Il ricercatore italiano di origini marocchine è in carcere a San Vittore, accusato di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni. Indagata a piede libero anche la moglie, mediatrice culturale e attivista pro Palestina. Ma i loro canali social sono nati dopo i primi disordini. Mentre la magistratura verifica le responsabilità, emerge un interrogativo politico e morale: si vuole comprendere il disagio che attraversa le piazze italiane oppure trovare un volto al quale attribuirlo?
Ci sono vicende giudiziarie nelle quali la cronaca sembra offrire alla politica esattamente il personaggio di cui aveva bisogno. Un nome, un volto, un’origine straniera, un’attività sui social network, una militanza filopalestinese e, naturalmente, la parola che più di ogni altra suscita paura e sospende il ragionamento: terrorismo.
Youssef Siher, trent’anni, ricercatore e giornalista freelance italiano di origini marocchine, è stato fermato il 24 ottobre dalla Procura di Milano. Gli vengono contestate ipotesi di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. La moglie, Sagia Hammoud, trentaduenne mediatrice culturale di origini libanesi, risulta indagata a piede libero. I due si sarebbero sposati soltanto lo scorso settembre.
Secondo gli investigatori, sarebbero gli amministratori dei canali Instagram e Telegram del cosiddetto Movimento 17 ottobre, attraverso i quali avrebbero alimentato la mobilitazione antigovernativa e incoraggiato nuove manifestazioni potenzialmente violente.
Siher si trova nel carcere milanese di San Vittore. Per oggi, 27 ottobre, è stato fissato davanti alla gip Tiziana Landoni l’interrogatorio di convalida del fermo. La Procura ha chiesto che rimanga in custodia cautelare, prospettando rischi di fuga e reiterazione del reato. Allo stato degli ultimi aggiornamenti verificabili, non risulta ancora una decisione conclusiva del giudice.
Fin qui, i fatti della cronaca giudiziaria.
Ma è proprio da questo punto che dovrebbe cominciare il lavoro del giornalismo. Non limitarsi a riprodurre le formulazioni dell’accusa, né trasformarsi nell’avvocato degli indagati. Piuttosto, interrogare i fatti, ricostruire le sequenze temporali, distinguere le responsabilità individuali dalle cause collettive.
Perché, nella vicenda Siher, c’è un particolare che rischia di incrinare una narrazione troppo comoda.
Il Movimento 17 ottobre, secondo le stesse ricostruzioni investigative riportate dalla stampa, avrebbe creato i propri canali social dopo gli scontri che oggi vengono associati alla sua attività.
Un dettaglio cronologico tutt’altro che irrilevante.
Non dimostra l’innocenza di Siher rispetto alle successive condotte contestate. Ma impedisce, almeno allo stato delle informazioni disponibili, di attribuirgli automaticamente la paternità di una protesta che aveva già preso forma prima della comparsa delle pagine da lui amministrate.
Un conto è cercare di radicalizzare una mobilitazione già esistente. Un altro è averla concepita, organizzata e diretta fin dalle origini.
La distinzione non è soltanto linguistica. È giuridica, politica e morale.
Il bisogno di trovare una regia
Ogni volta che una rivolta attraversa le strade di una grande città, la tentazione di cercare un regista occulto riemerge quasi istintivamente.
Deve esserci qualcuno dietro. Un finanziatore, una centrale straniera, una rete clandestina, un’organizzazione estremista. Qualcuno che abbia ordinato, coordinato, suggerito e manipolato.
Naturalmente, queste ipotesi non possono essere escluse per principio. La storia conosce infiltrazioni, provocazioni, organizzazioni violente e tentativi di strumentalizzare il malcontento. Sarebbe ingenuo fingere il contrario.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo — e politicamente conveniente — immaginare che nessuna protesta popolare possa nascere autonomamente da un disagio reale.
A Milano, il 17 e 18 ottobre, la mobilitazione ha coinvolto soprattutto giovanissimi, con episodi di saccheggio, danneggiamenti e scontri con le forze dell’ordine. Le proteste si inseriscono in un contesto di malcontento per il costo della vita e di mobilitazioni antigovernative che hanno interessato anche altre città.
Le devastazioni non possono essere giustificate. Chi distrugge beni pubblici o privati, aggredisce persone o mette in pericolo la sicurezza altrui deve rispondere delle proprie azioni.
