La Lista degli Studenti conquista la maggioranza parlamentare con oltre il 52% dei voti. Dopo due anni di proteste contro la corruzione, la Serbia sceglie una nuova stagione politica. Una vittoria nata nelle università, cresciuta attraverso i social network e trasformata in partecipazione democratica. Mentre si moltiplicano le accuse di ingerenze straniere nelle elezioni, Belgrado dimostra quanto possa incidere la mobilitazione autonoma dei cittadini.
Sono partiti dalle aule universitarie, hanno occupato le piazze, attraversato villaggi e città, sfidato un sistema politico consolidato e infine conquistato il Parlamento. Gli studenti serbi hanno realizzato ciò che fino a pochi mesi fa sembrava improbabile: sconfiggere nelle urne il blocco politico di Aleksandar Vučić, protagonista della vita pubblica nazionale da oltre un decennio. Con quasi il 70% di partecipazione e una maggioranza parlamentare autonoma, la Serbia consegna all’Europa una lezione di democrazia dal basso. In un’epoca dominata dal sospetto delle interferenze straniere, dall’influenza degli algoritmi e dalla sfiducia verso le istituzioni, una generazione di giovani ha dimostrato che i social possono diventare strumenti di partecipazione e che il desiderio di autodeterminazione può trasformarsi in un risultato elettorale.
Dalle università al Parlamento: la rivoluzione democratica degli studenti serbi
C’è un dettaglio, nella notte elettorale di Belgrado, che racconta questa vicenda meglio di molte analisi politiche. Quando Aleksandar Vučić ha riconosciuto la sconfitta, nelle strade della capitale sono esplose le celebrazioni. Ma i protagonisti non erano i militanti di un partito tradizionale, né i seguaci di un leader carismatico. Erano soprattutto studenti, giovani lavoratori, insegnanti, famiglie e cittadini che per quasi due anni avevano imparato a riconoscersi in una domanda semplice e radicale: chi governa deve rispondere delle proprie responsabilità.
Il 25 ottobre 2026 questa domanda si è trasformata in una maggioranza parlamentare.
Con quasi il 99% delle schede scrutinate, la Lista degli Studenti, Studentska lista – Studenti pobeđuju, ha ottenuto circa il 52,7% dei voti, contro il 39,2% della coalizione guidata dal Partito Progressista Serbo. Secondo i dati diffusi lunedì, alla nuova formazione andrebbero 139 dei 250 seggi dell’Assemblea nazionale, sufficienti per governare senza dover costruire una maggioranza con i partiti tradizionali.
L’affluenza, vicina al 70%, è stata la più alta registrata nel Paese dalla dissoluzione della Jugoslavia. Un dato particolarmente importante in un continente nel quale l’astensionismo viene spesso interpretato come il sintomo di una crescente disaffezione verso la politica.
La Serbia ha dimostrato che quella disaffezione non è necessariamente irreversibile. Quando una parte significativa dei cittadini ritrova motivi credibili per partecipare, le urne possono tornare a essere lo strumento attraverso il quale una società ridefinisce il proprio futuro.
Sedici morti a Novi Sad: quando il dolore diventa domanda di giustizia
Per comprendere il significato di questa vittoria bisogna tornare al 1° novembre 2024.
Quel giorno, alla stazione ferroviaria di Novi Sad, il crollo di una pensilina provocò una tragedia che avrebbe causato sedici morti. Un disastro che sollevò interrogativi sulla sicurezza delle infrastrutture, sulla gestione degli appalti pubblici e sulle possibili responsabilità amministrative e politiche.
Gli studenti iniziarono a mobilitarsi chiedendo trasparenza, accesso ai documenti e accertamento delle responsabilità.
Non chiedevano inizialmente di governare il Paese. Chiedevano che lo Stato rispondesse ai cittadini.
La differenza è fondamentale.
La protesta nacque da una richiesta di giustizia e si allargò progressivamente alla critica delle istituzioni, del clientelismo, della concentrazione del potere e delle difficoltà incontrate dall’informazione indipendente.
Le università divennero luoghi di discussione pubblica. Le assemblee studentesche si trasformarono in laboratori di partecipazione. Alle manifestazioni si unirono docenti, lavoratori, pensionati, professionisti e famiglie.
La morte di sedici persone aveva sollevato una questione più ampia: quale valore attribuisce uno Stato alla vita dei propri cittadini quando le istituzioni non riescono a garantire pienamente trasparenza e responsabilità?
Il movimento studentesco non poteva sostituirsi alla magistratura nell’accertamento delle colpe. Poteva però rivendicare il diritto della società a conoscere la verità.
