Il Likud denuncia elezioni “rubate”, ma non sono state rese pubbliche prove di una manipolazione sistematica. Il voto arabo apre una possibilità di cambiamento e mette l’opposizione davanti alla propria contraddizione: sostituire Netanyahu accettando il suo veto sull’uguaglianza politica dei cittadini, oppure costruire un’alternativa capace di superarlo.
Diciannove seggi possono decidere il futuro di un Paese oppure essere trattati come se appartenessero a un Parlamento diverso. È questa la questione emersa dalle elezioni israeliane: i cittadini arabi hanno votato, affidato una rappresentanza alla Knesset, scelto di esercitare attraverso le istituzioni il proprio peso politico. Ora attendono di sapere se quel voto potrà concorrere alla formazione del governo. Intanto, il partito del primo ministro lo ha già messo sotto accusa.
Il Likud sostiene che i partiti arabi abbiano “rubato” le elezioni attraverso brogli, corruzione e intimidazioni. Annuncia testimonianze e materiali da presentare alla polizia, allo Shin Bet e al Comitato elettorale centrale. Nel resoconto del Jerusalem Post compare però una precisazione decisiva: le accuse non sono state verificate indipendentemente e non sono state rese pubbliche prove che dimostrino una manipolazione sistematica dei risultati.
La distanza tra queste due proposizioni misura la responsabilità di chi governa. Un partito può denunciare irregolarità e chiederne l’accertamento. Affermare che un’intera elezione sia stata sottratta significa anticipare una conclusione che richiede prove, verifiche e una valutazione dell’effettiva incidenza dei fatti contestati.
Nel pomeriggio del 28 ottobre, con l’85,6 per cento dei voti complessivi scrutinato, il quadro riportato dal Times of Israelattribuisce 53 seggi al blocco Netanyahu, 48 a quello guidato da Gadi Eisenkot e 19 ai partiti arabi. Lo scrutinio è ancora provvisorio. Nessuno dei due principali schieramenti raggiunge autonomamente i 61 seggi della maggioranza assoluta, mentre i rappresentanti esterni al blocco del premier sarebbero complessivamente 67.
Questi numeri non costituiscono una coalizione. Indicano però uno spazio nel quale negoziarla.
È proprio qui che la controversia sui presunti brogli incontra la battaglia per il potere. Il voto arabo potrebbe rendere possibile un’alternativa; delegittimarlo preventivamente significa indebolire quella possibilità prima ancora che i partiti abbiano discusso un programma.
Il Comitato elettorale centrale ha confermato di aver ricevuto le segnalazioni del Likud e di esaminarle attraverso la procedura ordinaria di controllo, illustrata alle liste già prima delle elezioni. L’esistenza della verifica non certifica la fondatezza della denuncia. È il funzionamento di una garanzia alla quale tutti i concorrenti possono ricorrere.
Le accuse riguardano possibili pagamenti in cambio del voto, intimidazioni, anomalie nelle identificazioni e discrepanze nelle schede. Se accertati, questi episodi richiederebbero conseguenze precise. Ma ogni responsabilità deve essere individuata: il sospetto su un seggio non autorizza a mettere sotto tutela politica un’intera comunità.
Il Likud ha accompagnato la denuncia con l’accusa ai partiti arabi di sostenere il terrorismo e la distruzione dello Stato ebraico. È un passaggio particolarmente grave, perché sovrappone l’accertamento elettorale alla rappresentazione dell’avversario come minaccia esistenziale. Il richiamo allo Shin Bet accentua questo effetto: una controversia sui voti rischia di diventare, nella percezione pubblica, una questione di sicurezza nazionale.
Quali organi debbano intervenire dipende dai fatti e dalle competenze. Il significato politico delle parole, invece, è già visibile. Una componente della cittadinanza viene sospettata nel momento in cui la sua partecipazione diventa determinante.
Il sindaco di Rahat, Talal al-Krenawi, ha respinto duramente le accuse, ricordando anche gli anziani arrivati ai seggi con i deambulatori. La sua testimonianza non sostituisce le verifiche, ma restituisce ciò che il linguaggio del “furto” cancella: persone che hanno compiuto un gesto ordinario di cittadinanza e si ritrovano descritte collettivamente come una presenza fraudolenta.
La domanda che pone è politica: se il voto arabo viene accolto con sospetto proprio quando cresce, quale partecipazione si considera davvero accettabile?
Nel commento postelettorale di Haaretz, Aluf Benn osserva che la guerra successiva al 7 ottobre non avrebbe modificato gli schieramenti profondi della società israeliana. Appartenenze e fedeltà consolidate avrebbero prevalso sul giudizio critico riguardo alle responsabilità di Netanyahu. È una lettura severa, che aiuta a comprendere un fenomeno più generale: il trauma non produce necessariamente una revisione delle lealtà. Può rafforzarle.
Quando la comunità si sente minacciata, la valutazione del leader tende a confondersi con la difesa del gruppo. Criticarlo può apparire come un cedimento all’avversario. Le responsabilità di governo passano così in secondo piano rispetto alla domanda su chi sia autorizzato a rappresentare il “noi”.
