Lula vince, Trump tace e tramonta il sogno della dinastia Bolsonaro

La storica rimonta del presidente brasiliano consegna al mondo un messaggio che supera i confini delle urne: la sovranità non si negozia e la democrazia non si eredita. Oltre 128 milioni di cittadini al voto, nonostante piogge torrenziali, autobus rimasti nelle rimesse e una controversa proroga di due ore. Cuba esulta, i leader mondiali riconoscono il risultato, mentre Washington e Buenos Aires scelgono il silenzio. Il Brasile non ha votato soltanto per un presidente: ha riaperto la discussione sul proprio modello di sviluppo e sul posto dell’America Latina nel mondo.

C’è qualcosa di profondamente latinoamericano, e insieme universalmente democratico, nella notte brasiliana del 25 ottobre 2026. Un popolo immenso, attraversato da contraddizioni sociali, disuguaglianze economiche e ferite politiche ancora aperte, ha scelto di affidare nuovamente la presidenza a Luiz Inácio Lula da Silva. Non si è trattato di un plebiscito né di una vittoria schiacciante. È stata una decisione combattuta fino all’ultima scheda, maturata attraverso un’affluenza straordinaria e una rimonta che non aveva precedenti nella storia democratica recente del Paese.

Il risultato definitivo, proclamato dal Tribunale Superiore Elettorale, assegna a Lula 64.256.232 voti, pari al 51,79%, contro i 59.826.041 voti, il 48,21%, ottenuti da Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair. Oltre quattro milioni di voti separano i due candidati. Ma il dato politicamente più significativo riguarda la partecipazione: 128,2 milioni di brasiliani si sono recati alle urne, con un’affluenza del 80,8% e un’astensione scesa al 19,2%, contro il 21,08% del primo turno. 

La democrazia brasiliana ha risposto con una mobilitazione popolare imponente. Tanto più sorprendente perché il 4 ottobre era stato Flávio Bolsonaro a prevalere, con il 47,03% contro il 45,16% di Lula. Mai, da quando il Brasile è tornato alla democrazia, un candidato arrivato secondo al primo turno era riuscito a ribaltare il risultato al ballottaggio.

Lula, a ottant’anni, conquista così il suo quarto mandato presidenziale. L’ex operaio metallurgico, il sindacalista cresciuto nelle lotte del lavoro, torna a essere protagonista di una vicenda politica che sembrava destinata a chiudersi con l’affermazione di una nuova generazione della destra brasiliana.

Ma la storia, soprattutto quando incontra la volontà popolare, raramente segue i copioni preparati dagli altri.

La sovranità non è una concessione di Washington

La vittoria di Lula assume un significato che va oltre la normale alternanza democratica.

Il Brasile è la maggiore economia dell’America Latina, una delle principali potenze agricole e industriali del pianeta, un protagonista dei BRICS e un interlocutore indispensabile nelle relazioni fra Nord e Sud del mondo. Non è una periferia geopolitica che attende istruzioni dalle grandi capitali.

Proprio per questo, il suo rapporto con gli Stati Uniti rappresenta uno dei nodi politici più delicati della nuova fase.

Donald Trump ha costruito una parte importante della propria politica latinoamericana attorno alla riaffermazione dell’influenza statunitense nell’emisfero occidentale. Il Brasile di Lula, invece, rivendica una politica estera autonoma, capace di dialogare con Washington senza rinunciare ai rapporti con Pechino, con gli altri Paesi emergenti e con il Sud globale.

La distinzione è fondamentale. Rifiutare una condizione di subordinazione non significa scegliere l’ostilità verso gli Stati Uniti. Significa rivendicare il diritto di avere rapporti con tutti senza diventare proprietà politica di nessuno.

Lula lo ha ribadito nel discorso della vittoria, richiamando l’idea che il Brasile debba parlare con la stessa dignità tanto alle grandi potenze quanto ai propri vicini latinoamericani. E ha condensato questa impostazione in una dichiarazione inequivocabile: il Brasile non accetta di essere il cortile di casa di nessuno. 

È una frase che riecheggia un’intera stagione della storia latinoamericana, segnata da interferenze straniere, colpi di Stato, dipendenze economiche e tentativi di condizionamento politico.

Naturalmente non tutti coloro che hanno votato Lula lo hanno fatto per contestare Washington. Sarebbe una semplificazione ingiusta verso milioni di elettori, preoccupati soprattutto per salari, prezzi, sicurezza e condizioni di vita.

