Dalle minacce anonime ai voli dirottati: un possibile laboratorio di guerra ibrida. I precedenti della Bielorussia, della Francia e dell’India dimostrano che il falso allarme può diventare uno strumento di pressione. Ma chi ha interesse a destabilizzare l’Europa mentre la diplomazia cerca faticosamente la pace?
Non serve far esplodere una bomba per mettere in ginocchio un aeroporto. Basta annunciarla. Una mail anonima, qualche parola minacciosa, e si alzano i caccia militari, gli aerei cambiano rotta, gli artificieri entrano in azione. Il costo per chi minaccia è irrisorio; quello per chi deve proteggere vite umane è enorme.
È il paradosso dei falsi allarmi bomba che, in questi primi giorni di novembre, attraversano i cieli europei. Da Roma a Varsavia, da Vienna a Sofia, fino alla base militare francese di Évreux, la sicurezza aerea è stata messa alla prova da segnalazioni che, nelle verifiche finora concluse, non hanno rivelato esplosivi.
Semplici mitomani? Una campagna criminale coordinata? Oppure un nuovo episodio di guerra ibrida, combattuta senza uniformi, attraverso il sabotaggio psicologico della normalità?
Il sospetto merita attenzione, perché i precedenti esistono.
Nel maggio 2021 la Bielorussia costrinse un volo Ryanair, diretto da Atene a Vilnius, ad atterrare a Minsk con un falso allarme bomba. A bordo viaggiava il giornalista oppositore Roman Protasevič, immediatamente arrestato. L’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile accertò successivamente il carattere deliberatamente falso della minaccia e il coinvolgimento delle autorità bielorusse. In quel caso, dunque, non un mitomane, ma uno Stato aveva utilizzato la sicurezza aerea come strumento di repressione politica.
Nell’ottobre 2023 la Francia conobbe un’ondata di falsi allarmi che coinvolse aeroporti, scuole e luoghi simbolici come Versailles: in una sola giornata furono evacuati quindici aeroporti e cancellati circa 130 voli. Nel 2024, in India, furono registrate 999 false minacce contro compagnie e infrastrutture aeroportuali entro metà novembre. Emergenze differenti, senza un’unica regia dimostrata, ma accomunate dalla sproporzione tra la facilità di provocare il panico e i costi necessari per contenerlo.
Il problema geopolitico nasce proprio qui. Le società democratiche possono essere destabilizzate sfruttando le loro stesse procedure di protezione. Ogni falsa minaccia obbliga a mobilitare risorse, altera i trasporti, produce danni economici e alimenta la percezione di un continente vulnerabile.
C’è poi l’ipotesi più inquietante: la strategia del «lupo al lupo». Moltiplicare gli allarmi fino ad assuefare l’opinione pubblica, trasformando la paura in fastidio e il pericolo in una notizia alla quale nessuno crede più. Il rischio riguarda soprattutto la percezione collettiva, non necessariamente i protocolli professionali di sicurezza, che devono restare rigorosi anche dopo cento segnalazioni infondate.
E se, dopo tante minacce inventate, ne arrivasse una autentica?
Nessuna prova indica che gli episodi attuali preparino un attentato. Ma l’interrogativo è legittimo, perché la ripetizione del falso può indebolire la credibilità del vero.
Rimane soprattutto una questione politica. Un’Europa attraversata dalla guerra in Ucraina, dalle tensioni internazionali e dai difficili tentativi di mediazione potrebbe diventare terreno fertile per operazioni destinate ad accrescere insicurezza, sfiducia e richiesta di risposte emergenziali. Chi vuole ostacolare un processo di pace può avere interesse a mantenere le società in uno stato permanente di allarme. È uno scenario plausibile, non una responsabilità accertata per questi episodi.
Attribuire automaticamente le minacce alla Russia, a gruppi terroristici o ad altri apparati statali significherebbe confondere l’analisi con la propaganda. Le indagini devono stabilire se esista un coordinamento e chi ne sia responsabile.
Intanto una certezza emerge: la guerra contemporanea può colpire anche senza distruggere. Può consumare risorse, indebolire la fiducia nelle istituzioni, esasperare le opinioni pubbliche e trasformare l’insicurezza in un fatto politico.
Per questo occorrono intelligence, cooperazione europea e comunicazione responsabile. La vigilanza non deve cedere all’assuefazione, ma neppure diventare ostaggio della paura.
Il vero successo di un’eventuale operazione ibrida non sarebbe far esplodere una bomba, ma convincere milioni di europei che la pace sia impossibile e l’emergenza inevitabile.
E forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci: chi trae vantaggio da un continente che, anche quando non è sotto attacco, continua a vivere come se lo fosse?
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