Ma la repressione dei reati non risolve automaticamente le cause sociali che contribuiscono a produrre la protesta.
E soprattutto non autorizza a confondere una moltitudine di manifestanti con un presunto organizzatore, né a trattare ogni espressione di dissenso come l’anticamera del terrorismo.
La società non è una macchina nella quale basti individuare un componente difettoso per ripristinare il funzionamento dell’insieme.
Le rivolte hanno spesso origini più complesse: marginalità, disuguaglianze, sfiducia nelle istituzioni, difficoltà economiche, esclusione sociale, assenza di prospettive e sensazione di non essere ascoltati.
Attribuirle interamente alla manipolazione di un agitatore può diventare un modo per sottrarsi alla domanda più impegnativa: perché tante persone erano già disponibili a scendere in piazza?
Il ricercatore, la moglie e l’etichetta di estremista islamico
C’è un altro aspetto che merita particolare attenzione.
Siher non è semplicemente il «marocchino arrestato», come potrebbe suggerire una lettura frettolosa della cronaca. È un cittadino italiano di seconda generazione, con una formazione universitaria in comunicazione e scienze politiche, attivo nella ricerca e nel giornalismo.
La moglie Sagia Hammoud è nata e cresciuta a Como, lavora nella mediazione interculturale e rivendica pubblicamente la propria appartenenza culturale libanese, palestinese e araba. Risulta impegnata nell’attivismo filopalestinese.
Elementi che contribuiscono a descrivere le loro biografie, non a dimostrare la commissione di un reato.
La coppia, sposatasi appena un mese prima dei fatti, si trova ora coinvolta in un’inchiesta estremamente grave. Lui privato della libertà in attesa delle decisioni giudiziarie, lei sottoposta a indagine senza misure cautelari.
È sufficiente questo per definirli estremisti islamici?
Evidentemente no.
L’origine marocchina, l’appartenenza culturale araba, la solidarietà con la popolazione palestinese o l’eventuale identità religiosa musulmana non costituiscono indizi di terrorismo.
Né una persona diventa estremista per avere criticato duramente il governo israeliano, per aver partecipato a manifestazioni pro Palestina o per avere denunciato le sofferenze dei civili di Gaza.
Altra cosa sono l’incitamento concreto alla violenza, l’apologia di atti terroristici o l’adesione a organizzazioni che perseguono finalità terroristiche. Su queste condotte la magistratura ha il dovere di indagare.
Ma occorrono fatti specifici, elementi verificabili e responsabilità individuali.
Non basta una biografia.
Non basta un cognome.
Non basta una bandiera palestinese.
Neppure la lettura di alcuni profili social, per quanto utile a comprendere orientamenti e linguaggio politico, può sostituire un accertamento giudiziario. Non emergono, dagli elementi pubblici finora verificati, basi sufficienti per descrivere Siher come esponente di un’organizzazione dell’estremismo islamista; questo non esclude, naturalmente, che specifici messaggi possano assumere rilevanza penale.
Ed è precisamente qui che il giornalismo dovrebbe esercitare una particolare vigilanza: impedire che un’identità culturale venga trasformata in un’aggravante sociale prima ancora che un giudice abbia esaminato i fatti.
Hamas, hacker russi e il rischio delle associazioni suggestive
L’inchiesta presenta ulteriori elementi che richiedono cautela.
Gli investigatori stanno verificando eventuali collegamenti con ambienti già coinvolti in un’indagine sui presunti finanziamenti ad Hamas e possibili contatti con reti di hacker filorussi.
Ma verificare un collegamento non significa averlo dimostrato.
Secondo l’ANSA, allo stato delle informazioni rese note il 25 ottobre non risultavano collegamenti diretti accertati tra la coppia e gli autori materiali degli scontri e dei saccheggi avvenuti nel centro di Milano.
La circostanza è decisiva.
La cronaca rischia infatti di comporre un mosaico nel quale parole di straordinaria potenza evocativa — Hamas, Russia, terrorismo, eversione, Palestina — finiscono per rafforzarsi reciprocamente nell’immaginario collettivo anche quando i rapporti fra i diversi elementi rimangono da dimostrare.
È il meccanismo dell’associazione suggestiva: ciò che è soltanto oggetto di verifica viene percepito come una conferma.
