Le elezioni di metà mandato consegnano ai democratici il controllo del Congresso e infliggono una severa sconfitta al presidente. La guerra in Iran, il carovita e l’arroganza del potere hanno pesato sulle urne. Una lezione che interpella anche la coscienza cristiana: nessun leader è più grande della democrazia.

C’è qualcosa di involontariamente comico, ma anche di profondamente inquietante, nella giustificazione con cui Donald Trump ha commentato la disfatta repubblicana alle elezioni americane di metà mandato: «Se il mio nome fosse stato sulla scheda, avremmo vinto a valanga». Il presidente degli Stati Uniti sembra non accorgersi del paradosso. Per settimane aveva chiesto agli americani di votare come se fosse lui stesso candidato. Ora che gli elettori hanno risposto, sostiene di non essere stato davvero in gara. La vittoria gli sarebbe appartenuta, la sconfitta riguarda gli altri.

È la vecchia tentazione del potere personalistico: attribuirsi ogni successo e trasferire su altri la responsabilità degli insuccessi. Ma la democrazia, quando funziona, possiede una virtù che i cultori dell’uomo forte sopportano a fatica: ricorda anche ai potenti che il consenso non è una proprietà privata.

L’America ha votato e ha detto basta. Non necessariamente a tutto ciò che rappresenta il conservatorismo americano, né ha consegnato ai democratici un certificato di superiorità morale. Ha però espresso un giudizio netto su una stagione politica segnata dalla polarizzazione, dall’incertezza economica e da una concezione muscolare delle relazioni internazionali. La conquista democratica della Camera e del Senato, accompagnata da risultati sorprendenti in Texas, Kansas e South Carolina, restituisce al Congresso una funzione di controllo che negli ultimi anni era apparsa indebolita.

Il dato politico più significativo non è soltanto la dimensione della sconfitta repubblicana. È la distanza crescente tra la narrazione presidenziale e l’esperienza quotidiana di milioni di cittadini. Il prezzo della benzina, la spesa alimentare, i salari, l’insicurezza economica delle famiglie hanno contato più degli slogan identitari. Perché si può vivere per qualche tempo di propaganda, ma non si possono pagare le bollette con la retorica della grandezza nazionale.

E poi c’è la guerra.

Trump aveva costruito una parte importante della propria immagine politica sulla promessa di evitare nuovi conflitti. La guerra contro l’Iran ha mostrato quanto sia fragile una pace concepita principalmente come dimostrazione di forza. Il conflitto ha aggravato l’instabilità internazionale e le preoccupazioni economiche, mentre il suo prezzo umano non può essere ridotto a una variabile dei mercati energetici. Gli elettori americani hanno certamente votato per ragioni diverse, ma il malcontento provocato dalla guerra ha contribuito alla sconfitta.

Da un punto di vista cristiano, la contraddizione è ancora più profonda. La pace non coincide con la superiorità militare e non può essere presentata come il premio riservato a chi dispone delle armi più potenti. Non è il silenzio ottenuto attraverso la paura. È un ordine di giustizia, di riconoscimento reciproco, di rispetto della vita umana. Ogni guerra pretende di avere le proprie ragioni; troppo spesso sono gli innocenti a pagarne le conseguenze.

Papa Francesco, nella Fratelli tutti, aveva ricordato che la migliore politica deve essere «posta al servizio del vero bene comune». Non una politica piegata all’ego dei governanti, dunque, ma un esercizio di responsabilità verso le persone, specialmente quelle più vulnerabili.

È un criterio esigente, che non assolve automaticamente gli avversari di Trump. Anche i democratici dovranno dimostrare di saper governare senza trasformare la vittoria in vendetta, senza sostituire un’intransigenza ideologica con un’altra. La dignità della persona, la tutela della vita, l’accoglienza dei migranti, la libertà religiosa, la giustizia sociale e la pace non appartengono in esclusiva a nessun partito.

Il cristianesimo non è un’appendice elettorale della destra o della sinistra. E un giornalismo che voglia definirsi cattolico non dovrebbe mai confondere la fedeltà al Vangelo con la fedeltà a un leader, per quanto capace di mobilitare folle e suscitare passioni.

La notizia incoraggiante, in questo passaggio storico, è che Trump abbia dichiarato di accettare i risultati e di voler collaborare con i democratici. È un riconoscimento importante, soprattutto dopo le ferite lasciate dalla contestazione delle elezioni del 2020. Ma accettare il voto non dovrebbe essere considerato un gesto di magnanimità presidenziale. È il dovere elementare di chi esercita un potere ricevuto dai cittadini e limitato dalla Costituzione.

Resta l’ambiguità di quel richiamo al veto, brandito quasi come ultima rivendicazione di supremazia. Il diritto costituzionale del presidente di opporsi a una legge è legittimo. Trasformarlo in una minaccia permanente contro il Parlamento significherebbe però impoverire ulteriormente la democrazia. Governare non è dominare. E collaborare non significa pretendere la resa dell’interlocutore.

La lezione americana riguarda anche l’Europa e l’Italia, dove la personalizzazione della politica, il discredito delle istituzioni intermedie e l’attrazione per il capo risolutore attraversano schieramenti diversi. Quando il Parlamento viene percepito come un intralcio, la stampa libera come un nemico e il dissenso come un tradimento, la democrazia comincia a perdere la propria anima, anche se conserva intatte le sue procedure.

La dottrina sociale della Chiesa offre un antidoto antico e attualissimo: il potere è servizio, il bene comune precede l’interesse particolare, la partecipazione dei cittadini non è una concessione del governante. È il principio della sussidiarietà che impedisce allo Stato, al partito o al leader di assorbire tutta la vita della società.

E forse proprio qui si trova il messaggio più importante delle elezioni americane. Non nella rivincita di un partito sull’altro, ma nella capacità delle istituzioni e dei cittadini di ricordare che nessuna leadership può pretendere un’obbedienza incondizionata.

Gli americani non hanno deposto Trump. Lo hanno obbligato a confrontarsi con un limite. Nei prossimi due anni il presidente conserverà le proprie prerogative costituzionali, ma dovrà misurarsi con un Congresso politicamente ostile e con una domanda di cambiamento che non potrà liquidare con un messaggio sui social.

«Se fossi stato sulla scheda, avremmo vinto», dice Trump. Ma forse la questione è esattamente opposta: gli americani hanno votato anche perché sapevano benissimo chi occupava la Casa Bianca.

La democrazia non ha bisogno di uomini provvidenziali. Ha bisogno di istituzioni credibili, di cittadini liberi e di governanti capaci di riconoscere i propri errori.

E per un cristiano c’è una verità ancora più radicale: nessun potere terreno è assoluto. Neppure quello di chi si considera indispensabile.

Perché il giorno in cui un presidente si crede più importante del popolo che lo ha eletto, non è il popolo ad aver bisogno di una lezione di democrazia. È il presidente.