Le frasi registrate durante l’intervento, la nuova denuncia della famiglia e le criticità indicate dai consulenti impongono un accertamento rigoroso. Il rispetto per i tanti poliziotti preparati passa anche dalla capacità di riconoscere comportamenti che umiliano la persona e disonorano il servizio. Una riflessione cristiana sulla forza, sulla competenza e sul dovere di custodire la vita.

Ho incontrato a Roma agenti capaci di avvicinare persone difficili con un’intelligenza umana che meriterebbe maggiore riconoscimento pubblico. Poliziotti che applicano i protocolli e sanno accompagnarli con sensibilità psicologica: comprendono quando parlare, quando aspettare, come farsi ascoltare senza accrescere la tensione. Ho sperimentato personalmente quanto questa professionalità possa fare la differenza. La loro autorevolezza si vede nella capacità di governare una situazione, senza lasciarsi governare dall’irritazione.

È anche pensando a loro che le parole pronunciate durante l’intervento nel quale è morto Abderrahim Fakir risultano intollerabili.

«Ca….o me ne frega a me»: una frase attribuita a uno degli agenti, registrata dalla bodycam e riportata negli atti. Di fronte a un uomo in condizioni drammatiche, quelle parole contraddicono il significato stesso del servizio. Una persona può essere agitata, aggressiva, intossicata, difficile da contenere. Continua a essere una persona della cui incolumità chi interviene deve occuparsi.

Fakir aveva quarantadue anni. È morto il 19 luglio nel cortile di via Italo Svevo, al Pilastro, a Bologna. Le conversazioni registrate durante l’intervento hanno indotto l’avvocato della famiglia, Fabio Anselmo, a presentare una nuova denuncia, nella quale sarebbero prospettate ipotesi di reato più gravi. Secondo i familiari, le espressioni di disprezzo potrebbero contribuire a chiarire l’atteggiamento degli operatori verso il pericolo nel quale l’uomo si trovava.

Sarà la magistratura a stabilire quale rilevanza abbiano quelle parole rispetto alle condotte e alle responsabilità individuali. Il disprezzo verbale non dimostra automaticamente la volontà di provocare una morte. Ma non può nemmeno essere cancellato come un dettaglio insignificante. Va collocato nella sequenza dell’intervento, insieme a ciò che gli agenti potevano vedere, comprendere e fare.

Il giudizio professionale e morale, intanto, non deve attendere una sentenza per riconoscere l’inaccettabilità di quel linguaggio.

Uno degli agenti ha chiesto pubblicamente scusa attraverso il proprio avvocato, dichiarando di non aver compreso bene le condizioni di Fakir e riconoscendo che la tensione non giustificava le espressioni usate. È un fatto da riferire. Le scuse hanno valore quando riconoscono senza attenuazioni il male arrecato; non sostituiscono però l’accertamento dei comportamenti.

Chi indossa una divisa rappresenta lo Stato soprattutto quando incontra qualcuno che non sa, non vuole o non riesce a collaborare. Il cittadino tranquillo mette raramente alla prova la qualità dell’intervento. La prova arriva con la paura, il disorientamento, la crisi, l’aggressività. È allora che la preparazione deve sostenere l’autocontrollo.

La rozzezza, in quelle circostanze, non è una forma di realismo. Un atteggiamento troppo “ruspante”, che scambia la durezza per competenza e il disprezzo per fermezza, può aggravare una situazione già pericolosa. Non onora la divisa. Espone al rischio la persona affrontata, i presenti e gli stessi agenti.

La capacità di ridurre la tensione è un sapere professionale. Richiede osservazione, ascolto, gestione delle distanze e del linguaggio, coordinamento. Non garantisce che ogni intervento possa concludersi senza forza: esistono pericoli immediati che rendono necessaria un’azione fisica. Ma anche la forza deve restare proporzionata, controllata e continuamente rivalutata rispetto alle condizioni della persona.

Gli agenti preparati lo sanno. Meritano formazione adeguata, mezzi, sostegno e riconoscimento. Meritano anche che i comportamenti incompatibili con il loro lavoro non vengano difesi per un malinteso spirito di corpo.

Il rispetto per la Polizia cresce quando l’istituzione dimostra di saper esaminare sé stessa. Si indebolisce quando ogni critica viene respinta come un attacco alla categoria. Una responsabilità personale non ricade automaticamente su tutti; una difesa indiscriminata rischia invece di coinvolgere tutti nella giustificazione di ciò che non è giustificabile.

