Dallo Zaire di Mobutu all’America di Trump: due epoche e due sistemi politici profondamente diversi, ma una medesima questione di fondo, il tentativo del potere di subordinare il sapere alla propria visione ideologica. Dopo le campagne di Charlie Kirk contro i professori progressisti, la posta in gioco è oggi il finanziamento pubblico della ricerca, con conseguenze per la libertà accademica e per il futuro scientifico degli Stati Uniti.

C’è una forma di impoverimento delle nazioni che non passa attraverso la distruzione delle fabbriche, la svalutazione della moneta o la perdita dei mercati. È quella che comincia quando il potere politico pretende di stabilire non soltanto quali ricerche finanziare, ma anche quali orientamenti culturali e scientifici siano compatibili con la propria ideologia.

L’America di Donald Trump si confronta oggi con questo interrogativo. Il Paese che ha costruito una parte decisiva della propria egemonia mondiale sull’autonomia delle università, sull’attrazione dei migliori cervelli e sulla capacità di trasformare la ricerca fondamentale in innovazione tecnologica sta attraversando una stagione di crescente subordinazione delle decisioni scientifiche alle priorità presidenziali.

L’inchiesta pubblicata il 31 ottobre 2026 dal New York Times, dedicata allo sconvolgimento del sistema americano della ricerca, descrive un quadro preoccupante. Non si tratta semplicemente di riduzioni della spesa pubblica, che potrebbero essere discusse nel quadro di legittime scelte di bilancio. Il punto controverso è un altro: l’utilizzo dei finanziamenti federali come strumento per ottenere dalle università adeguamenti alle direttive politiche dell’amministrazione.

È qui che il rapporto fra Stato e sapere diventa una questione di libertà.

La lezione dello Zaire: quando Mobutu temeva gli studenti

La storia africana offre un precedente che merita di essere ricordato, senza confondere le differenti condizioni istituzionali.

Nel Congo di Mobutu Sese Seko, che nel 1971 avrebbe assunto il nome di Zaire, l’università divenne uno dei luoghi più significativi del conflitto fra autonomia intellettuale e autorità politica.

Nel giugno 1969, dopo le manifestazioni studentesche e i sanguinosi scontri con le forze dell’ordine, il regime chiuse l’Università Lovanium di Kinshasa. Centinaia di studenti furono arrestati. Nel 1971, a seguito di nuove mobilitazioni, l’ateneo venne nuovamente chiuso e numerosi studenti furono trasferiti forzatamente in campi militari. La successiva riorganizzazione accentrò le principali istituzioni universitarie nell’Università Nazionale dello Zaire. 

La logica politica era riconoscibile: un’università capace di pensiero autonomo poteva trasformarsi in un centro di contestazione. Per il regime, il problema non consisteva soltanto nell’ordine pubblico, ma nella possibilità che una nuova classe dirigente maturasse convinzioni indipendenti dal potere.

Il paragone con gli Stati Uniti deve fermarsi dove cominciano le differenze storiche e istituzionali. Mobutu guidava una dittatura caratterizzata da repressione militare e monopolio politico; negli Stati Uniti continuano a operare magistratura indipendente, Congresso, stampa libera e università che possono ricorrere ai tribunali.

Eppure il precedente africano illumina una questione più generale: che cosa accade quando il potere esecutivo considera l’autonomia intellettuale un ostacolo alla propria agenda?

Non è necessario chiudere fisicamente un’università per limitarne la libertà. Nelle moderne democrazie, le pressioni possono passare anche attraverso procedure amministrative, condizioni contrattuali e finanziamenti.

Da Charlie Kirk alla Casa Bianca: due livelli differenti di pressione

Prima che la questione assumesse le dimensioni dell’attuale scontro istituzionale, il mondo universitario americano era già diventato uno dei principali teatri della mobilitazione conservatrice.

Charlie Kirk, fondatore di Turning Point USA, aveva costruito una parte importante della propria attività politica sulla denuncia della presunta egemonia progressista nei campus.

La sua organizzazione aveva avviato nel 2016 la Professor Watchlist, un elenco pubblico di docenti accusati di discriminare gli studenti conservatori o di promuovere propaganda di sinistra.

