Dalla capitale bombardata alle madri dei soldati caduti e dispersi a Fastiv: l’elemosiniere pontificio Luis Marín de San Martín ha portato a nome di Leone XIV aiuti e vicinanza. La missione mostra una Chiesa che non si limita a invocare la pace, ma rimane accanto alle persone ferite dalla guerra.

Monsignor Luis Marín de San Martín con il nunzio Visvaldas Kulbokas, una Missionaria della Carità e un accompagnatore a Kyiv
Monsignor Luis Marín de San Martín (secondo da sinistra) durante la visita in Ucraina. Foto: Vatican News.

Ci sono immagini davanti alle quali la diplomazia, con i suoi protocolli e le sue dichiarazioni, deve lasciare spazio al silenzio. Una madre tiene fra le mani un fiore; sul telefono custodisce la fotografia di un figlio. Non sa se tornerà o sa già che non tornerà più. È questa la scena più dolorosa, e forse più eloquente, del viaggio che l’elemosiniere pontificio, monsignor Luis Marín de San Martín, ha concluso il 30 ottobre in Ucraina.

L’arcivescovo agostiniano, prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, è arrivato a nome di Leone XIV non con soluzioni militari o formule diplomatiche, ma con la vicinanza del Pontefice e sostegni destinati alle opere che assistono la popolazione. Secondo il resoconto di Vatican News, la missione ha attraversato circa 2.800 chilometri e raggiunto dodici realtà caritative della Chiesa latina e greco-cattolica.

Questa presenza ecclesiale non risolve da sola una guerra. Ma impedisce che il dolore dei civili venga assorbito dalle statistiche e che i nomi delle persone scompaiano dietro i comunicati dei governi.

Le madri di Fastiv e le fotografie che diventano preghiera

A Fastiv, nel Centro umanitario San Martino de Porres animato dai domenicani, il delegato pontificio ha incontrato donne che hanno perduto i figli al fronte o ne attendono ancora notizie. Padre Mykhailo Romaniv e i collaboratori del centro offrono accompagnamento, sostegno psicologico e occasioni di condivisione a chi porta un lutto oppure vive la tormentosa incertezza della scomparsa.

Non è una distinzione marginale. C’è il dolore della morte riconosciuta, che almeno consente un funerale e un luogo della memoria. E c’è la sofferenza di chi attende senza sapere, costretto a custodire insieme speranza e paura. L’incontro con un rappresentante del Papa non cancella nessuna delle due ferite; restituisce però a queste madri la certezza di non essere lasciate sole.

L’elemosiniere pontificio incontra una donna ucraina durante la visita alle opere caritative
L’incontro dell’elemosiniere con una donna ucraina. Foto: Vatican News.

Il gesto del fiore e delle fotografie personali richiama un aspetto centrale della fede cristiana: il dolore non è anonimo davanti a Dio. Ogni figlio possiede un nome e una storia; ogni madre ha diritto a essere ascoltata. La preghiera non è una scorciatoia per evitare la responsabilità della giustizia. È il rifiuto di considerare definitivamente perduta la dignità di chi soffre.

Kyiv, le suore di Madre Teresa e il Vangelo dell’accoglienza

L’ultima giornata si è aperta nella capitale dopo una notte segnata dagli allarmi e dagli attacchi con missili e droni. Dopo la Messa nella Nunziatura, monsignor Marín de San Martín, accompagnato dal nunzio apostolico Visvaldas Kulbokas e dal sottosegretario Massimo Ralli, si è recato presso una casa delle Missionarie della Carità alla periferia di Kyiv.

Per raggiungerla la delegazione ha attraversato quartieri che conservano evidenti tracce dei bombardamenti. Nella struttura le religiose assistono circa cinquanta persone, tra sfollati, malati, ospiti con disabilità e persone costrette a letto. La precarietà materiale non cancella la cura quotidiana: un letto, un pasto, un luogo dove pregare, una persona che si fermi ad ascoltare.

L’elemosiniere Luis Marín de San Martín dialoga con una Missionaria della Carità nella casa di accoglienza di Kyiv
L’elemosiniere incontra una Missionaria della Carità nella struttura di accoglienza a Kyiv. Foto: Vatican News.

È una pagina di teologia resa concreta. Nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo, Cristo identifica la cura del povero, dell’ammalato e dello straniero con il servizio reso a lui stesso. Le suore di Madre Teresa testimoniano questa identificazione senza bisogno di proclami: riconoscono una persona là dove la guerra rischia di produrre soltanto scarti umani.

La carità che aiuta anche a ricominciare

L’itinerario ha incluso anche le opere di DePaul Ucraina, promosse nell’alveo della tradizione vincenziana. Qui l’accoglienza degli sfollati si accompagna a percorsi di formazione e a opportunità di lavoro. È un passaggio decisivo: la solidarietà non consiste soltanto nel soccorrere chi ha perso tutto, ma nel restituire per quanto possibile autonomia, relazioni e prospettive di vita.

Anche il centro domenicano di Fastiv distribuisce viveri, vestiario e medicinali, raggiungendo mediante sacerdoti e volontari territori vicini al fronte. La mensa sociale offre un pasto caldo a persone in difficoltà. Il sostegno pontificio è rivolto a iniziative concrete, le cui necessità sono state raccolte durante la visita.

La carità, quando è seria, non si esaurisce nell’emozione di un incontro. Richiede continuità, organizzazione, persone competenti e risorse. Per questo la dimensione istituzionale del Dicastero per il Servizio della Carità non è in contraddizione con l’immediatezza evangelica: ne sostiene la durata.

La diplomazia della Santa Sede e la grammatica delle opere

La Chiesa continua a chiedere una pace giusta, capace di proteggere la vita umana e il diritto dei popoli a non subire aggressioni. L’azione caritativa non sostituisce questo impegno e non relativizza le responsabilità del conflitto. Lo accompagna su un terreno che non può attendere la conclusione dei negoziati: la sopravvivenza dei civili, le condizioni dei feriti, la solitudine degli sfollati e il lutto delle famiglie.

Nella missione di monsignor Marín de San Martín colpisce dunque una doppia fedeltà. La prima è alla realtà: le sirene, gli edifici devastati, le sofferenze raccolte nei centri di assistenza. La seconda è al Vangelo, che chiede di non rinviare l’amore del prossimo a un futuro più favorevole.

L’Ucraina non ha bisogno di essere ridotta a un simbolo utilizzabile nei conflitti ideologici di altri Paesi. Ha bisogno che le persone siano riconosciute nella loro concretezza. La Chiesa, in questi giorni, ha cercato di fare precisamente questo: visitare, ascoltare, sostenere.

Un fiore contro l’oblio

Forse, alla fine del viaggio, l’immagine più importante rimane quella delle madri di Fastiv. Il fiore che portano non è una risposta politica. È una testimonianza di fedeltà ai figli, persino quando la guerra ha interrotto ogni possibilità di abbracciarli.

Il cristianesimo non promette di cancellare il dolore con una frase rassicurante. Annuncia invece un Dio che entra nella sofferenza dell’umanità e chiama i credenti a non fuggirla. Per questo la presenza dell’elemosiniere del Papa, fra gli sfollati, i malati e le madri ucraine, appartiene al centro della missione ecclesiale, non a una sua appendice assistenziale.

Dove le armi hanno spezzato legami e sicurezze, la carità tenta di ricucire la trama fragile della convivenza. E dove una madre continua a mostrare la fotografia di suo figlio, la Chiesa è chiamata prima di tutto a guardare, ascoltare e restare.