La pressione statunitense, la sovranità dei popoli e la responsabilità europea. Il significato dei 130 voti contro l’embargo e le ragioni di una solidarietà che deve diventare cooperazione concreta.
Centotrenta voti favorevoli, diciassette contrari, venticinque astensioni*. Il 28 ottobre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato nuovamente la risoluzione che chiede la fine dell’embargo economico, commerciale e finanziario statunitense contro Cuba. Il sostegno si riduce rispetto al 2025, quando i favorevoli erano stati 165, ma rimane ampiamente maggioritario. Tra le astensioni figura quella italiana, maturata nel contesto della campagna diplomatica statunitense per spostare gli orientamenti delle delegazioni. La risoluzione non è vincolante, ma conserva un significato politico internazionale.
È su questo significato che si concentra la riflessione di Luciano Vasapollo**: la capacità di Cuba di mantenere un vasto sostegno, la responsabilità dei governi europei e la distanza tra le dichiarazioni di solidarietà e le decisioni concrete.
Alfonso Bruno — Professore, nel suo intervento sostiene che il risultato non possa essere letto soltanto contando i voti. Ma la diminuzione dei consensi è consistente. Perché parlare ancora di una vittoria politica di Cuba?
Luciano Vasapollo — La diminuzione è reale e sarebbe sbagliato nasconderla. Bisogna però leggere il voto nel contesto in cui è avvenuto. Gli Stati Uniti hanno esercitato una pressione diplomatica per convincere i governi a ritirare il sostegno alla risoluzione, a votare contro oppure ad astenersi.
Dentro questo quadro, centotrenta voti favorevoli rappresentano un risultato politico significativo. Sono Paesi che, pur avendo rapporti economici, finanziari e militari spesso asimmetrici con Washington, hanno confermato la richiesta di porre fine al bloqueo.
La vittoria consiste in questo: gli Stati Uniti non sono riusciti a trasformare la propria posizione nella volontà della comunità internazionale. Il calo dei consensi impone lavoro diplomatico e riflessione, ma non autorizza a sostenere che Cuba sia rimasta sola.
Bruno — Lei definisce il bloqueo una guerra economica. Che cosa intende, concretamente, con questa espressione?
Vasapollo — Intendo una pressione che entra nella vita quotidiana di un popolo. Ostacola gli approvvigionamenti, complica le transazioni finanziarie, restringe l’accesso a tecnologie e servizi, aggrava le difficoltà energetiche.
Bisogna considerare anche la dimensione extraterritoriale. Imprese e istituti finanziari di Paesi terzi possono rinunciare a operare con Cuba per il timore delle conseguenze statunitensi. Il condizionamento supera così il rapporto bilaterale fra Washington e L’Avana.
Quando si restringono sistematicamente le possibilità economiche di un Paese per modificarne gli equilibri politici, le conseguenze ricadono sulla popolazione. È questo che contesto: l’idea che la privazione possa diventare uno strumento legittimo per piegare la volontà di un popolo.
Bruno — Il punto che riguarda più direttamente i nostri lettori è l’astensione italiana. Perché la giudica particolarmente grave?
Vasapollo — Perché interrompe una posizione favorevole alla fine del bloqueo sostenuta nel tempo da governi di orientamento diverso. L’Italia avrebbe potuto conservare il proprio rapporto con gli Stati Uniti e, contemporaneamente, confermare il rifiuto delle misure coercitive contro Cuba.
L’alleanza con Washington non impone di condividere ogni decisione statunitense. Roma avrebbe potuto difendere una posizione autonoma fondata sulla sovranità dei popoli e sulla cooperazione internazionale.
Astenersi, proprio mentre cresce la pressione americana, ha un significato politico. Il governo deve spiegare perché abbia scelto di arretrare su questo terreno e quale interesse italiano ritenga di aver tutelato.
Bruno — Il governo Meloni fa della sovranità uno dei propri riferimenti. Nel caso cubano vede una contraddizione?
Vasapollo — Una contraddizione evidente. La sovranità non può valere soltanto per gli Stati dei quali condividiamo gli orientamenti. Se viene rivendicata come principio, deve comprendere anche un Paese piccolo, sottoposto a una forte pressione e politicamente scomodo per il nostro principale alleato.
Il mio giudizio sull’astensione è quello di una subordinazione agli orientamenti di Washington. Un governo che insiste sull’autonomia nazionale dovrebbe dimostrare di saperla esercitare anche quando ciò richiede un dissenso dall’alleato.
