Dalla scelta di un politico alla guida dell’Anticorruzione ai casi giudiziari che attraversano destra e sinistra. Ma a interrogare il governo Meloni sono anche il familismo politico, il caro vita, le promesse incompiute e le contraddizioni della politica estera, dall’Ucraina a Gaza. Una riflessione cattolica sulla distanza crescente tra la rappresentazione del potere e il servizio al bene comune.

C’è una forma di decadenza della politica che precede perfino la corruzione: è l’incapacità di guardarsi allo specchio. Si manifesta quando il consenso viene scambiato per una certificazione morale, la comunicazione per il governo, la fedeltà personale per la competenza e la critica per un’aggressione. Allora il potere comincia a vivere di una propria rappresentazione, sempre più distante dalla quotidianità dei cittadini.

La designazione del leghista Trifone «Nuccio» Altieri alla presidenza dell’Autorità nazionale anticorruzione, ancora sottoposta all’iter previsto per la nomina, pone una questione che va oltre il profilo del candidato. È opportuno che un organismo chiamato a vigilare sull’operato delle amministrazioni venga affidato a un esponente della stessa maggioranza politica sottoposta ai suoi controlli?

Non è una questione di legittimità automatica, ma di indipendenza sostanziale. Tanto più quando l’Anac ha sollevato rilievi sui grandi appalti, sul Ponte sullo Stretto, sulle concessioni autostradali e sugli affidamenti diretti. La semplificazione amministrativa è necessaria, ma non può diventare un lasciapassare per ridurre la trasparenza.

Il problema, naturalmente, non appartiene soltanto alla destra. È il male antico di una politica italiana che spesso difende i controllori quando siede all’opposizione e li considera ingombranti quando conquista il governo.

Le vicende giudiziarie che hanno coinvolto esponenti della maggioranza lo dimostrano. Daniela Santanchè, già ministra del Turismo, ha lasciato l’incarico dopo una lunga successione di controversie societarie e procedimenti riguardanti Visibilia, Ki Group e Bioera. Le accuse sono tuttora sottoposte alle verifiche giudiziarie.

Andrea Delmastro, ex sottosegretario alla Giustizia, ha ricevuto una condanna non definitiva anche in appello per rivelazione di segreto d’ufficio. Augusta Montaruli ha invece lasciato il governo dopo una condanna definitiva per l’utilizzo improprio dei fondi regionali. Giovanni Toti, già presidente della Liguria e figura del centrodestra, ha concluso un procedimento con un patteggiamento per corruzione nell’esercizio della funzione e finanziamento illecito.

Vicende giuridicamente differenti, che sarebbe scorretto accomunare sotto un’unica etichetta.

Ma nemmeno la sinistra può pretendere un’immunità morale per appartenenza. L’inchiesta sull’urbanistica milanese ha chiamato in causa il sistema di relazioni tra amministrazione, investitori e sviluppo immobiliare, coinvolgendo anche il sindaco Giuseppe Sala. Alcuni procedimenti collegati hanno già prodotto assoluzioni, circostanza da non dimenticare. A Pesaro, l’ex sindaco ed europarlamentare democratico Matteo Ricci è stato coinvolto nelle indagini sugli affidamenti pubblici, respingendo le contestazioni. Altre controversie giudiziarie hanno interessato amministrazioni locali di centrosinistra.

La presunzione d’innocenza vale per tutti. Ma vale per tutti anche il dovere della trasparenza. Non può esistere una questione morale a giorni alterni.

Se la sinistra ha talvolta trasformato la propria storia politica in una presunzione di superiorità etica, la destra di governo rischia di cadere nella tentazione opposta: considerare la vittoria elettorale una legittimazione sufficiente di ogni scelta.

Ed è qui che il caso Meloni merita una riflessione più ampia.

La presidente del Consiglio ha costruito una comunicazione fortemente personalizzata, capace di trasformare la propria immagine in una risorsa politica. La donna determinata, la madre, la patriota, la leader che sfida gli avversari e difende l’identità nazionale. Una narrazione efficace, che però non può sostituire la verifica dei risultati.

