Dalla militarizzazione dell’economia alle disuguaglianze globali, dalla Palestina a Cuba: il pensiero di Papa Francesco incontra la critica al capitalismo e rilancia il valore della solidarietà, della fraternità e della partecipazione popolare. Una riflessione sul diritto dei popoli alla pace, sulla destinazione universale dei beni e sulla necessità di costruire un’alternativa al sistema della guerra.
La guerra non è soltanto il risultato di contrapposizioni militari e territoriali: può diventare un sistema economico, un dispositivo di dominio e uno strumento di controllo delle risorse e dei popoli. In un mondo segnato dal riarmo, dall’aumento delle disuguaglianze e dalla pressione sulle economie più vulnerabili, il magistero sociale di Papa Francesco offre elementi di confronto con la critica dell’economia politica. Dalla Fratelli tutti alla Laudato si’, dalla questione palestinese all’assedio economico di Cuba, emerge una domanda decisiva: quale idea di sicurezza, sviluppo e convivenza intendiamo consegnare alle nuove generazioni?
La guerra come sistema economico e metodo di governo
sistema guerra è un metodo di governo del capitalismo oggi nella sua fase più aggressiva e si declina in forme non soltanto militari, ma economiche, finanziarie, tecnologiche e culturali.
Il presente storico è attraversato da una convergenza di crisi di natura economica, ecologica, sociale, geopolitica e che l’evoluzione del modo di produzione capitalistico tende a governare non con la cooperazione, ma con la militarizzazione dell’economia e con forme di dominio assoluto sulla cultura e sull ‘ informazione e con sempre più incisivi tagli alla spesa pubblica di carattere sociale .I dati lo confermano: nel 2025 la spesa militare mondiale ha toccato il record di 2.887 miliardi di dollari, con una crescita reale del 2,9% e l’undicesimo anno consecutivo di aumento; equivale al 2,5% del PIL mondiale, il livello più alto dal 2009. L’Europa è cresciuta del 14% e l’Italia, dodicesima al mondo, del 20%.
In questo quadro il confronto mediatico, accademico e della stessa società civile rischia di assumere come orizzonte naturale ciò che andrebbe invece messo in discussione: la guerra come strumento ordinario della politica.
Papa Francesco e la critica alla logica della guerra
Papa Francesco ha colto con nettezza questo passaggio. In Fratelli tutti osserva che guerre, attentati e persecuzioni sono giudicati con metri diversi a seconda che convengano a determinati interessi, essenzialmente economici, nel quale la verità viene posta al servizio dell’interesse di un ristretto gruppo di persone che detengono un potere smisurato all’interno dell’indirizzo delle politiche economiche mondiali. Ricorda sempre Papa Francesco che ogni guerra distrugge il progetto stesso di fratellanza e denuncia una pace affidata a una falsa sicurezza, nutrita di paura e sfiducia. Così come in Laudato si’ aveva già previsto che l’esaurimento delle risorse avrebbe predisposto uno scenario favorevole a nuove guerre mascherate da nobili rivendicazioni, e che il potere intrecciato con la finanza sarebbe stato il più riluttante a prevenirle.
Resistere al sistema della guerra significa allora recuperare il dialogo della fratellanza per una pratica di pace che non sono un esercizio retorico, ma una scelta di vita .
La solidarietà e la destinazione universale dei beni
Un modello fondato sul profitto non esita a sfruttare, scartare e perfino uccidere l’essere umano. Per questo la solidarietà non è beneficenza, piuttosto è pensare e agire in termini di comunità, anteponendo la vita di tutti all’appropriazione dei beni da parte di alcuni, lottare contro le cause strutturali della povertà e contro gli effetti distruttivi del dominio del denaro.
Il fondamento è la destinazione universale dei beni, poiché il diritto alla proprietà privata è soltanto secondario e derivato rispetto al diritto di tutti all’uso dei beni della terra, e i diritti secondari non possono essere posti al di sopra di quelli originari; la libertà d’impresa non può stare al di sopra dei diritti dei popoli e della dignità dei poveri. Ne discende un’etica delle relazioni internazionali che riconosce il diritto dei popoli alla sussistenza e al progresso, spesso compromesso dal peso del debito estero.
Qui la convergenza con la critica dell’economia politica è più che terminologica. Quando Francesco subordina la proprietà privata al diritto di tutti all’uso dei beni della terra e nega alla libertà d’impresa il primato sui diritti dei popoli e sulla dignità dei poveri, mette in discussione, nel linguaggio della dottrina sociale, ciò che l’analisi marxista indica come il cuore del rapporto di produzione capitalistico: l’appropriazione privata di ciò che è socialmente prodotto e la trasformazione del lavoro e della natura in merce.
