La pace non può avere due pesi e due misure
Il sequestro di 780 chilogrammi di esplosivo destinati a Hezbollah riapre il problema del monopolio della forza e della sovranità libanese. Ma il disarmo delle milizie non può diventare il pretesto per prolungare indefinitamente la presenza militare israeliana nel Sud.
Beirut deve tornare padrona del proprio territorio, senza eserciti stranieri né arsenali sottratti al controllo dello Stato.
Settecentottanta chilogrammi di esplosivo nascosti in un camion, tredici persone incriminate e una domanda che attraversa il Libano come una ferita mai rimarginata: a chi appartiene davvero il diritto di decidere della guerra e della pace?
Il 30 ottobre la magistratura militare libanese ha compiuto un passo significativo nell’inchiesta sul carico intercettato all’inizio del mese a Dahr al-Baidar, lungo la strada fra Beirut e la valle della Bekaa. Il commissario del governo presso il tribunale militare, giudice Claude Ghanem, ha formulato accuse contro tredici persone, due delle quali detenute, mentre le altre risultano ricercate. Cinque imputati sono identificati soltanto attraverso nomi di battaglia.
Nel camion, secondo le informazioni giudiziarie, si trovavano circa 250 chilogrammi di tritolo e altrettanti di esplosivo plastico C-4, insieme ad altro materiale, fra cui chiodi e sfere metalliche. Le contestazioni comprendono reati contro la sicurezza dello Stato, detenzione illecita di armamenti e partecipazione ad associazioni armate non autorizzate. L’inchiesta dovrà accertare responsabilità individuali e destinazione effettiva del carico.
Non si tratta di un sequestro qualunque. Il valore politico della vicenda supera quello strettamente giudiziario perché tocca uno dei nervi più sensibili dell’assetto istituzionale libanese: l’esistenza di un’organizzazione armata che esercita una propria capacità militare indipendentemente dalle decisioni del governo.
Hezbollah ha riconosciuto la proprietà degli esplosivi, sostenendo che sarebbero stati impiegati contro le forze israeliane presenti nel Sud del Libano. Ha respinto le accuse di possibili attentati contro avversari interni e chiesto la restituzione del materiale e la liberazione dei due arrestati. Le autorità non hanno accolto la richiesta.
È necessario distinguere i fatti dalle ipotesi. Il possesso del carico è stato rivendicato dal movimento sciita; la sua destinazione dichiarata rimane invece una versione di parte. I sospetti di attentati politici hanno comprensibilmente riacceso la memoria degli anni più oscuri della storia libanese, ma non possono essere trasformati in una condanna anticipata.
Lo Stato di diritto si difende anche evitando che un’accusa diventi una sentenza prima del processo.
Hezbollah e il paradosso della resistenza armata
La questione dell’arsenale di Hezbollah non può essere affrontata ignorando la storia del Libano meridionale. L’organizzazione è cresciuta nel contesto dell’occupazione israeliana e della resistenza armata, costruendo attorno a sé una rete politica, militare e sociale che ha profondamente segnato gli equilibri del Paese.
Ma la storia non rappresenta un’autorizzazione permanente a esercitare autonomamente la forza.
Dopo il lancio di razzi contro Israele nel marzo 2026 e la successiva escalation, il governo libanese ha dichiarato illegali le attività militari del gruppo. Il conflitto ha causato migliaia di morti, devastazioni e nuovi sfollamenti, mentre le forze israeliane hanno esteso la loro presenza nel Sud del Paese.
La decisione di Beirut di rivendicare il monopolio della forza non dovrebbe essere interpretata come una concessione a Israele o agli Stati Uniti. È anzitutto una necessità istituzionale per il Libano stesso.
Uno Stato nel quale un movimento politico-militare può decidere autonomamente di aprire un fronte bellico non possiede pienamente il controllo del proprio destino.
Il problema, tuttavia, non può essere risolto fingendo che Hezbollah esista nel vuoto, senza una base sociale, senza una storia e senza una persistente minaccia militare ai confini meridionali.
Il disarmo deve essere parte di un processo politico e di sicurezza credibile. Una smobilitazione imposta senza garanzie, senza il rafforzamento dell’esercito regolare e senza la fine dell’occupazione israeliana rischierebbe di produrre nuove tensioni interne, anziché consolidare lo Stato.
Non si può chiedere a Beirut di assumersi interamente la responsabilità della sicurezza nazionale mentre una parte del suo territorio continua a essere controllata da un esercito straniero.
Il ritiro israeliano non può diventare una promessa senza scadenza
Qui si incontra la contraddizione più grave della situazione libanese.
