L’Anm denuncia un’intimidazione, i vertici del Tribunale di Milano respingono gli attacchi alla gip Tiziana Landoni. Dopo la scarcerazione del ricercatore, la questione supera il singolo procedimento: può un governo trattare come una vergogna il controllo giudiziario che contraddice le sue aspettative?

Prima il sospettato, poi il giudice. Quando la ricostruzione dell’accusa incontra un limite, la polemica politica cambia destinatario: chi ha disposto la liberazione diventa il problema da esibire al pubblico. La promessa di sicurezza resta intatta; la responsabilità del suo presunto fallimento viene trasferita a una toga.

Nel caso di Youssef Siher, questo passaggio merita attenzione almeno quanto la decisione che lo ha provocato. La presidente del Consiglio ha definito «vergognosa» la scelta della gip milanese Tiziana Landoni. L’Associazione nazionale magistrati ha risposto denunciando un attacco alla giudice e qualificando la delegittimazione come intimidazione. Il presidente del Tribunale, Fabio Roia, e la presidente della sezione Gip, Ezia Maccora, hanno a loro volta respinto le dichiarazioni politiche, rivendicando una libertà di giudizio sottratta alle aspettative dell’esecutivo.

Ridurre tutto all’ennesima lite tra politica e magistratura sarebbe comodo. Consentirebbe di archiviare la vicenda come uno scontro tra corporazioni, con il consueto invito ad abbassare i toni. Ma prima del volume delle parole viene il loro contenuto. E prima delle appartenenze viene la funzione che ciascuno esercita.

Un governo può criticare una decisione giudiziaria. Può contestarne il ragionamento, indicare ciò che considera un errore, proporre modifiche legislative nel rispetto della Costituzione. Non possiede però un diritto alla conferma delle ipotesi investigative. La custodia cautelare non è un risultato politico che il giudice debba garantire.

Il controllo che ha funzionato

Landoni non ha convalidato il fermo di Siher e ha respinto la richiesta di custodia in carcere. Nelle motivazioni riportate dalla stampa, la giudice non ravvisa, allo stato delle indagini, i gravi indizi per i reati contestati; distingue la mobilitazione politica dall’istigazione concretamente idonea a provocare delitti. Il procedimento può proseguire e la decisione non equivale a un’assoluzione definitiva. Ma la libertà non può essere sospesa nell’attesa che un’accusa eventualmente trovi gli elementi che oggi le mancano.

La vicenda mostra inoltre quanto sia fuorviante parlare della magistratura come di un blocco politico: una Procura ha avanzato una richiesta, una giudice l’ha esaminata e respinta. È precisamente la distinzione delle funzioni a rendere possibile quel controllo.

Se la verifica dovesse sempre confermare l’iniziativa investigativa, avremmo un passaggio burocratico al posto di una garanzia. Il giudice esiste anche per dire che una richiesta non regge, che un sospetto non raggiunge la consistenza necessaria, che una persona deve essere rimessa in libertà.

Presentare questo esito come una mortificazione delle forze dell’ordine significa attribuire al lavoro investigativo una fragilità che non merita. La professionalità della polizia non dipende dall’infallibilità di ogni ipotesi. Si misura nella qualità degli accertamenti e nella disponibilità a sottoporli alle verifiche previste dall’ordinamento.

Il rispetto per gli investigatori non autorizza a trasformare il giudice nel loro certificatore.

Il popolo non coincide con la maggioranza

L’articolo 101 della Costituzione contiene due proposizioni che vanno lette insieme: la giustizia è amministrata in nome del popolo e i giudici sono soggetti soltanto alla legge. Il riferimento al popolo non affida il contenuto delle decisioni all’umore prevalente o alla maggioranza del momento. Indica una giustizia esercitata per l’intera comunità, entro regole che proteggono anche chi è impopolare.

L’articolo 104 riconosce poi l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere. Quell’indipendenza serve al cittadino che, davanti allo Stato, ha bisogno di qualcuno capace di verificare le ragioni della sua libertà senza domandarsi quale reazione arriverà da Palazzo Chigi.

La maggioranza elettorale conferisce il potere di governare. Non consegna la disponibilità della libertà personale altrui.

La formula delle “persone perbene”, invocata nel dibattito sulla sicurezza, diventa pericolosa quando suggerisce che le garanzie appartengano soltanto a una parte della società. Chi stabilisce in anticipo chi meriti quella qualifica? La reputazione, l’orientamento politico, la durezza delle parole, l’immagine costruita dai mezzi di comunicazione?

Il processo serve proprio a impedire che queste impressioni prendano il posto dell’accertamento. Anche chi ci appare ostile, provocatorio o moralmente distante conserva i propri diritti. Se dovesse prima dimostrare di piacerci, la tutela costituzionale sarebbe già stata svuotata.