Nel caso di Fakir, la consulenza medico-legale descrive un quadro complesso. Secondo i passaggi pubblicati, alla morte hanno contribuito l’intossicazione da cocaina, una grave patologia cardiaca e la posizione prona mantenuta durante il contenimento. I consulenti attribuiscono a quest’ultima un ruolo concorrente, verosimilmente minore e non autonomamente letale. La difesa della famiglia annuncia una propria valutazione tecnica.

Questi elementi vanno considerati insieme. Le condizioni pregresse possono essere decisive per comprendere il decesso, ma non rendono irrilevante l’esame dell’intervento. Bisogna stabilire se le modalità di contenimento abbiano aggravato il pericolo, quali segnali fossero riconoscibili e come gli operatori abbiano risposto.

La domanda non è se Fakir fosse una persona facile. È se abbia ricevuto la protezione e l’assistenza dovute nelle condizioni in cui si trovava.

L’uso di sostanze non riduce il diritto al soccorso. Una malattia cardiaca non diminuisce il valore della vita. E l’agitazione, anche quando richiede di mettere in sicurezza l’ambiente, deve essere valutata anche come possibile manifestazione di un’emergenza sanitaria.

Le cronache riferiscono che gli agenti avevano chiesto un’ambulanza e un’automedica, mentre dalla centrale era stata segnalata l’indisponibilità immediata dei mezzi. Anche questo appartiene alla ricostruzione e deve essere approfondito. La verifica riguarda l’intera sequenza: la chiamata, la valutazione della gravità, l’attesa, il contenimento, l’arrivo dei soccorritori, le manovre effettuate.

La consulenza segnala criticità nella tempestività e nell’efficacia dei soccorsi. Riporta inoltre una probabilità di sopravvivenza intorno al 15 per cento in determinate ipotesi di intervento corretto e tempestivo. È un dato tecnico da leggere nel suo contesto, non una formula con cui chiudere la vicenda.

Una probabilità bassa non autorizza l’indifferenza. Impone di fare ciò che è appropriato, pur sapendo che potrebbe non bastare. Stabilire se una carenza abbia causato penalmente la morte è un problema ulteriore, che richiede prove e valutazioni rigorose.

La Regione Emilia-Romagna ha dichiarato di aver avviato un audit interno. È necessario che la verifica produca conseguenze riconoscibili: eventuali correzioni dei protocolli, formazione, miglioramento del coordinamento tra emergenza sanitaria e forze dell’ordine. L’attesa degli esiti giudiziari non impedisce di intervenire sulle carenze organizzative che siano già accertate.

Per un cristiano, tutto questo ha un fondamento preciso. La dignità non è una ricompensa riservata a chi si comporta bene. L’uomo conserva il proprio valore quando perde lucidità, quando spaventa, quando la sua condizione lo rende scomodo. La misericordia non esige di ignorare il pericolo; chiede di affrontarlo continuando a vedere la persona.

Il samaritano del Vangelo si avvicina a un ferito del quale non conosce la storia. Non verifica prima se sia meritevole di aiuto. Vede il bisogno e se ne assume la responsabilità. Nelle istituzioni, questa responsabilità prende la forma di doveri precisi, competenze, procedure, controllo sull’uso della forza.

Anche l’autorità può essere esercitata come servizio al prossimo. L’ho riconosciuto negli agenti incontrati a Roma: nella loro capacità di affrontare persone difficili senza umiliarle, di tenere insieme fermezza e comprensione. È una professionalità che dovrebbe diventare il criterio con cui valutare ogni intervento, non un’eccezione affidata alla sensibilità del singolo.

Le parole ascoltate nel caso Fakir mostrano quanto si possa essere lontani da quel criterio. Non basta definirle “indelicate”: di fronte a una vita in pericolo, il disprezzo rivela una frattura nel rapporto di cura e responsabilità che deve legare lo Stato alla persona sottoposta al suo controllo.

La famiglia ha diritto a una spiegazione completa. Gli operatori hanno diritto a un accertamento fondato sui fatti, senza condanne collettive o processi sommari. I cittadini hanno diritto a sapere quali garanzie impediranno che criticità analoghe si ripetano.

Sono esigenze compatibili. Nascono dalla stessa idea di giustizia.

Abderrahim Fakir non deve restare soltanto il nome associato a una registrazione sconvolgente. Era un uomo, con una storia e persone che lo piangono. La sua morte chiede verità e responsabilità. Chiede anche che il lavoro dei tanti agenti capaci e rispettosi sia riconosciuto come la misura del servizio, mentre chi se ne allontana sia chiamato a risponderne.

Una divisa conferisce il potere di intervenire sulla libertà e sul corpo di un’altra persona. Per questo esige preparazione e dominio di sé. Quando qualcuno è a terra e dipende dalle nostre decisioni, la forza dello Stato si misura nella capacità di custodirne la vita.