Anche il ruolo della sorella Arianna ai vertici del partito e la presenza al governo di Francesco Lollobrigida, già cognato della premier, hanno alimentato interrogativi sul familismo politico. Non si tratta di sostenere che la parentela costituisca un illecito o cancelli le competenze personali. Ma quando famiglia, partito e governo sembrano intrecciarsi, diventa ancora più importante garantire che le responsabilità istituzionali rispondano a criteri riconoscibili di autonomia e merito.

La questione riguarda la percezione stessa del potere: una democrazia non è una famiglia allargata e le istituzioni non possono essere confuse con la cerchia fiduciaria di un leader.

Poi vengono le promesse.

Nel 2022 il centrodestra aveva annunciato una svolta fiscale, previdenziale e sociale. A quattro anni di distanza, una parte degli impegni è stata realizzata, come la stabilizzazione del taglio del cuneo fiscale e alcune misure per le famiglie. Ma la riduzione complessiva della pressione fiscale, gli ambiziosi obiettivi sulle pensioni minime e numerose altre promesse restano lontani dai risultati annunciati.

Soprattutto, esiste un dato che nessuna conferenza stampa può rendere meno pesante: nell’ottobre 2026 l’inflazione ha raggiunto, secondo le stime preliminari, il 5,4 per cento annuo. Il prodotto interno lordo è rimasto fermo nel terzo trimestre rispetto al precedente.

Il caro vita non nasce interamente dalle decisioni di un governo nazionale. Le tensioni energetiche e le guerre hanno conseguenze mondiali. Ma governare significa anche misurarsi con queste conseguenze, proteggendo concretamente chi non riesce ad arrivare alla fine del mese.

Per una famiglia che deve scegliere tra la bolletta, la spesa alimentare e una visita medica, il successo di una strategia comunicativa è una consolazione assai modesta.

Anche il referendum costituzionale sulla giustizia del marzo 2026 ha mostrato i limiti del consenso governativo: il No ha prevalso con il 53,74 per cento dei voti, fermando la riforma sostenuta dalla maggioranza. Una sconfitta politica significativa, che tuttavia non autorizza a dedurre automaticamente un giudizio complessivo degli elettori sul governo. Né bisogna dimenticare che i referendum del 2025, promossi soprattutto nell’area sindacale e progressista, erano falliti per il mancato raggiungimento del quorum.

Le urne non distribuiscono patenti morali. Ricordano a tutti che la sovranità appartiene ai cittadini, non ai partiti.

Ma forse le contraddizioni più dolorose emergono nella politica internazionale.

Il rapporto privilegiato che Giorgia Meloni aveva cercato di costruire con Donald Trump, presentato come un possibile vantaggio strategico per l’Italia, è stato attraversato da tensioni significative. Dalle divergenze sulla guerra in Iran agli attacchi del presidente americano contro Papa Leone XIV, che la premier ha giustamente giudicato inaccettabili, fino alle critiche personali rivoltele dallo stesso Trump.

Successivamente sono arrivati segnali di distensione. Ma la parabola di quel rapporto insegna che la vicinanza personale tra leader non garantisce automaticamente la convergenza degli interessi nazionali.

Colpisce, retrospettivamente, l’auspicio espresso dalla premier nel gennaio 2026 di poter un giorno candidare Trump al Premio Nobel per la pace, qualora avesse contribuito a una pace giusta e duratura in Ucraina. Era una prospettiva condizionata, non una candidatura effettivamente presentata. Tuttavia, alla luce delle tensioni successive, quella fiducia appare particolarmente impegnativa.

La pace non può essere misurata dalla simpatia per un presidente né trasformata in una ricompensa diplomatica.

E qui si incontra l’altra grande contraddizione: l’Ucraina.

Il sostegno al popolo ucraino aggredito dalla Russia risponde a un’esigenza di giustizia internazionale. Nessuna riflessione cristiana sulla pace può mettere sullo stesso piano chi ha invaso uno Stato sovrano e chi difende la propria terra.