Secondo documentazioni giornalistiche e associazioni per la libertà accademica, l’inserimento in quella lista ha esposto alcuni professori a campagne di molestie e minacce. L’organizzazione sosteneva, invece, di voler denunciare discriminazioni ideologiche all’interno dell’università. Nell’ottobre 2026 la lista non risulta più accessibile nella sua precedente forma. AAUP+2

La controversia sollevata da Kirk riguardava un problema effettivamente degno di discussione: nessuna università dovrebbe discriminare gli studenti per il loro orientamento politico. Ma la tutela del pluralismo non può trasformarsi nella schedatura ideologica dei docenti o nella delegittimazione della ricerca sulla base delle convinzioni attribuite ai ricercatori.

Con Trump la questione assume una dimensione istituzionale differente. Charlie Kirk esercitava pressione attraverso l’attivismo, la comunicazione e le campagne pubbliche. La Casa Bianca dispone invece delle leve amministrative e finanziarie dello Stato federale.

Ed è questa la distinzione fondamentale.

Il denaro pubblico come strumento di condizionamento

Secondo l’inchiesta del New York Times, mentre la spesa federale complessiva per la ricerca rimane nell’ordine dei 200 miliardi di dollari annui, il sistema di distribuzione delle risorse è stato attraversato da profonde discontinuità.

La National Science Foundation ha trattenuto oltre un miliardo di dollari di finanziamenti; presso i National Institutes of Health sono state rinviate o annullate più di duemila sovvenzioni. Il Dipartimento dell’Energia ha perso oltre mille scienziati e tecnici. Perfino i laboratori di ricerca della Difesa, cruciali per la sicurezza nazionale, hanno denunciato l’impatto della riduzione del personale.

Ma la questione politicamente più rilevante riguarda i criteri di assegnazione delle sovvenzioni.

Un ordine esecutivo dell’agosto 2025 e una successiva proposta regolamentare del maggio 2026 hanno previsto un ruolo assai più incisivo dei responsabili di nomina politica nella selezione dei progetti finanziabili, collegando l’attribuzione delle risorse alla conformità con le priorità dell’amministrazione. La proposta ha suscitato forti contestazioni da parte di organizzazioni scientifiche e universitarie. Nature+2

Qui si delinea il rischio di un ricatto istituzionale: un’università che dipende in misura significativa dai fondi federali può trovarsi davanti alla scelta fra salvaguardare la propria autonomia e proteggere la continuità dei programmi scientifici.

L’obiezione della Casa Bianca non va ignorata. L’amministrazione sostiene che i contribuenti abbiano diritto a finanziamenti trasparenti, orientati al merito e sottratti a programmi ideologici riconducibili alle politiche di diversità, equità e inclusione. E sarebbe improprio sostenere che ogni precedente scelta di finanziamento fosse necessariamente immune da influenze culturali o politiche.

Ma correggere un eventuale squilibrio ideologico mediante l’imposizione di un altro orientamento politico non risolve il problema dell’indipendenza della scienza.

Lo trasferisce semplicemente da una parte all’altra.

La ricerca non può cambiare verità a ogni presidenza

Il principio in discussione è più grande di Trump e dei suoi avversari.

La scienza procede attraverso ipotesi, verifiche, confutazioni e revisioni. Non può essere amministrata come una campagna elettorale, nella quale un risultato diventa desiderabile o indesiderabile a seconda dell’utilità politica per chi governa.

Un presidente ha certamente il diritto di proporre priorità nazionali: ricerca energetica, tecnologie militari, sicurezza sanitaria, esplorazione spaziale. Nessuno pretende che le risorse pubbliche siano infinite o che ogni progetto debba essere finanziato.

Ma esiste una differenza sostanziale fra individuare priorità strategiche e subordinare la valutazione dei progetti alla loro compatibilità ideologica.

La prima è una responsabilità politica. La seconda rischia di compromettere l’indipendenza scientifica.

Gli effetti si manifestano già nei percorsi universitari. Secondo i dati dell’Association of American Universities riportati dal New York Times, le candidature internazionali ai dottorati nelle principali università associate sono diminuite del 21% nel 2026. L’incertezza dei finanziamenti viene indicata come una delle ragioni delle minori ammissioni.

Il danno, tuttavia, potrebbe essere misurabile soprattutto nel lungo periodo. Le scoperte decisive richiedono spesso decenni di ricerche, investimenti continui e disponibilità ad affrontare problemi per i quali non esistono applicazioni immediatamente redditizie.