Criticare una motivazione, screditare una persona

La distinzione richiamata dall’Anm è sostanziale. Un provvedimento può essere discusso pubblicamente e contestato attraverso i rimedi processuali disponibili a chi ne ha titolo. La critica può essere severa. Deve però misurarsi con ciò che il giudice ha scritto: quali elementi avrebbe ignorato, quale norma avrebbe interpretato male, quale passaggio sarebbe contraddittorio?

L’aggettivo “vergognoso” non risponde a queste domande. Esprime una censura morale che, pronunciata dalla guida del governo contro la decisione di una singola giudice, assume un peso istituzionale diverso da quello di un commento privato.

L’Anm parla di intimidazione. È una valutazione dell’associazione, non l’accertamento di un illecito penale. Ma il rischio istituzionale che denuncia è riconoscibile: far percepire al magistrato che una decisione sgradita comporterà un’esposizione personale davanti a un pubblico mobilitato contro di lui.

L’indipendenza viene messa alla prova anche così. Non occorre impartire un ordine esplicito. Può bastare costruire un ambiente nel quale esercitare il controllo previsto dalla legge diventi sistematicamente motivo di discredito.

Per la stessa ragione, la risposta dei magistrati trova la propria forza maggiore nei principi e nelle motivazioni, più che nella restituzione dell’offesa. La frase dei vertici milanesi secondo cui la vergogna riguarda altri ambiti restituisce la durezza dello scontro. Il punto decisivo del loro intervento resta però un altro: il giudizio non deve dipendere da suggestioni estranee al procedimento. È questo argomento che occorre preservare dalla rissa.

Dalla “mente” della protesta alla colpa della toga

Sul piano politico, la sequenza è eloquente. Una figura presentata come possibile centro organizzatore del disordine offre una spiegazione semplice: dietro la piazza ci sarebbe un regista, e individuare il regista significherebbe aver compreso la piazza. Quando il vaglio giudiziario non conferma i presupposti della detenzione, la narrazione rischia di crollare. Attaccare il giudice consente allora di conservarla: il problema continuerebbe a essere quello individuato dal governo, ma qualcuno impedirebbe di risolverlo.

Questa è una lettura dell’uso politico della vicenda, non la prova di una regia governativa dell’indagine. La distinzione va mantenuta con fermezza. Proprio perché la critica riguarda la strumentalizzazione, deve evitare di riprodurre il metodo che contesta, attribuendo intenzioni segrete senza elementi.

Resta però evidente la convenienza di spostare la discussione. Parlare di una toga accusata di ostacolare la sicurezza è più facile che affrontare le ragioni di una contestazione, distinguendole dai reati commessi durante le manifestazioni.

Chi devasta un negozio deve risponderne. Chi subisce un’aggressione ha diritto a protezione e giustizia. Ma la responsabilità di quei fatti deve essere individuata attraverso prove riferite a persone determinate. Il dolore delle vittime non può diventare un argomento per abbassare la soglia necessaria a incarcerare qualcun altro.

Il malcontento, inoltre, non scompare con l’individuazione di un amministratore di chat. Una società attraversata da frustrazioni e conflitti richiede capacità di governo, ascolto, risposte. La ricerca continua di un nemico può coprire temporaneamente questa difficoltà; non la risolve.

Una responsabilità anche cristiana

Per una cultura giuridica cattolica, la persona precede l’utilità che il potere può ricavare dalla sua vicenda. Nessuno può essere sacrificato alla necessità di mostrare fermezza. Nemmeno quando la richiesta di fermezza è popolare, e nemmeno quando chi viene colpito professa idee lontane dalle nostre.

Il bene comune comprende la sicurezza delle strade e la libertà da restrizioni arbitrarie. Comprende il lavoro delle forze dell’ordine e il giudice che ne controlla gli esiti. Proteggere una sola di queste dimensioni contro l’altra significa impoverire la giustizia.

La tradizione cristiana impone anche una disciplina della parola: non fare della reputazione altrui uno strumento, non trasformare il sospetto in certezza, non compiacersi dell’umiliazione pubblica. Sono doveri che diventano più esigenti quando si dispone dell’autorità e dei mezzi necessari a moltiplicare l’effetto delle proprie dichiarazioni.

Il caso Siher potrà conoscere altri sviluppi. Le indagini potranno produrre nuovi elementi, le valutazioni potranno essere sottoposte ai controlli previsti dalla legge. Nessuno deve sottrarle a questa possibilità.

Intanto, resta una prova politica già davanti agli occhi: la capacità di accettare un limite. Un governo autorevole può spiegare perché dissente da un giudice senza indicarlo come un nemico. Può tutelare la sicurezza senza pretendere una detenzione che il giudice ritiene priva dei presupposti.

La Costituzione serve soprattutto quando intralcia la soluzione più comoda. Se vale soltanto quando conferma ciò che il potere desidera, è già diventata una decorazione.