Ma resta legittimo interrogarsi su una strategia che, nel dibattito occidentale, ha a lungo privilegiato la prospettiva della vittoria militare sul campo. La resistenza è un diritto; trasformare la vittoria militare nell’unico orizzonte rischia però di rinviare indefinitamente la ricerca di soluzioni diplomatiche.

La Chiesa non chiede la resa dell’aggredito. Chiede che la difesa della giustizia non faccia dimenticare il dovere di lavorare incessantemente per una pace giusta, rispettosa della sovranità ucraina e capace di fermare la distruzione di vite umane.

Ancora più lacerante è il dramma di Gaza.

Il governo italiano ha criticato le operazioni militari israeliane che hanno colpito la popolazione civile, ha sostenuto iniziative umanitarie e ha condannato i progetti di occupazione della Striscia. Sarebbe inesatto negarlo.

Resta tuttavia aperta una domanda sulla fermezza e sulla tempestività della pressione politica esercitata nei confronti del governo di Benjamin Netanyahu, davanti alla devastazione di Gaza e alle denunce internazionali di atti genocidari.

Il procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia non è ancora giunto a una sentenza definitiva sul merito. Ma il dovere di prevenire un genocidio, o anche il suo tentativo, non nasce soltanto dopo una condanna giudiziaria. È un obbligo morale e giuridico che riguarda gli Stati mentre il pericolo è in corso.

Gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023 restano crimini gravissimi, da condannare senza ambiguità. Ma non possono giustificare punizioni collettive, fame, distruzione e sofferenze indiscriminate inflitte alla popolazione palestinese.

Di fronte a bambini sepolti sotto le macerie, famiglie private della casa e ospedali distrutti, la prudenza diplomatica non può diventare una ragione per attenuare la difesa dei diritti umani.

La critica a Netanyahu non è ostilità verso Israele né verso il popolo ebraico. Al contrario, significa affermare che la sicurezza degli israeliani e la dignità dei palestinesi devono essere tutelate dallo stesso diritto internazionale.

È questa universalità del giudizio che dovrebbe caratterizzare una politica autenticamente ispirata al cristianesimo.

Non basta richiamare le radici cristiane dell’Europa se poi si fatica a riconoscere il volto di Cristo nello straniero, nel profugo, nel bambino palestinese e in quello ucraino. Non basta difendere la famiglia nei programmi elettorali se non si contrastano efficacemente le condizioni economiche che impediscono a tante famiglie di vivere dignitosamente.

E non basta, a sinistra, proclamare solidarietà e uguaglianza quando la gestione concreta delle città lascia spazio a opacità amministrative, privilegi o decisioni che allontanano i meno abbienti dai luoghi in cui abitano.

Il Vangelo non è un manifesto elettorale. Non appartiene alla destra conservatrice né alla sinistra progressista. È una coscienza critica che interroga entrambe.

La dottrina sociale della Chiesa insegna che il potere politico trova la propria giustificazione nel bene comune, non nella conservazione di sé stesso. La legalità è indispensabile, ma da sola non basta: occorrono credibilità, coerenza, responsabilità e attenzione concreta ai più fragili.

Le vicende giudiziarie di questi anni, le promesse rimaste incompiute, il peso crescente del caro vita e le contraddizioni della diplomazia rappresentano dunque questioni diverse, accomunate dall’esigenza di rendere conto del potere esercitato.

La stabilità di un governo è un valore istituzionale. Ma non costituisce, di per sé, una prova di buon governo. Allo stesso modo, denunciare le insufficienze della maggioranza non assolve l’opposizione dalle proprie responsabilità.

Per un cattolico, la scelta fondamentale non è tra due appartenenze ideologiche, ma tra due modi di intendere la politica: come ricerca del bene comune oppure come amministrazione del consenso e delle convenienze.

«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto» (Lc 12,48).

Forse è proprio questo il versetto che dovrebbe accompagnare ogni giuramento ministeriale, ogni nomina pubblica, ogni promessa pronunciata davanti agli elettori.

Perché il potere può anche riuscire a controllare la propria immagine. Ma non può pretendere di controllare la coscienza dei cittadini. E soprattutto non può sottrarsi alla domanda evangelica più esigente: che cosa hai fatto di ciò che ti era stato affidato?