Il risultato può essere paradossale. Un cittadino finisce per apparire responsabile non soltanto dei fatti contestati, ma anche di tutti i fenomeni ai quali il suo nome è stato giornalisticamente accostato.
Se emergeranno prove di contatti operativi, finanziamenti illeciti o istigazioni penalmente rilevanti, dovranno essere valutate con il massimo rigore.
Se invece quei collegamenti non troveranno riscontro, sarà altrettanto doveroso riconoscerlo.
Lo Stato di diritto non vive soltanto della capacità di formulare accuse. Vive anche della capacità di riconoscere quando un’accusa non è sufficientemente dimostrata.
Terrorismo: una parola che non può diventare elastica
La contestazione della finalità di terrorismo è il profilo più delicato dell’intera vicenda.
Secondo la Procura, i messaggi diffusi attraverso i canali digitali avrebbero avuto la capacità di intimidire la popolazione e di incoraggiare un progetto di carattere eversivo.
Gli investigatori avrebbero inoltre individuato mappe delle città interessate da successive manifestazioni e comunicazioni rivolte a una platea digitale molto ampia. Sono circostanze che spiegano la serietà con cui l’autorità giudiziaria sta affrontando l’inchiesta.
Ma la gravità di un’ipotesi accusatoria non coincide con la sua dimostrazione.
Il terrorismo è una fattispecie giuridica specifica. Non può essere automaticamente identificato con l’uso di un linguaggio rivoluzionario, con l’avversione politica nei confronti del governo o con la convocazione di manifestazioni di protesta.
Occorre valutare contenuto, intenzionalità, contesto, condotte concretamente attribuibili agli indagati e gli altri requisiti previsti dalla legge.
Una democrazia sufficientemente forte non ha bisogno di dilatare indefinitamente il significato delle parole per difendersi.
Al contrario, quanto più grave è l’accusa, tanto maggiore deve essere il rigore nell’accertamento.
La domanda che si pone oggi non è se lo Stato abbia diritto di perseguire eventuali istigazioni alla violenza. Quel diritto è fuori discussione.
La domanda è se l’impianto accusatorio riuscirà a dimostrare tutte le responsabilità ipotizzate, compresa la finalità terroristica.
La risposta spetta ai giudici, non ai titoli dei giornali e neppure alle esigenze comunicative della politica.
Il capro espiatorio: un’antica tentazione del potere
Esiste una categoria antropologica e biblica che può aiutare a leggere criticamente questa vicenda: il capro espiatorio.
Nell’antico Israele, il rito descritto nel capitolo sedicesimo del Levitico prevedeva che, nel Giorno dell’Espiazione, un capro fosse simbolicamente caricato delle colpe della comunità e allontanato nel deserto.
Il significato teologico di quel rito appartiene alla storia dell’espiazione e della riconciliazione con Dio. Ma l’espressione è entrata nel linguaggio comune per descrivere un meccanismo ben diverso: trasferire su una persona o su un gruppo responsabilità e tensioni che hanno origini molto più ampie.
È questo il rischio che il caso Siher pone alla coscienza pubblica.
Non perché sia già dimostrato che il ricercatore sia stato scelto deliberatamente come capro espiatorio. Una simile affermazione richiederebbe prove che al momento non possediamo.
Ma perché la personalizzazione di una rivolta può produrre proprio quell’effetto: concentrare l’attenzione su uno o due indagati e allontanarla dalle ragioni collettive della protesta.
Una volta individuato il presunto sobillatore, il problema sembra risolto.
Il governo può mostrare che le istituzioni hanno reagito. L’opinione pubblica può rassicurarsi pensando che il disordine dipendesse da una regia esterna. Le difficoltà sociali che hanno alimentato la mobilitazione rischiano di scivolare sullo sfondo.
È una tentazione possibile per qualunque potere, di qualsiasi orientamento politico.
Ma non bisogna attribuire al governo un’intenzione che non sia stata documentata. Il fermo è un provvedimento della Procura, sottoposto al controllo del giudice, non un atto disposto dall’esecutivo.
Altra cosa è l’eventuale uso politico o mediatico che della vicenda potrebbe essere fatto.
Ed è su questo secondo piano che l’opinione pubblica deve mantenere alta la propria attenzione.