Ed è proprio su questa distinzione fra giustizia e potere che ha costruito gran parte della propria credibilità.
I social network: dalla comunicazione verticale alla partecipazione orizzontale
Quella serba è anche una vicenda che merita di essere studiata nelle facoltà di comunicazione.
Per anni la politica ha utilizzato i social network prevalentemente come strumenti di propaganda elettorale: messaggi confezionati dai vertici, contenuti emotivi, campagne di personalizzazione, investimenti pubblicitari e comunicazione costruita attorno al volto del leader.
Gli studenti serbi hanno sperimentato qualcosa di differente.
Attraverso le piattaforme digitali hanno coordinato manifestazioni, diffuso documenti, condiviso testimonianze, organizzato spostamenti e reso visibili iniziative che difficilmente avrebbero trovato spazio nei circuiti informativi più vicini al potere.
Ma l’aspetto più interessante riguarda la struttura stessa del movimento.
Non una comunicazione rigidamente verticale, nella quale un capo impartisce direttive a una platea di sostenitori, bensì una rete di assemblee, gruppi territoriali e organismi di coordinamento.
La comunicazione non serviva soltanto a convincere gli elettori. Serviva a mettere in relazione cittadini che avevano smesso di sentirsi rappresentati.
È una distinzione decisiva.
I social sono stati un’infrastruttura di mobilitazione, non la causa sufficiente della vittoria. I giovani hanno infatti accompagnato l’attività digitale con iniziative capillari: marce di centinaia di chilometri, incontri nei villaggi, assemblee pubbliche e conversazioni dirette con persone che non avevano accesso a un’informazione televisiva pluralista.
La campagna Uno studente in ogni villaggio ha espresso efficacemente questa filosofia.
Internet ha consentito di costruire la rete, ma è stato l’incontro personale a trasformarla in una comunità politica.
In questo senso, il caso serbo rappresenta un correttivo alla convinzione secondo cui la comunicazione contemporanea sarebbe destinata a consumarsi interamente sugli schermi.
I ragazzi hanno utilizzato gli smartphone, ma poi sono usciti dalle università e hanno camminato sulle strade del proprio Paese.
Hanno trasformato una connessione digitale in una relazione umana.
E una relazione umana in partecipazione democratica.
L’accusa di ingerenza straniera e il diritto di un popolo a scegliere
C’è un altro elemento che conferisce particolare rilevanza internazionale alla consultazione serba.
Negli ultimi anni il dibattito sulle elezioni è stato attraversato dal tema delle interferenze straniere: campagne di disinformazione, finanziamenti opachi, operazioni di influenza e tentativi di condizionare l’opinione pubblica attraverso piattaforme digitali.
Sono fenomeni reali, che richiedono strumenti di prevenzione e verifiche rigorose.
Ma il rischio opposto consiste nel trasformare il sospetto di ingerenza in una spiegazione universale di qualsiasi movimento politico sgradito a chi governa.
Vučić e diversi esponenti del suo schieramento hanno ripetutamente accusato gli studenti di partecipare a un progetto sostenuto dall’estero, finalizzato a destabilizzare la Serbia e a provocare una cosiddetta rivoluzione colorata.
Accuse che non possono essere considerate dimostrate semplicemente perché formulate dalle autorità.
La mobilitazione ha certamente attirato l’attenzione internazionale e ricevuto manifestazioni di solidarietà. Ma questo non basta a identificarla come un’operazione eterodiretta.
La sua origine documentata rimane la tragedia di Novi Sad, seguita da quasi due anni di proteste organizzate all’interno della società serba.
La questione centrale, dunque, è stabilire una distinzione fra un’effettiva interferenza straniera, da accertare attraverso prove, e il normale diritto dei cittadini di contestare democraticamente il proprio governo.
La sovranità non appartiene esclusivamente a chi esercita temporaneamente il potere.
Appartiene anzitutto al popolo.
L’autodeterminazione non consiste nel difendere indefinitamente un governo dalle critiche. Consiste nel garantire ai cittadini la possibilità di confermarlo o sostituirlo liberamente.
È questo il principio che il voto serbo riporta al centro del dibattito europeo.
Ed è un principio che vale indipendentemente dall’orientamento politico dei vincitori.
I giovani non sono soltanto il futuro: sono cittadini del presente
La retorica politica ama definire i giovani il futuro della società.
È una formula rassicurante, ma contiene talvolta una comoda forma di rinvio.
I giovani vengono celebrati come promessa e contemporaneamente esclusi dai luoghi nei quali si prendono le decisioni.