Israele sostiene che la propria presenza militare nel Sud sia necessaria per impedire a Hezbollah di ricostituire le capacità offensive e per proteggere le comunità del Nord israeliano. La sicurezza di queste popolazioni è un’esigenza reale, che nessuna analisi responsabile dovrebbe banalizzare.
Ma la sicurezza di un Paese non può essere perseguita attraverso una presenza militare indefinita sul territorio di un altro.
Il quadro trilaterale concordato nel giugno 2026 tra Stati Uniti, Israele e Libano prevede un processo graduale di disarmo delle formazioni non statali e di ritiro israeliano, con il progressivo subentro dell’esercito libanese nelle aree interessate. La sua attuazione, tuttavia, resta limitata e priva di una scadenza complessiva definita.
La risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, insieme alla 1559, rimane un riferimento essenziale: rispetto della sovranità libanese, cessazione delle ostilità e autorità dello Stato sul proprio territorio.
Non è possibile scegliere soltanto le disposizioni gradite.
Hezbollah non può invocare la sovranità del Libano per giustificare un’autonomia militare sottratta alle istituzioni. Israele, a sua volta, non può richiamarsi alla sicurezza per rendere permanente una presenza armata oltre i propri confini.
La soluzione deve tenere insieme due esigenze inseparabili: il ritiro dell’IDF dal territorio libanese e la piena assunzione della responsabilità militare e di sicurezza da parte delle forze armate di Beirut.
Non due concessioni da barattare all’infinito, ma due condizioni necessarie alla stessa pace.
Gli Accordi di Abramo e il rischio di trasformare il ritiro in un ricatto diplomatico
Sul tavolo della diplomazia si affaccia intanto un’ipotesi destinata, qualora fosse confermata, a modificare gli equilibri del Medio Oriente.
Secondo quanto riferito dal quotidiano libanese Al-Diyar, che cita una fonte diplomatica del Golfo, il presidente statunitense Donald Trump avrebbe prospettato garanzie per un completo ritiro israeliano dal Libano meridionale, subordinandolo all’adesione di Beirut al processo degli Accordi di Abramo.
Si tratta, è indispensabile precisarlo, di un’indiscrezione giornalistica non accompagnata da documenti ufficiali e non confermata né da Washington né dalle autorità libanesi.
La notizia va dunque valutata come un’ipotesi diplomatica, non come un accordo raggiunto.
Se tale orientamento dovesse trovare conferma, emergerebbe però una difficoltà sostanziale: il recupero della sovranità territoriale libanese verrebbe collegato a una scelta di normalizzazione diplomatica con Israele.
Sono due questioni differenti.
Il Libano ha il diritto di recuperare il controllo del proprio territorio indipendentemente dalla decisione di stabilire, o meno, nuove relazioni politiche con lo Stato israeliano.
La normalizzazione, del resto, non può essere considerata autentica se nasce sotto la pressione di un’occupazione militare. Un accordo diplomatico duraturo dovrebbe essere il risultato di una decisione sovrana e di condizioni capaci di garantire la sicurezza reciproca, non il prezzo imposto per ottenere il ritiro di truppe straniere.
Anche Israele ha il diritto di ottenere garanzie credibili contro nuovi attacchi. Ma tali garanzie devono essere costruite attraverso accordi verificabili, meccanismi internazionali e responsabilità delle istituzioni libanesi, non mediante una presenza militare di durata indeterminata.
È proprio qui che Washington potrebbe esercitare un ruolo determinante: non semplicemente promuovendo nuovi accordi regionali, ma contribuendo a definire un calendario di ritiro, un sistema internazionale di verifica e misure efficaci per impedire la ripresa delle ostilità.
Una nazione non può vivere ostaggio di due eserciti
Il Libano è un Paese dalla storia singolare, nel quale comunità religiose, tradizioni culturali e identità politiche convivono attraverso equilibri spesso fragilissimi.
È anche una nazione esausta.
La crisi finanziaria, le ripetute guerre, la paralisi istituzionale, l’emigrazione e le distruzioni nel Sud hanno consumato la fiducia di molti cittadini nella possibilità di un futuro stabile.
Per questo il sequestro degli esplosivi non dovrebbe diventare soltanto l’occasione per una nuova resa dei conti fra sostenitori e oppositori di Hezbollah.
Dovrebbe rappresentare un passaggio verso il rafforzamento dello Stato.
L’esercito libanese deve essere messo nelle condizioni di presidiare effettivamente il territorio, controllare i confini, impedire il traffico illegale di armi e garantire la sicurezza della popolazione senza distinzioni confessionali.
La magistratura deve poter indagare senza intimidazioni e senza interferenze delle fazioni politiche.