La prospettiva cristiana: prima la persona, poi l’accusa
Il cristianesimo possiede una sensibilità particolare verso il pericolo delle condanne collettive e dei giudizi formulati sulla base dell’appartenenza.
Nel Vangelo di Giovanni, di fronte alla donna accusata di adulterio, Gesù non banalizza la questione morale. Interrompe però il meccanismo di una condanna nella quale la persona rischia di scomparire dietro la sua colpa.
«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7).
Non è un invito all’impunità. È il richiamo alla responsabilità di chi giudica.
Applicare questa sensibilità alla vicenda milanese non significa equiparare un’indagine giudiziaria a una lapidazione, né mettere in discussione la necessità di proteggere la collettività.
Significa ricordare che la dignità della persona non viene sospesa quando comincia un procedimento penale.
Siher ha diritto alla difesa, alla presunzione di innocenza e a essere giudicato per le proprie condotte. Sua moglie ha il diritto di non essere considerata corresponsabile semplicemente perché condivide con lui la vita matrimoniale, fermo restando che anche le sue eventuali condotte individuali devono essere esaminate.
E i manifestanti hanno diritto a non vedere attribuite indistintamente a tutti le azioni violente compiute da alcuni.
La dottrina sociale della Chiesa riconosce l’autorità legittima dello Stato e il suo dovere di tutelare la sicurezza. Ma richiama anche la necessità della proporzionalità, della giustizia, della partecipazione e del rispetto dei diritti fondamentali.
Una sicurezza costruita sulla paura dell’altro non basta a edificare una società giusta.
Né il cristianesimo può accettare la facile sovrapposizione fra islam, immigrazione, attivismo politico e terrorismo.
Giudicare una persona per la sua religione o per le sue origini, anziché per le azioni effettivamente compiute, contraddirebbe il principio della dignità universale della persona umana.
Il Vangelo non chiede di rinunciare alla giustizia.
Chiede che la giustizia non perda mai il volto umano.
Le cause della protesta non entrano in carcere
Ecco allora il problema che rischia di essere eluso.
Anche nell’ipotesi in cui l’indagine dimostrasse la responsabilità di Siher per determinati messaggi o tentativi di organizzare manifestazioni violente, resterebbe aperta la domanda sulle ragioni sociali che hanno portato migliaia di giovani a manifestare.
Una responsabilità individuale non cancella una questione collettiva.
Il disagio economico non scompare con un fermo.
La precarietà lavorativa non viene risolta da una perquisizione.
La sfiducia nelle istituzioni non si dissolve perché viene chiusa una pagina Telegram.
E la rabbia di una generazione non trova risposta soltanto attraverso il linguaggio dell’ordine pubblico.
Questo non significa stabilire un rapporto automatico fra povertà e violenza. La grande maggioranza delle persone che affrontano difficoltà economiche non ricorre affatto alla violenza, e chi commette reati ne conserva la responsabilità.
Significa, più semplicemente, che uno Stato deve saper distinguere la tutela immediata della sicurezza dal compito, assai più impegnativo, di affrontare le condizioni che favoriscono il conflitto sociale.
La politica deve interrogarsi su salari, disuguaglianze, costo dell’abitare, prospettive dei giovani e credibilità della rappresentanza.
Quando rinuncia a questa fatica, rischia di ridurre la questione sociale a un problema di polizia.
È qui che la riflessione cristiana può offrire un contributo essenziale.
La pace sociale non coincide con l’assenza di manifestazioni. Non è il silenzio ottenuto attraverso la paura delle conseguenze.
È il risultato di una comunità nella quale le persone percepiscono di avere voce, riconoscono la legittimità delle istituzioni e trovano strumenti pacifici per correggere le ingiustizie.
La giustizia non consiste soltanto nel punire chi viola la legge. Consiste anche nel creare condizioni che rendano possibile una convivenza dignitosa.
Non assoluzioni preventive, ma neppure condanne anticipate
Sarebbe sbagliato fare di Youssef Siher un martire della libertà prima che siano esaminati gli elementi dell’inchiesta.
Sarebbe altrettanto sbagliato presentarlo come un terrorista già condannato, trasformando le ipotesi investigative in verità definitive.
Il giornalismo non deve scegliere fra le due scorciatoie.
