aperto, in un’estancia chiamata La Calera, e che i viandanti se ne servivano come di un punto di riferimento per raggiungere il villaggio del Pintado. Una Madonna segnavia, prima ancora che una Madonna da altare. Fu un indio di Santo Domingo de Soriano, Antonio Díaz, a darle un tetto: donò il terreno e volle per lei la prima cappella del Pintado. E le diede il suo primo nome.
Il primo nome: Luján
Quel nome era Nuestra Señora de Luján del Pintado. La futura patrona dell’Uruguay portò dunque, per i primi decenni, il nome della Vergine che sarebbe diventata patrona dell’Argentina, sull’altra sponda del fiume. Non è una curiosità d’archivio. Nel 1930 Pio XI dichiarò la Vergine di Luján patrona di Argentina, Uruguay e Paraguay; e fra pochi giorni Leone XIV, lasciata Florida, celebrerà proprio a Luján. Le due Madonne si guardano da una riva all’altra del Río de la Plata, e quella uruguaiana ha portato a lungo il nome della sorella.
Nell’aprile del 1809 gli abitanti del Pintado, stremati dalle condizioni del luogo, si trasferirono nella nuova villa di San Fernando de la Florida, guidati dal sacerdote Santiago Figueredo. Portarono con sé la statuetta, e nella nuova chiesa la venerarono ancora come Vergine di Luján. Un villaggio che trasloca con la sua Madonna, come Israele con l’Arca. Due anni dopo, un popolo intero avrebbe seguito Artigas oltre il fiume Uruguay: la Redota. Questo paese è cominciato due volte con un esodo, e la prima volta portava in braccio Maria.
Il secondo nome: un verbale che non c’è
Nel 1825 Florida divenne il cuore politico della Cruzada Libertadora. Il 19 aprile i Trentatré Orientali di Lavalleja erano sbarcati all’Agraciada; il 14 giugno a Florida si costituì un governo provvisorio; il 25 agosto la Sala de Representantes dichiarò la Provincia Orientale libera da ogni potere straniero. A presiedere quell’assemblea era un prete, Juan Francisco Larrobla: lo Stato che sarebbe diventato il più laico d’America nacque sotto la presidenza di un sacerdote.
La tradizione racconta che, dopo il voto, i patrioti e i deputati andarono nel rancho accanto all’aula, dove si custodiva la statuetta, e deposero ai suoi piedi le speranze della patria nascente. Da allora la gente cominciò a chiamarla la Virgencita de los Treinta y Tres.
Qui la storia si fa interessante per chi insegna comunicazione. Di quel gesto non esiste alcun documento contemporaneo, e la Chiesa uruguaiana lo ammette con onestà. L’arcivescovo Carlos Parteli rispondeva che le preghiere non si mettono a verbale e che a Florida, allora, non c’era una tipografia. L’atto di nascita della nazione ha un verbale; l’atto di nascita della sua devozione ha soltanto una memoria. Quasi settant’anni dopo, nel 1894, il primo arcivescovo di Montevideo, Mariano Soler, fece incidere su una lapide di marmo ciò che il popolo aveva custodito a voce: «Ante ella los Treinta y Tres inclinaron su bandera». Il marmo arrivò per ultimo. Prima c’era stata la bocca dei nonni.
La corona del naufragio
Nel 1857 la statuetta ricevette la corona d’oro che porta ancora. La donò il generale Manuel Oribe, uno dei Trentatré, secondo di Lavalleja, poi presidente della Repubblica e capo dei Blancos nella lunga guerra civile. Secondo una testimonianza raccolta solo nel 1917 dal parroco di Florida, Crisanto López, Oribe attribuiva alla Vergine la salvezza sua e della sua famiglia da un naufragio. La Chiesa, prudente, la classifica come una grazia attribuita dai fedeli, non come un miracolo riconosciuto. Oribe morì quello stesso anno.