E già in Evangelii gaudium Francesco denunciava un’economia dell’esclusione e la dittatura di un’economia senza volto, e collegava esplicitamente disuguaglianza e guerra: senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra trovano un terreno fertile che prima o poi esplode, e l’inequità genera una violenza che il ricorso alle armi non può risolvere. Il nesso tra rapporti di produzione e guerra, trova qui una formulazione magistrale .
Quale sicurezza vogliamo? Welfare, diritti e partecipazione
La pace reale e duratura non nasce dalla strategia miope di seminare timore verso minacce esterne, ma da un’etica globale di solidarietà e cooperazione, fondata su interdipendenza e corresponsabilità.
La questione si traduce in una domanda concreta: quale sicurezza vogliamo? Per una famiglia, è sapere che ci si può curare, che un figlio può studiare, che una persona anziana non resta sola, che il proprio Paese non verrà trascinato in una guerra senza un autentico confronto democratico. La spesa militare, dal canto suo, non è una grandezza neutrale rispetto alla distribuzione della ricchezza.Bisogna sempre ricordare che ogni euro destinato alla difesa è essenzialmente sottratto in modo diretto al welfare, ma le risorse pubbliche sono limitate e le priorità hanno conseguenze reali.
Francesco si rivolge sempre ai movimenti popolari, affermando che occorre superare l’assistenzialismo paternalista e creare forme di partecipazione che includano gli esclusi nella costruzione del destino comune, con l’energia morale che nasce da quel coinvolgimento; la solidarietà, intesa nel senso più profondo, è un modo di fare la storia. È l’idea che la tradizione gramsciana affida alla categoria di subalterni, nella quale chi è escluso dalla storia ufficiale può farsi soggetto politico attraverso l’organizzazione e la cultura. Non sorprende che gli interlocutori naturali di questo magistero siano stati i movimenti sociali conflittuali e il cattolicesimo di base, ai quali, nella lettura qui proposta, Papa Francesco ha indicato una direzione precisa.
Il Documento di Abu Dhabi e la fratellanza come progetto politico
Firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 da Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, il Documento sulla Fratellanza Umana è la matrice dichiarata di Fratelli tutti, che ne raccoglie e sviluppa i grandi temi. Non si tratta, precisa Francesco, di un mero atto diplomatico. I firmatari si rivolgono ai leader del mondo e agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale perché fermino lo spargimento di sangue innocente e pongano fine a guerre, conflitti e degrado ambientale; e si rivolgono a intellettuali, filosofi, artisti e operatori dei media perché riscoprano i valori della pace, della giustizia e della fratellanza.
La diagnosi è politica oltre che spirituale è rivolta al mondo degli scarti , dei subalterni del Sud Globale ;
è il Sud delle vittime della globalizzazione capitalistica e comprende anche chi vive geograficamente a Nord ma è collocato nelle periferie del centro capitalistico. Quando i rapporti economici diventano uno strumento che uccide, attraverso la repressione delle proteste, gli incendi intenzionali e la corruzione, la globalizzazione si fa nuovo colonialismo.
Anche Querida Amazonia guarda alla convivenza interreligiosa in chiave di impegno comune. In un’Amazzonia multi-religiosa i credenti devono trovare spazi per dialogare e agire insieme per il bene comune e per la promozione dei più poveri, senza attenuare le proprie convinzioni; ciò che unisce, osserva il Papa, include la lotta per la pace e la giustizia, e conduce a una domanda che vale ben oltre quel territorio: come non lottare insieme per difendere i poveri , per combattere la barbarie dei genocidi in corso .
Palestina e Cuba: le diverse forme della guerra contro i popoli
Se la Palestina mostra la guerra nella sua forma più brutale, Cuba ne mostra una meno visibile ma non meno lesiva. Il blocco che da oltre sessant’anni grava sull’isola, il cui inasprimento avrebbe interrotto il processo di distensione avviato sotto la presidenza Obama, e la pressione economica rimessa al centro dall’amministrazione Trump configurano un assedio dai tratti medievali, una guerra contro il popolo cubano, un genocidio per molti versi silenzioso, che non mira al governo ma alla popolazione e alla vita delle persone.
Il diritto dei popoli alla sussistenza e al progresso non può essere compromesso da meccanismi di pressione economica per il dominio sulle risorse e la spartizione del mondo fra potenze imperialiste .
A questo assedio si contrappone un’altra economia morale, riassunta nello slogan attribuito a Fidel Castro: medici, non bombe. Cuba invia medici dove altri inviano eserciti, e la forza di una nazione si misurerebbe non nei bilanci militari ma nella capacità di garantire istruzione, salute e dignità. Il contrasto non è soltanto retorico: traduce in termini operativi ciò che Fratelli tutti chiede quando pone la vita di tutti prima dell’appropriazione dei beni da parte di alcuni e fonda la pace su un’etica di solidarietà anziché sulla paura delle minacce esterne.