Altrimenti la sovranità diventa una parola da usare nella politica interna, mentre nelle decisioni internazionali prevale l’adattamento ai rapporti di forza.
Bruno — Difendere Cuba dal bloqueo significa approvare ogni scelta del suo governo?
Vasapollo — No. Ho sottolineato proprio questa distinzione. La richiesta di porre fine al bloqueo non comporta una difesa acritica di qualsiasi decisione del governo cubano.
Il principio è che nessun popolo debba essere punito economicamente perché segue un percorso diverso da quello desiderato da una grande potenza. Le valutazioni sul sistema politico cubano non possono diventare una giustificazione per aggravare le condizioni materiali della popolazione.
Su questo terreno possono incontrarsi persone con convinzioni molto differenti. Non occorre condividere la stessa ideologia per rifiutare la coercizione e sostenere la cooperazione.
Bruno — Mediafighter affronta questi temi da una prospettiva cristiana. Quale terreno comune individua con la sua lettura internazionalista?
Vasapollo — La solidarietà verso le popolazioni colpite e il rifiuto di applicare criteri diversi secondo la convenienza geopolitica. Chi si batte per la pace e la giustizia sociale deve interrogarsi sulle conseguenze concrete delle sanzioni.
Non si può invocare il diritto internazionale in una crisi e considerarlo secondario in un’altra. Né si può giudicare accettabile la sofferenza di una popolazione perché non si condivide il suo governo.
La convergenza può svilupparsi intorno a obiettivi concreti: difendere la vita quotidiana delle persone, favorire l’accesso ai beni essenziali, costruire rapporti di rispetto tra i popoli. Le differenze culturali rimangono, ma non impediscono questo lavoro comune.
Bruno — Nel suo testo insiste anche sulla necessità di superare un antimperialismo fatto soltanto di dichiarazioni. Che cosa manca?
Vasapollo — Manca spesso la traduzione dei principi in rapporti stabili di cooperazione. Richiamarsi a una storia di emancipazione non basta. Bisogna costruire strumenti economici, sociali e politici capaci di ridurre le dipendenze.
Se ogni governo affronta da solo le pressioni esterne, pensando esclusivamente alla propria sopravvivenza diplomatica, la capacità collettiva di resistere si indebolisce. L’integrazione regionale e la cooperazione tra Paesi hanno senso proprio perché possono ampliare i margini di autonomia di ciascuno.
La solidarietà diventa credibile quando comporta impegni, continuità e anche costi politici. Altrimenti resta una commemorazione.
Bruno — Che cosa dovrebbe accadere dopo il voto dell’Assemblea generale?
Vasapollo — I centotrenta voti devono diventare una base per nuove iniziative. Il sostegno diplomatico va accompagnato da cooperazione sanitaria, scientifica, universitaria e sociale, da informazione rigorosa e da rapporti tra associazioni, sindacati e istituzioni.
In Italia bisogna chiedere al governo di motivare l’astensione e di tornare a sostenere con chiarezza la fine del bloqueo. Contemporaneamente, occorre rafforzare la conoscenza delle condizioni di vita dei cubani e delle conseguenze delle restrizioni.
Una votazione favorevole ha valore, ma non esaurisce la responsabilità di chi la sostiene. Il problema è trasformare quella posizione in possibilità reali per la popolazione.
Bruno — Qual è, allora, il messaggio conclusivo che vuole affidare ai lettori?
Vasapollo — Cuba non è sola, ma non possiamo considerare acquisita la solidarietà internazionale. Le pressioni hanno prodotto defezioni e astensioni che devono essere comprese e contrastate politicamente.
Chiedo coerenza con il principio secondo cui nessun popolo deve essere isolato e privato di opportunità per costringerlo a seguire una strada decisa altrove.
La solidarietà si misura soprattutto quando diventa difficile praticarla. È in quel momento che smette di essere una dichiarazione e diventa una responsabilità.
* Secondo l’ONU, Caracas rientra fra gli Stati privati del voto per arretrati contributivi ai sensi dell’articolo 19, senza l’eccezione concessa ad altri Paesi. La mancata partecipazione non può dunque essere interpretata come una scelta contro Cuba.
** Il Professore Luciano Vasapollo è stato ordinario della cattedra di Economia all’Università Sapienza di Roma. Attualmente è docente presso la Pontificia Accademia Mariana Internazionale. È stato residente par alcuni anni a Cuba e vi ha effettuato più di cento viaggi per insegnamento universitario e solidarietà, ottenendo anche esclusivi riconoscimenti accademici honoris causa. Ha all’attivo oltre cento pubblicazioni.