Una società che finanzia soltanto ciò che considera politicamente conveniente rischia di perdere proprio quelle intuizioni imprevedibili dalle quali nascono i grandi progressi.

Il paradosso americano: indebolire la scienza mentre la Cina avanza

Esiste poi un interrogativo geopolitico.

L’amministrazione Trump dichiara di voler rafforzare la supremazia tecnologica americana, soprattutto nell’intelligenza artificiale, nella difesa e nel calcolo quantistico. Ma un sistema scientifico caratterizzato da instabilità finanziaria, difficoltà nel reclutamento e pressione politica sulle università rischia di indebolire le condizioni che hanno consentito agli Stati Uniti di primeggiare.

Il confronto con la Cina è significativo.

Pechino investe da anni per accrescere la propria capacità di ricerca e attirare competenze internazionali. Non si tratta di attribuire al sistema cinese un modello di libertà accademica: il controllo politico del Partito comunista rimane un elemento strutturale della vita universitaria. Il dato rilevante è piuttosto che la competizione scientifica internazionale rende ancora più preziose l’affidabilità delle istituzioni e la capacità di attrarre ricercatori.

Il New York Times documenta programmi di reclutamento di talenti scientifici avviati anche da Canada e Australia, in un momento in cui gli Stati Uniti attraversano un periodo di incertezza.

Sarebbe paradossale che un programma politico costruito intorno alla grandezza nazionale finisse per indebolire una delle principali risorse sulle quali quella grandezza si è storicamente fondata.

La libertà della ricerca è anche una questione morale

Per una lettura ispirata alla dottrina sociale della Chiesa, il problema non riguarda soltanto l’efficienza del sistema universitario o la concorrenza internazionale.

Riguarda la dignità dell’intelligenza umana e la responsabilità della ricerca nei confronti della verità e del bene comune.

Nella costituzione pastorale Gaudium et spes, al numero 36, il Concilio Vaticano II riconosce la legittima autonomia delle realtà terrene e dei diversi ambiti del sapere, secondo i loro metodi propri. Un’autonomia che non significa assenza di responsabilità etiche, ma riconoscimento della specificità della ricerca e delle sue procedure.

Ne deriva un principio importante: la politica può e deve interrogarsi sulle conseguenze morali e sociali della scienza, ma non può pretendere di sostituire la fedeltà ai metodi scientifici con la fedeltà a un programma di governo.

Un’università cristiana, laica, conservatrice o progressista deve poter essere giudicata sulla serietà del proprio lavoro, sulla qualità delle argomentazioni e sull’integrità della ricerca, non sulla maggiore o minore docilità verso il potere politico.

E ciò vale per qualsiasi amministrazione, repubblicana o democratica.

L’eredità di Mobutu e il bivio delle democrazie

Lo Zaire di Mobutu dimostrò quanto un regime potesse temere gli studenti e l’indipendenza dell’università, fino a ricorrere alla repressione e alla riorganizzazione autoritaria dell’istruzione superiore.

Gli Stati Uniti del 2026 vivono una realtà istituzionale diversa, nella quale gli atenei contestano le decisioni dell’esecutivo davanti ai giudici e il Congresso può opporsi alle proposte presidenziali di bilancio. Proprio questi contrappesi hanno già limitato alcuni interventi dell’amministrazione.

Ma l’esistenza di garanzie costituzionali non rende irrilevante la questione del loro effettivo funzionamento.

Il nodo rimane il seguente: quando l’accesso alle risorse necessarie per conoscere dipende dall’adesione alle priorità ideologiche di chi governa, il confine fra indirizzo politico e condizionamento della libertà accademica diventa pericolosamente sottile.

Non spetta alla Casa Bianca, né a qualsiasi altro governo, decidere in anticipo quali risultati della ricerca debbano essere considerati politicamente accettabili.

Il potere democratico ha il compito di amministrare risorse, garantire responsabilità e promuovere il bene comune. L’università ha quello di interrogare la realtà, compresa la realtà del potere.

Una democrazia dimostra la propria solidità non quando le università confermano le convinzioni dei governanti, ma quando possono metterle in discussione senza che questo comprometta, per ragioni ideologiche, il loro diritto a concorrere ai finanziamenti pubblici secondo criteri trasparenti e scientificamente fondati.

Ed è su questo terreno, prima ancora che nei laboratori e nei bilanci, che si misura la libertà del sapere americano.

pub kirk