Devono studiare, formarsi, acquisire esperienza, aspettare il proprio turno.
In Serbia, invece, una generazione ha rivendicato il diritto di intervenire immediatamente nelle questioni pubbliche.
Non ha chiesto semplicemente maggiori opportunità lavorative o nuovi investimenti nell’università. Ha interrogato la qualità delle istituzioni, il funzionamento della giustizia, la libertà dell’informazione e la responsabilità di chi amministra il denaro pubblico.
Si tratta di temi che riguardano l’intera comunità nazionale.
Ed è precisamente questa capacità di superare gli interessi di categoria che ha consentito al movimento di trasformarsi in una forza maggioritaria.
La Lista degli Studenti non è composta esclusivamente da universitari. I candidati sono stati selezionati attraverso un processo promosso dalle assemblee e comprendono docenti, professionisti, economisti, medici, agricoltori e personalità provenienti dalla società civile.
Fra i nomi emersi figurano l’ex governatore della banca centrale Dejan Šoškić, il cardiologo Ilija Srđanović e il professore universitario Radomir Šajčić.
La scelta di non costruire immediatamente il movimento attorno a un unico capo ha rappresentato una delle sue caratteristiche più originali.
La leadership diffusa ha favorito la partecipazione, ma apre adesso una questione impegnativa: come trasformare una rete di protesta in una struttura di governo capace di assumere decisioni coerenti?
Perché la democrazia partecipativa non elimina la necessità delle istituzioni. Al contrario, ne richiede il funzionamento.
La lezione per l’Europa: non tutto nasce dai palazzi
Il voto serbo arriva in un momento nel quale molti sistemi politici europei manifestano difficoltà nel rapporto con le nuove generazioni.
L’aumento del costo della vita, l’accesso sempre più difficile alla casa, la precarietà lavorativa, le disuguaglianze e la sfiducia verso i partiti tradizionali alimentano una distanza crescente fra cittadini e istituzioni.
In questo contesto, i giovani vengono spesso descritti come disinteressati alla politica.
L’esperienza serba suggerisce una lettura diversa.
Può accadere che non siano i giovani a disinteressarsi della politica, ma che siano determinate forme di politica a non riuscire più a rappresentarne le aspettative.
Quando il confronto pubblico si riduce alla contrapposizione permanente fra leader, quando i programmi diventano accessori della comunicazione e quando le istituzioni sembrano incapaci di correggere i propri errori, la partecipazione perde credibilità.
Gli studenti serbi hanno ricostruito una forma di coinvolgimento a partire da problemi concreti.
Non hanno chiesto ai cittadini di aderire preventivamente a una dottrina politica complessiva. Hanno proposto obiettivi riconoscibili: trasparenza, lotta alla corruzione, indipendenza delle istituzioni, qualità dell’istruzione e responsabilità pubblica.
Questo non significa che le loro proposte siano sufficienti a risolvere tutte le difficoltà del Paese.
Significa però che il confronto democratico può essere ricostruito attorno a questioni comprensibili, senza dipendere esclusivamente dalla polarizzazione ideologica.
Il nuovo governo e le sfide della sovranità serba
La vittoria apre inevitabilmente una stagione di interrogativi.
Il nuovo movimento dovrà confrontarsi con la formazione del governo, la gestione delle finanze pubbliche, la riforma della giustizia, il funzionamento dell’amministrazione e la ricostruzione della fiducia nelle istituzioni.
Dovrà soprattutto chiarire la propria collocazione internazionale.
La Serbia mantiene rapporti storici con la Russia, importanti legami economici con la Cina e un processo di avvicinamento all’Unione europea.
Rimane aperta la questione del Kosovo, che attraversa profondamente l’identità nazionale e continua a condizionare le relazioni diplomatiche con Bruxelles e con molti partner occidentali.
Sarebbe quindi semplicistico interpretare il risultato come una vittoria automatica dell’Occidente sulla Russia, oppure come il contrario.
Il movimento studentesco raccoglie sensibilità differenti e ha privilegiato durante la campagna elettorale le questioni interne rispetto agli orientamenti geopolitici.
La sua affermazione non autorizza nessuna capitale straniera a considerare la Serbia definitivamente acquisita alla propria sfera d’influenza.
Il principio dell’autodeterminazione implica anche questo: riconoscere che un Paese possa scegliere autonomamente le proprie alleanze e priorità, nel rispetto degli obblighi internazionali e dei diritti fondamentali.
Una Serbia più democratica non dovrebbe essere considerata proprietà politica né di Mosca, né di Bruxelles, né di Washington.