Ma l’esito elettorale conferisce al presidente un mandato democratico per proseguire la propria politica di autonomia internazionale.

Ed è qui che il voto brasiliano assume un significato particolarmente rilevante: l’autodeterminazione di un popolo non consiste soltanto nella possibilità di scegliere chi governa, ma anche nella libertà di decidere quali relazioni economiche, politiche e culturali costruire con il resto del mondo.

Il Brasile e il modello Milei: due idee diverse di società

C’è poi un’altra questione, forse ancora più importante perché investe direttamente la vita quotidiana delle persone.

La rielezione di Lula mantiene aperta una strada economica diversa da quella rappresentata dal presidente argentino Javier Milei.

L’Argentina ha scelto un programma di liberalizzazione radicale, ridimensionamento dello Stato, disciplina fiscale e centralità del mercato. I sostenitori di Milei considerano queste politiche necessarie per correggere squilibri strutturali e stabilizzare un’economia a lungo segnata dall’inflazione. I critici ne denunciano invece i costi sociali, la riduzione di alcune protezioni pubbliche e il rischio di accentuare le disuguaglianze.

Lula rappresenta un’impostazione differente, nella quale lo Stato conserva responsabilità decisive nella redistribuzione della ricchezza, nella tutela del lavoro, nella lotta contro la fame e nello sviluppo industriale.

Non significa che il Brasile abbia rinunciato al capitalismo o all’economia di mercato. Al contrario, Lula governa un sistema nel quale grandi imprese, agricoltura d’esportazione, finanza internazionale e investimenti privati conservano un peso enorme.

Ma esiste una differenza sostanziale fra riconoscere l’importanza del mercato e trasformarlo nell’unico criterio attraverso il quale giudicare il valore delle persone e delle istituzioni.

È proprio questa seconda prospettiva, spesso associata alle forme più radicali del neoliberismo, a sollevare interrogativi che non appartengono esclusivamente alla cultura politica della sinistra.

Anche la dottrina sociale della Chiesa ha ripetutamente ricordato che l’economia deve essere al servizio della persona e che la libertà economica non può essere separata dalla giustizia sociale, dal bene comune e dalla dignità del lavoro.

La critica al turbocapitalismo, dunque, non richiede necessariamente l’adesione a un modello socialista. Può nascere anche dalla convinzione, profondamente umanistica e cristiana, che una società non si misuri soltanto dalla crescita del prodotto interno lordo, ma dalla condizione concreta dei suoi cittadini più vulnerabili.

La questione decisiva sarà verificare se Lula saprà tradurre questa impostazione in risultati sostenibili. Il Brasile deve infatti confrontarsi con un debito pubblico elevato, tassi d’interesse pesanti e un Congresso prevalentemente conservatore. La giustizia sociale non può essere affidata alle sole intenzioni: richiede risorse, buona amministrazione e solidità economica. 

Gli autobus nelle rimesse e la democrazia costretta a fare gli straordinari

La giornata elettorale è stata segnata da episodi che meritano un approfondimento ben oltre la cronaca.

In diverse città brasiliane migliaia di cittadini hanno denunciato difficoltà nel raggiungere i seggi, nonostante l’obbligo di garantire il trasporto pubblico gratuito durante le consultazioni.

A Salvador de Bahia, una delle principali città del Nordest, regione tradizionalmente favorevole a Lula, le verifiche delle autorità hanno individuato centinaia di autobus fermi nelle rimesse mentre gli elettori lamentavano lunghe attese alle fermate.

L’agenzia pubblica Agência Brasil ha riferito che una prima ispezione del Procon della Bahia aveva individuato 370 mezzi fermi in quattro depositi. Successive verifiche, riportate dalla stampa brasiliana, hanno segnalato un numero ancora maggiore di autobus disponibili ma non in servizio.

Il presidente Lula ha accusato alcuni sindaci, fra cui Bruno Reis a Salvador, Ricardo Nunes a San Paolo e José Ronaldo a Feira de Santana, di avere ostacolato l’accesso alle urne. Le amministrazioni coinvolte hanno respinto le contestazioni o fornito spiegazioni differenti sulle difficoltà organizzative.

A Salvador, il sindaco ha negato irregolarità, sostenendo che parte dei problemi fosse legata anche a una controversia sulla propaganda politica collocata su alcuni mezzi.

