La manovra 2027 riapre il dibattito sugli organici scolastici. Tra crisi della famiglia, insegnanti demotivati e disagio degli adolescenti, torna urgente interrogarsi sul valore dell’educazione.
La scuola italiana si prepara a un’ulteriore riduzione degli organici: quasi 15mila posti in meno, sommando le misure già disposte e quelle previste dalla manovra 2027. Ma dietro le cifre della contabilità pubblica si nasconde un problema più grande. Chi insegna nelle scuole superiori conosce la fragilità di tanti adolescenti, la fatica degli educatori e la progressiva rottura del patto educativo con le famiglie. In un Paese che invecchia, quale futuro prepariamo alle nuove generazioni?
Ci sono risparmi che si misurano in milioni di euro e conseguenze che nessun bilancio riesce a quantificare. La scuola appartiene a questa seconda categoria. Il disegno di legge di Bilancio 2027 prevede la riduzione di 4.925 posti tra i docenti e 2.049 tra il personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Sommando queste cifre alle precedenti riduzioni degli organici, si arriva a 14.808 posti in meno. Non si tratta di altrettanti licenziamenti, ma di una contrazione che impone una riflessione sulla qualità dell’offerta educativa.
Si avverte ogni giorno il disagio che attraversa le scuole superiori. Ragazzi intelligenti ma demotivati, adolescenti incapaci di immaginare il proprio futuro, giovani che chiedono attenzione anche attraverso comportamenti provocatori. E vedo insegnanti sempre più affaticati, chiamati a essere contemporaneamente educatori, psicologi, mediatori familiari e funzionari amministrativi.
Nel frattempo si è incrinato quel patto educativo che un tempo univa, pur tra inevitabili tensioni, scuola e famiglia. Genitori spesso disorientati, talvolta assenti per necessità lavorative o difficoltà personali, delegano all’istituzione scolastica responsabilità che nessun insegnante può assumere da solo. La crisi della famiglia diventa così anche crisi dell’educazione.
Di fronte a questa realtà, il dibattito pubblico sembra privilegiare frequentemente la disciplina e le sanzioni. Le regole sono necessarie, ma reprimere non significa educare. Un giovane non cresce soltanto perché teme una punizione. Cresce quando incontra adulti autorevoli, capaci di ascoltarlo, correggerlo e trasmettergli ragioni per vivere.
Il governo richiama il calo demografico e le esigenze di razionalizzazione. Sono questioni reali. Ma meno studenti potrebbero anche significare classi meno affollate, maggiore attenzione alle fragilità e più efficaci percorsi formativi. È questa la domanda che dovrebbe accompagnare le scelte di bilancio.
La dottrina sociale della Chiesa ricorda che educare significa promuovere integralmente la persona. La famiglia conserva una responsabilità primaria, ma la scuola svolge un compito complementare insostituibile. Non può diventare il luogo dove si amministrano soltanto programmi e verifiche.
In un’epoca dominata dagli algoritmi, dalla disinformazione e dalle semplificazioni ideologiche, chi insegnerà ai nostri ragazzi a distinguere la verità dalla manipolazione? Chi li formerà al pensiero critico, alla libertà di coscienza, al rispetto dell’altro?
Non è una questione di schieramenti politici, né una contrapposizione tra scuola statale e paritaria. È una questione di bene comune, che richiede di valutare insieme sostenibilità economica, libertà educativa e qualità dell’insegnamento.
Una nazione non prepara il proprio futuro soltanto con infrastrutture e investimenti produttivi, ma formando coscienze libere e responsabili. La scuola non può sostituire la famiglia, ma può aiutarla a ritrovare la propria missione. E mentre discutiamo di organici e risparmi, dovremmo ricordare che dietro ogni cattedra c’è un educatore e davanti a ogni banco una persona che attende di essere accompagnata alla scoperta della verità. Perché il vero fallimento di un Paese comincia quando i suoi giovani smettono di credere nel futuro e gli adulti smettono di offrire loro ragioni per sperare.