L’assedio economico e il diritto all’autodeterminazione
La pressione su Cuba mostra come la guerra possa essere economica prima che militare. Sanzioni, restrizioni commerciali e pressioni finanziarie sono forme contemporanee di un antico meccanismo, in cui l’uso della forza è finalizzato a condizionare le scelte altrui e subordinare le aspirazioni dei popoli agli interessi delle potenze. Il blocco, i cui effetti sono da decenni al centro delle denunce dell’Avana e delle condanne dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, non si critica ignorando i problemi interni dell’isola, ma riconoscendo che le restrizioni generalizzate aggravano le condizioni materiali dei cittadini e riducono gli spazi di scelta di una società. Il principio non è sostituire un’egemonia con un’altra, ma affermare che nessun popolo va privato, con ricatti o coercizioni esterne, della possibilità di scegliere il proprio percorso; e un mondo multipolare è più giusto solo se si accompagna a diritti sociali, partecipazione e cooperazione, perché moltiplicare i centri di comando senza toccare sfruttamento e disuguaglianze non emancipa nessuno.
Le cinque vie della pace nel magistero di Francesco
Tornare a Francesco, in un’ora di guerra incandescente, non è un atto di devozione ma una scelta di metodo. Dal suo magistero si ricavano cinque linee di condotta. La prima è il rifiuto della guerra come soluzione dei conflitti. La seconda è una solidarietà strutturale, che aggredisce le cause della povertà e della disuguaglianza e riconosce la destinazione universale dei beni. La terza è l’ecologia integrale, che non separa il grido della terra da quello dei poveri e riconosce nello sfruttamento dei territori una forma di ingiustizia e di crimine. La quarta è il dialogo tra le religioni contro ogni strumentalizzazione del sacro per scopi di potere. La quinta è la vigilanza critica sul linguaggio: nelle università, nei media e nella società civile, dove le parole della pace vanno difese dallo svuotamento e dalla manipolazione.
Gramsci, i giovani e il coraggio di costruire un’alternativa
Quindi con Gramsci riprendiamo : pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà. Per tenere insieme la lucidità dell’analisi e la determinazione dell’azione. Il pessimismo dell’intelligenza impedisce di scambiare il desiderio con la realtà e di sottovalutare i rapporti di forza di un sistema che fa della guerra un settore produttivo e una leva di controllo su risorse, mercati e rotte commerciali; l’ottimismo della volontà impedisce di trasformare quella stessa realtà in una condanna definitiva. È una disciplina della responsabilità, non una promessa di vittoria: non abbiamo garanzie, abbiamo responsabilità.
La pace non è un dono dei potenti, ma una conquista collettiva che richiede giustizia, partecipazione, solidarietà e coraggio.
Quando gli studenti scendono in piazza contro il riarmo e i tagli alla cultura, non avanzano una rivendicazione settoriale: mettono in discussione la gerarchia delle priorità pubbliche, che destina risorse crescenti alla sicurezza militare mentre istruzione, sanità e servizi essenziali sono sottoposti a vincoli, e pongono una domanda politica sul futuro che si sta preparando. La conoscenza non è una spesa improduttiva ma condizione di democrazia e antidoto alla propaganda; e il messaggio di Hair, per cui nessuna ragion di Stato può rendere normale la morte dei giovani, rivendica la libertà di dire no e di disobbedire a un ordine ingiusto. Per questo la lotta sociale incontra la lotta per la pace con la difesa del salario, del lavoro, della scuola pubblica e della sanità;significa difendere la possibilità di una società non militarizzata.
Davanti al genocidio del popolo palestinese e all’assedio del popolo cubano, il silenzio che il Documento di Abu Dhabi giudica inaccettabile e la neutralità apparente del linguaggio sono scelte tutt’altro che neutrali. Non lasciarsi trascinare da un confronto pubblico impregnato di guerra significa, in ultima istanza, scegliere di stare dalla parte dei popoli.
La pace non può essere ridotta all’assenza di conflitti armati né affidata agli equilibri delle potenze. Richiede giustizia sociale, autonomia dei popoli, tutela del lavoro, accesso alla conoscenza e un’economia al servizio della dignità umana. Il magistero di Papa Francesco e la critica dell’economia politica, pur nella diversità dei loro fondamenti, si incontrano nella denuncia delle strutture che generano esclusione e nella necessità di restituire ai popoli il protagonismo della propria storia. La vera alternativa alla guerra comincia quando la solidarietà cessa di essere uno slogan e diventa un principio di organizzazione della società.