Deve seguire gli sviluppi giudiziari, verificare la cronologia degli eventi, analizzare i contenuti effettivamente pubblicati sui social, distinguere fra l’organizzazione di proteste lecite e l’eventuale istigazione ad atti delittuosi.
Deve soprattutto vigilare affinché l’origine marocchina di un cittadino italiano e le radici palestinesi o libanesi della moglie non diventino ingredienti di una narrazione securitaria che preceda le prove.
C’è un ulteriore dettaglio da non trascurare. Il cosiddetto Movimento 17 ottobre prende il nome da una data che precede la creazione dei canali digitali oggetto dell’inchiesta. È pertanto necessario capire se gli indagati abbiano cercato di appropriarsi politicamente di un’ondata di protesta già esistente, di rilanciarla in nuove forme o se emergano responsabilità ulteriori non ancora rese pubbliche.
Sono ipotesi differenti, che producono conseguenze giudiziarie e valutazioni politiche differenti.
Il giudice dovrà verificare la tenuta del fermo e la sussistenza dei presupposti per la custodia cautelare. Gli sviluppi successivi chiariranno se e in quale misura l’impianto accusatorio possa reggere.
Ma nel frattempo nessuno dovrebbe dimenticare le domande alle quali una sentenza non potrà, da sola, rispondere.
Perché tanti giovani sono scesi in piazza? Quale rapporto hanno oggi con le istituzioni? Quali strumenti pacifici di partecipazione vengono loro offerti? E quanto la comunicazione politica contribuisce ad ascoltare il dissenso, anziché considerarlo soltanto una minaccia?
Non sono domande secondarie. Sono domande sulla qualità della nostra democrazia.
Quando il potere cerca un colpevole e la società cerca una risposta
La vicenda di Youssef Siher e Sagia Hammoud è ancora aperta.
Potranno emergere elementi che confermino alcune ipotesi investigative, ne ridimensionino altre o conducano a conclusioni diverse.
La magistratura dovrà lavorare senza pressioni. La difesa dovrà poter esercitare pienamente le proprie prerogative. L’informazione dovrà raccontare i fatti senza trasformarsi né in procura parallela né in tribunale dell’assoluzione preventiva.
La politica, invece, dovrebbe resistere alla tentazione di considerare un arresto come la soluzione di un conflitto sociale.
Perché una città può tornare tranquilla senza essere diventata più giusta.
E un Paese può vedere diminuire le manifestazioni senza aver risolto alcuna delle ragioni che le avevano provocate.
Il rischio del capro espiatorio non consiste soltanto nell’eventualità che un innocente venga accusato ingiustamente. Consiste anche nella possibilità che una responsabilità individuale, perfino quando realmente dimostrata, venga utilizzata per nascondere responsabilità più diffuse.
La coscienza cristiana invita a diffidare di ogni semplificazione che trasformi una persona nel contenitore delle paure collettive.
Non occorre negare il male commesso per riconoscere che nessun individuo può essere ridotto interamente al male che gli viene attribuito.
E non occorre giustificare una rivolta per capire che, dietro il disordine, possono esistere domande di giustizia alle quali qualcuno deve pur rispondere.
In fondo, la vicenda milanese ci consegna un interrogativo che supera il destino giudiziario di due persone.
Siamo davvero interessati a comprendere perché una parte della società si ribella, oppure ci basta trovare qualcuno da indicare come responsabile della ribellione?
Una democrazia matura non ha paura né della verità giudiziaria né della verità sociale.
Le cerca entrambe.
Perché arrestare un eventuale istigatore può essere necessario per prevenire un reato. Ma ascoltare le ragioni del dissenso è necessario per evitare che la società continui a produrre fratture sempre più profonde.
Il Vangelo ci ricorda che la giustizia non consiste nel trovare qualcuno sul quale scaricare le colpe di tutti, ma nel riconoscere la verità, custodire la dignità di ciascuno e assumersi la responsabilità del bene comune.
E nessun capro espiatorio, vero o presunto, potrà mai sostituire questo dovere.
Il caso Siher mette alla prova non soltanto la tenuta di un’accusa di terrorismo, ma anche la capacità della politica di distinguere la violenza dal dissenso e le responsabilità personali dalle cause sociali. La magistratura accerterà i fatti. Alla società resta il compito di non trasformare due indagati nel volto rassicurante di una spiegazione troppo semplice.