Le autorità elettorali e gli organismi competenti dovranno stabilire eventuali responsabilità. La riduzione del servizio è documentata; l’esistenza di un piano politico coordinato per impedire il voto, invece, non può essere considerata accertata. 

Resta una questione di principio.

In un Paese nel quale milioni di cittadini dipendono dagli autobus per raggiungere il posto di lavoro, gli ospedali e gli uffici pubblici, il trasporto nel giorno delle elezioni diventa parte integrante dell’effettività del diritto di voto.

Per un cittadino benestante, l’assenza dell’autobus può essere un contrattempo. Per una lavoratrice che abita lontano dal seggio e non possiede un’automobile può significare perdere la possibilità di partecipare alla scelta del proprio governo.

La democrazia non si esaurisce nel diritto astratto di votare. Richiede che quel diritto sia concretamente esercitabile.

La controversia ha condotto a una decisione senza precedenti: il giudice Cristiano Zanin, del Supremo Tribunale Federale, ha disposto la proroga della votazione dalle 17 alle 19 nelle sezioni ancora aperte.

La misura, tuttavia, è arrivata quando numerosi seggi avevano già terminato le operazioni. Il presidente del Tribunale Superiore Elettorale, Kassio Nunes Marques, ha spiegato che ciò ha comportato problemi organizzativi e ritardi nell’elaborazione dei risultati.

C’è un particolare che rende ancora più complessa la polemica: anche la campagna di Flávio Bolsonaro aveva chiesto una proroga delle votazioni, sebbene limitata ad alcuni Stati colpiti dal maltempo.

Eppure, dopo la sconfitta, Bolsonaro ha contestato proprio la proroga, annunciando l’intenzione di chiedere l’annullamento del voto.

La contraddizione politica è evidente. La sua rilevanza giuridica, invece, dovrà essere valutata dalle istituzioni competenti.

Il Tribunale elettorale ha comunque proclamato il risultato definitivo e il suo presidente ha sostenuto che le difficoltà della proroga non hanno modificato l’esito della consultazione.

La pioggia nel Sud e il ricordo della Brexit

Come se non bastassero i problemi dei trasporti, il Brasile ha dovuto confrontarsi anche con condizioni meteorologiche particolarmente difficili.

Temporali intensi, allagamenti e interruzioni dell’energia elettrica hanno interessato soprattutto alcune aree meridionali, fra cui Paraná, Santa Catarina e Rio Grande do Sul, regioni nelle quali la destra bolsonarista conserva un radicamento importante.

Le autorità elettorali avevano predisposto un monitoraggio climatico straordinario. In Paraná le perturbazioni hanno interessato numerosi comuni e centinaia di locali di votazione; in Santa Catarina si sono registrate interruzioni elettriche, mentre nel Rio Grande do Sul alcuni seggi sono stati trasferiti a causa degli allagamenti. 

La campagna di Flávio Bolsonaro aveva chiesto di prolungare le operazioni anche per consentire agli elettori delle zone colpite di raggiungere le urne.

Questo dettaglio è importante perché impedisce una lettura semplicistica della vicenda: le difficoltà di accesso al voto hanno riguardato territori politicamente differenti e richieste di tutela sono arrivate da entrambi gli schieramenti.

La pioggia richiama alla memoria quanto accadde nel Regno Unito il 23 giugno 2016, quando il referendum sulla Brexit si svolse sotto precipitazioni particolarmente intense in alcune zone, soprattutto nel Sud dell’Inghilterra e nell’area londinese.

Allora si discusse del possibile effetto del maltempo sulla partecipazione e quindi sull’esito del referendum.

Non è però mai stato dimostrato che la pioggia abbia determinato la vittoria del Leave.

Il parallelo con il Brasile va dunque inteso per quello che è: un richiamo alla fragilità materiale dei processi democratici, non una spiegazione automatica del risultato.

Le elezioni possono essere influenzate da fattori apparentemente estranei alla politica: un autobus che non passa, una strada allagata, una cabina elettorale irraggiungibile.

Per questo la qualità della democrazia si misura anche nella capacità delle istituzioni di garantire condizioni il più possibile uguali a tutti i cittadini.

Cuba festeggia, l’America Latina riconosce Lula

Le reazioni internazionali raccontano la portata geopolitica del risultato.

Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha rivolto a Lula congratulazioni particolarmente calorose, definendo la sua affermazione una vittoria storica nel segno della pace, della sovranità e della giustizia sociale.

L’Avana considera la continuità della presidenza Lula importante anche per la possibilità di rafforzare l’integrazione latinoamericana e caraibica.