La corona veniva da un uomo di parte. La Vergine rimase di tutti. Sette anni dopo, a Paysandú, Blancos e Colorados si sarebbero affrontati nell’assedio che ieri il Papa ha ricordato, e un vicario apostolico avrebbe soccorso i feriti dei due fronti su un’isola chiamata della Carità. La patrona dei Trentatré non è mai stata la Madonna di una fazione: porta sul capo l’oro di un partito e sotto i piedi la terra di tutti.
Il nome che lo Stato non poteva darle
I pellegrinaggi a Florida accompagnano la storia del paese: le cronache li ricordano nei tempi delle epidemie, e il primo pellegrinaggio nazionale documentato è del 15 agosto 1908. Era la stagione in cui lo Stato toglieva i crocifissi dagli ospedali e preparava la separazione dalla Chiesa. Mentre la legge laicizzava il calendario, il popolo se ne costruiva un altro: oggi il pellegrinaggio nazionale cade la seconda domenica di novembre, e domani è proprio quella domenica.
Poi vennero i nomi ufficiali. L’8 marzo 1961 Giovanni XXIII concesse l’incoronazione canonica, chiesta dal vescovo di Florida Humberto Tonna, e la statuetta fu incoronata quell’anno alla Piedra Alta, il luogo che a Florida custodisce la memoria della Declaratoria. Il 21 novembre 1962 lo stesso Papa la proclamò patrona della Repubblica Orientale dell’Uruguay. Infine, il 25 agosto 1975, per il centocinquantesimo dell’indipendenza, il potere esecutivo dichiarò la cattedrale e l’immagine monumento storico nazionale. Lo Stato laico, che non poteva chiamarla patrona, l’ha chiamata monumento. I due titoli dicono la stessa cosa in due lingue diverse: questa piccola Immacolata fa parte della storia di tutti.
Giovanni Paolo II ne fece un’icona del suo pontificato in Uruguay. Nell’aprile del 1987 la statuetta presiedette la Messa di Tres Cruces, sotto la grande croce che oggi veglia sul terminal degli autobus. L’8 maggio 1988, a Florida, il Papa ordinò tredici sacerdoti davanti a lei e le consacrò il paese, salutandola con le parole di Elisabetta: «Beata te che hai creduto, Madre del Redentore!». Ieri sera, nella cattedrale di Montevideo, Leone ha raccontato di un seminario rimasto vuoto nel 2024 e riempito dalla preghiera. Trentotto anni fa, davanti a questa statuetta, tredici giovani si stendevano a terra per l’ordinazione.
Oggi l’originale non lascia più il santuario; una copia percorre il paese al suo posto. La Madonna che un tempo indicava la strada ai viandanti, adesso li aspetta.
Domani
Massimiliano Kolbe, prima di costruire Niepokalanów, piantò sul terreno che desiderava una statua dell’Immacolata: prima Maria, poi il convento. Nella Banda Oriental l’ordine fu lo stesso, ma su scala di nazione. Prima una statuetta all’aperto in un’estancia, poi una cappella, poi un villaggio che trasloca, poi un’assemblea, infine una Repubblica. La patrona è più antica della patria.
Basta ripercorrerne i nomi per vederlo. Un’Immacolata senza nome uscita da una bottega guaraní; Nuestra Señora de Luján del Pintado; la Virgencita de los Treinta y Tres; patrona della Repubblica; monumento storico nazionale. Ognuno le ha dato il nome che poteva: un indio, un villaggio, i patrioti, un Papa, uno Stato laico. Lei ha cambiato nome più volte senza cambiare volto, e a ciascuno ha dato la stessa risposta, quella di Cana: fate quello che vi dirà.
Nel 2025, per il bicentenario, Leone XIV aveva chiesto agli uruguaiani di rinnovare l’impegno a evangelizzare. Domani verrà di persona, e dopo l’Angelus si volgerà verso trentasei centimetri di cedro. Nel paese che ha dato nomi laici ai giorni sacri, un popolo ha dato alla Madre di Dio il nome della propria libertà. È uno scambio che nessuna legge del 1919 poteva prevedere, e che nessuna potrà annullare.