Netanyahu sfrutta questo terreno rivendicando una maggioranza tra il pubblico sionista e rifiutando un esecutivo sostenuto dai partiti arabi. Il criterio della legittimazione viene spostato: ai seggi regolarmente ottenuti si aggiungerebbe una distinzione tra quelli abilitati a determinare il governo e quelli il cui sostegno lo renderebbe inaccettabile.
Nessun partito ha un diritto automatico a entrare nell’esecutivo. Le alleanze dipendono da programmi, compatibilità e accordi. Ma una cosa è rifiutare una proposta politica; un’altra è escludere preventivamente un interlocutore per l’identità dei cittadini che rappresenta.
Per Eisenkot, ex capo di stato maggiore, questa è la prova decisiva. Può contestare Netanyahu, rivendicare affidabilità, proporre una diversa gestione della sicurezza. Se però accetta che il sostegno arabo sia di per sé squalificante, restringe la propria iniziativa entro il confine stabilito dall’avversario.
Netanyahu potrebbe non disporre dei numeri per governare e conservare comunque il potere di decidere quali maggioranze siano considerate ammissibili. L’opposizione gli consegnerebbe così una vittoria politica nel momento stesso in cui dichiara di volerlo sostituire.
La partecipazione araba rende questa contraddizione ancora più evidente. Esther Solomon, nell’analisi di Haaretz, sottolinea la scelta di cittadini che, dopo anni di discussione sull’utilità del voto, hanno investito nella rappresentanza. Sono cittadini israeliani, molti dei quali si riconoscono anche come palestinesi. La loro storia, le loro appartenenze e le loro rivendicazioni chiedono un confronto politico, non una prova permanente di estraneità da smentire.
Dire loro che possono partecipare purché non diventino determinanti significa erodere la fiducia negli strumenti democratici. Proprio quella fiducia che una società attraversata da conflitti dovrebbe avere interesse a rafforzare.
Dentro l’opposizione, tuttavia, qualcosa si muove. Yair Golan, leader dei Democratici, sostiene apertamente una collaborazione con i rappresentanti arabi. La Lista congiunta ha offerto disponibilità a favorire la sostituzione del governo, rivendicando una partnership paritaria. Ahmad Tibi ha richiamato l’opposizione al coraggio necessario per raccogliere quella disponibilità.
Ra’am e Lista congiunta non sono un soggetto indistinto. Hanno sensibilità e strategie differenti. Proprio per questo il confronto va aperto sui contenuti: sicurezza nelle comunità arabe, contrasto alla criminalità, servizi, infrastrutture, distribuzione delle risorse, diritti e prospettive del conflitto israelo-palestinese. Sono questioni di governo, sulle quali chiedere e assumere impegni reciproci.
Le indiscrezioni raccolte da Walla indicano pressioni interne al blocco anti-Netanyahu perché i dirigenti superino veti e rivalità. Non basta però invocare l’urgenza di formare un governo. Se si modifica una promessa elettorale, occorre spiegare perché. E se si chiede il sostegno dei partiti arabi, bisogna riconoscerne il ruolo, evitando di trattarli come una riserva numerica da utilizzare discretamente.
Anche il timore, espresso da fonti dell’opposizione, che i cambiamenti demografici rendano più difficili future vittorie richiede attenzione. La popolazione haredi non può essere descritta come una minaccia per il semplice fatto di crescere. L’uguaglianza politica deve valere per tutti: la credibilità di un’alternativa si misura anche dalla capacità di applicare questo principio ai gruppi dei quali contesta le scelte.
Restano aperti più scenari: un’intesa sostenuta anche dai partiti arabi, una formula di unità, il fallimento dei negoziati e nuove elezioni. Ma nessuna strada è priva di significato politico. Tornare al voto perché non si trova un accordo è un esito istituzionale possibile; tornarci nella speranza di rendere superflua la rappresentanza araba rivelerebbe una difficoltà più profonda ad accettare il risultato della partecipazione.
Allo stesso modo, un governo di unità potrebbe rispondere a un’emergenza oppure servire a riunire avversari disposti a convivere tra loro pur di mantenere altri fuori dalla decisione. In quel caso, sarebbe necessario chiedersi chi venga compreso nella parola “nazionale”.
Per una lettura cristiana della vita pubblica, la dignità della persona comporta conseguenze istituzionali: il bene comune comprende anche la minoranza, la memoria dolorosa, l’appartenenza che mette in discussione il racconto prevalente. Questa esigenza non cancella la storia ebraica, il trauma del 7 ottobre o il diritto degli israeliani alla sicurezza. Chiede che nessuna di queste realtà diventi una giustificazione per svalutare la cittadinanza altrui.
Le denunce del Likud siano dunque esaminate con rigore. Chi ha violato la legge ne risponda, se le violazioni saranno accertate. Ma fino a quel momento un’accusa di partito non può trasformarsi nella squalifica collettiva di milioni di cittadini.
L’opposizione deve intanto assumere la propria responsabilità. Può discutere con i rappresentanti arabi e verificare la possibilità di governare insieme, oppure lasciare che il veto sulla loro partecipazione continui a lavorare per Netanyahu.
I diciannove seggi sono il risultato provvisorio di voti reali. La questione è se quei cittadini saranno riconosciuti pienamente anche quando il loro consenso può cambiare il governo.