Hezbollah, dal canto suo, dovrebbe riconoscere che la propria partecipazione alla vita nazionale non può continuare a essere accompagnata da un’autonomia militare incompatibile con l’autorità delle istituzioni.
Ma anche Israele deve comprendere che il rafforzamento dello Stato libanese non può avvenire sotto la pressione permanente dei bombardamenti e dell’occupazione.
Secondo il rapporto della Biblioteca della Camera dei Comuni britannica pubblicato il 2 ottobre, il conflitto iniziato nel marzo 2026 aveva già provocato oltre 4.300 morti in Libano secondo i dati governativi raccolti dalle Nazioni Unite fino al 17 agosto, mentre circa 1,2 milioni di persone erano state sfollate nel momento più acuto dell’emergenza. House of Commons Library
Dietro questi numeri si trovano famiglie, villaggi, scuole, luoghi di culto, imprese e terreni agricoli.
È da questa realtà umana che dovrebbe ripartire la politica.
La pace del Libano non può essere decisa soltanto a Washington, Tel Aviv o Teheran
L’ultimo nodo è forse quello più delicato: l’autonomia del Libano rispetto agli interessi delle potenze regionali e internazionali.
Hezbollah conserva un legame strategico con l’Iran. Israele considera la presenza del movimento armato lungo il proprio confine una minaccia diretta. Gli Stati Uniti esercitano una notevole influenza sui negoziati e sugli equilibri militari della regione.
Ma il Libano non può restare indefinitamente il luogo nel quale altri regolano i propri conflitti.
La sua indipendenza deve significare anche la possibilità di decidere autonomamente le politiche di difesa, le alleanze e gli eventuali accordi diplomatici.
Non può esserci sovranità quando un’organizzazione armata è in grado di trascinare il Paese in guerra senza un mandato delle istituzioni. E non può esserci piena sovranità finché un esercito straniero ne controlla parte del territorio.
Le due questioni sono collegate, ma nessuna delle due cancella la responsabilità dell’altra.
La comunità internazionale dovrebbe sostenere il rafforzamento delle istituzioni libanesi, il ritorno degli sfollati, la ricostruzione e un percorso di sicurezza che garantisca tanto le popolazioni del Sud del Libano quanto quelle del Nord di Israele.
La sicurezza non è una prerogativa esclusiva di chi dispone dell’esercito più potente.
È un diritto dei popoli, e proprio per questo non può essere costruita sulla perpetuazione della paura altrui.
Il Libano ha bisogno di pace, non di nuovi padroni
Il camion intercettato a Dahr al-Baidar contiene, simbolicamente, tutte le contraddizioni di questa stagione libanese.
Da una parte, un movimento che rivendica la resistenza contro l’occupazione israeliana ma continua a conservare strumenti militari indipendenti dallo Stato. Dall’altra, un esercito straniero che richiama esigenze di sicurezza per giustificare una presenza territoriale che deve trovare una conclusione.
Nel mezzo, una popolazione che ha già pagato un prezzo altissimo.
Il sequestro e l’iniziativa della magistratura rappresentano un segnale importante: lo Stato libanese cerca di riaffermare la propria autorità.
Sarebbe però un successo incompleto se tale riaffermazione non fosse accompagnata dal recupero della sovranità sul Sud.
Occorre evitare due errori speculari: trasformare la richiesta di ritiro israeliano in una giustificazione automatica dell’arsenale di Hezbollah, oppure utilizzare il problema delle armi del movimento sciita come argomento per rinviare senza termine la fine dell’occupazione.
La via d’uscita richiede il rispetto simultaneo della sovranità libanese, della sicurezza israeliana e del diritto internazionale.
Il disarmo delle milizie deve procedere attraverso istituzioni nazionali rafforzate e garanzie effettive. Il ritiro delle forze israeliane deve essere concreto, verificabile e accompagnato dal ripristino dell’autorità libanese sulle aree liberate.
Nessuna delle due parti dovrebbe poter rendere la propria responsabilità dipendente indefinitamente dalle inadempienze dell’altra.
La pace non è semplicemente assenza di combattimenti. È una condizione politica nella quale i cittadini possono vivere senza essere costretti a scegliere tra la protezione di una milizia e quella di un esercito straniero.
Il Libano merita di ritrovare questa libertà.
Perché una nazione non è veramente libera quando deve chiedere il permesso a una milizia per esercitare la propria autorità, né quando deve negoziare all’infinito con un esercito straniero il diritto di governare il proprio territorio.
Il futuro del Libano non deve essere scritto dagli esplosivi nascosti nei camion, dai bombardamenti o dalle pressioni delle potenze regionali.
Deve tornare nelle mani dei libanesi.