Dovrebbe essere anzitutto una Serbia nella quale i cittadini possano esercitare liberamente la propria sovranità.
La piazza ha vinto. Adesso deve governare la responsabilità
L’entusiasmo delle celebrazioni non deve nascondere la complessità della transizione.
La maggioranza parlamentare offre alla Lista degli Studenti la possibilità di avviare riforme importanti, ma non garantisce automaticamente il loro successo.
Le istituzioni serbe presentano problemi consolidati. Il controllo politico di settori dell’amministrazione, le difficoltà dell’informazione indipendente e le accuse di corruzione richiederanno interventi strutturali.
Inoltre, una coalizione nata attorno alla contestazione di un sistema può incontrare divergenze quando deve stabilire priorità economiche, approvare bilanci e assumere decisioni impopolari.
L’assenza di un leader unico, che durante la mobilitazione ha rappresentato una risorsa, dovrà confrontarsi con le esigenze di coordinamento dell’esecutivo.
Ma proprio qui si misurerà la profondità della novità serba.
La trasformazione democratica non sarà compiuta quando gli studenti avranno occupato i posti dei precedenti governanti, ma quando avranno contribuito a rendere le istituzioni meno dipendenti dalle persone che le dirigono.
È la differenza fra sostituire una classe politica e modificare il rapporto fra potere e cittadini.
L’eventuale successo della nuova esperienza dipenderà dalla capacità di tutelare anche i diritti di chi non l’ha votata, garantire pluralismo e rendere effettivi i controlli sull’operato del governo.
Perché nessuna maggioranza, per quanto ampia, esaurisce da sola la volontà di un popolo.
Una generazione che ha ritrovato la propria voce
La notte del 25 ottobre 2026 resterà nella storia politica serba.
Dopo quasi due anni di manifestazioni, blocchi universitari, marce e campagne civiche, un movimento nato dalla richiesta di verità su sedici morti ha ottenuto una maggioranza parlamentare.
Il risultato offre una prospettiva interessante anche sul rapporto fra comunicazione e democrazia.
Siamo abituati a considerare le tecnologie digitali soprattutto attraverso i loro rischi: disinformazione, manipolazione degli algoritmi, polarizzazione e interferenze esterne.
Sono rischi che non possono essere ignorati.
Ma esiste anche una possibilità diversa.
Le piattaforme possono favorire l’organizzazione autonoma dei cittadini, la circolazione di informazioni alternative, il controllo pubblico delle istituzioni e il coinvolgimento di persone precedentemente escluse dal dibattito.
Non dipende soltanto dalla tecnologia. Dipende dall’uso che le comunità decidono di farne.
La Serbia ha mostrato che la comunicazione digitale può accompagnare una mobilitazione democratica quando rimane collegata alla realtà delle persone e alla responsabilità dell’azione pubblica.
Gli studenti hanno comunicato attraverso gli schermi, ma hanno conquistato fiducia incontrando i propri concittadini.
Hanno condiviso contenuti online, ma hanno costruito consenso camminando per le strade.
Hanno contestato il potere, ma hanno accettato la verifica del voto.
È forse questo l’aspetto più significativo della loro esperienza.
In un tempo nel quale la politica viene spesso raccontata come il risultato di operazioni mediatiche, campagne tecnologiche e strategie elaborate lontano dai cittadini, una generazione ha riportato al centro la dimensione elementare della democrazia: la partecipazione personale.
E ha ricordato che l’autodeterminazione non è un concetto astratto riservato ai trattati internazionali.
È il diritto di un popolo di decidere chi debba governarlo e di pretendere che chi governa risponda del proprio operato.
La frase pronunciata da Radomir Šajčić nella notte della vittoria racchiude la sfida che attende la Serbia: «Questa sera celebriamo la vittoria, domani costruiamo il futuro».
È una promessa che il nuovo governo dovrà dimostrare di saper mantenere.
Perché vincere le elezioni significa ricevere una responsabilità. Non acquisire un privilegio.
E forse la lezione più importante che arriva da Belgrado è proprio questa: la democrazia può ritrovare vitalità quando i cittadini, soprattutto i più giovani, smettono di considerarsi spettatori della storia e decidono di diventarne protagonisti.
La Serbia consegna all’Europa una lezione che supera i confini dei Balcani: i social possono mobilitare, ma sono la coscienza civica, la partecipazione e la volontà di autodeterminazione a trasformare una protesta in una maggioranza democratica. Gli studenti hanno dimostrato che il futuro non deve necessariamente essere deciso dai potenti. Ora dovranno dimostrare che può essere governato senza riprodurne i metodi.