Non stupisce. Cuba vive una fase estremamente difficile, segnata dalla crisi economica, dalle carenze energetiche e dalle tensioni con Washington. Un Brasile disponibile al dialogo rappresenta un interlocutore diplomatico significativo, anche se ciò non elimina le profonde differenze tra il sistema politico cubano e quello brasiliano.

Ma sarebbe riduttivo interpretare la vittoria di Lula come una soddisfazione esclusiva dei governi di sinistra.

La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha salutato il risultato come una vittoria del popolo brasiliano e della democrazia.

Il presidente uruguaiano Yamandú Orsi ha telefonato personalmente a Lula, mentre Santiago Peña, presidente conservatore del Paraguay, ha sottolineato l’importanza della cooperazione economica e dell’integrazione regionale.

Congratulazioni sono arrivate anche da Rodrigo Paz, presidente della Bolivia, e da José Raúl Mulino, presidente di Panama.

Particolarmente significativo il gesto del presidente cileno José Antonio Kast, esponente della destra, che ha riconosciuto il risultato e richiamato le responsabilità condivise dei due Paesi nell’integrazione economica e nella lotta contro la criminalità organizzata.

Fuori dal continente, anche il primo ministro canadese Mark Carney ha ribadito la volontà di rafforzare la collaborazione con Brasilia. 

Il riconoscimento proveniente da governi di orientamenti ideologici diversi dimostra una circostanza essenziale: i rapporti tra Stati non possono dipendere esclusivamente dalle simpatie personali o dalle affinità politiche fra i loro dirigenti.

Le elezioni passano. La geografia rimane.

E il Brasile è troppo importante perché i suoi vicini possano permettersi di ignorarne il presidente democraticamente eletto.

Trump tace. E il silenzio diventa una notizia

Di ben altro tenore è stata la reazione di Washington.

O, più precisamente, la mancata reazione.

Fino al pomeriggio di lunedì 26 ottobre, Donald Trump non aveva pubblicamente congratulato Lula per la vittoria.

Durante la giornata elettorale aveva dichiarato che gli Stati Uniti stavano seguendo attentamente la consultazione, evitando tuttavia di esprimere un sostegno ufficiale a uno dei candidati.

Il silenzio successivo al risultato ha assunto un peso particolare alla luce dei rapporti politici fra l’amministrazione americana e la famiglia Bolsonaro.

Secondo quanto riportato dalla Folha de S.Paulo, l’amministrazione statunitense avrebbe inoltre sospeso la diffusione di un comunicato già predisposto per riconoscere l’esito elettorale, dopo che Flávio Bolsonaro aveva annunciato di voler contestare il risultato. 

Non sarebbe corretto attribuire a Trump dichiarazioni che non risultano ufficialmente pronunciate. Ma il contrasto con altri esponenti politici statunitensi è evidente.

Il senatore democratico Bernie Sanders ha celebrato la rielezione di Lula, mentre Donald Trump Jr. ha criticato la controversa proroga del voto, insinuando una disparità di trattamento politico nella valutazione della decisione giudiziaria.

Anche Jason Miller, consigliere vicino al presidente americano, ha rilanciato il discorso con cui Flávio Bolsonaro ha rifiutato di riconoscere la sconfitta. 

La posizione della Casa Bianca sarà importante non soltanto per i rapporti bilaterali, ma anche per la stabilità politica brasiliana.

Il riconoscimento del risultato da parte dei principali interlocutori internazionali contribuisce infatti a consolidare la normalità istituzionale, soprattutto quando un candidato sconfitto contesta la validità della consultazione.

Trump potrà naturalmente mantenere tutte le divergenze politiche ed economiche con Lula. Ma la differenza fra una controversia diplomatica e la delegittimazione di un’elezione democratica rimane sostanziale.

Milei, il silenzio argentino e le due Americhe Latine

Accanto a quello di Trump, colpisce il silenzio del presidente argentino Javier Milei.

Fino alle prime ore di lunedì, Buenos Aires non aveva diffuso congratulazioni ufficiali da parte del capo dello Stato, mentre esponenti dell’opposizione peronista, fra cui Cristina Fernández de Kirchner, celebravano apertamente il risultato brasiliano.

Il contrasto politico fra Lula e Milei è noto.

Da una parte, un presidente che attribuisce allo Stato un ruolo centrale nella protezione sociale e nella riduzione delle disuguaglianze. Dall’altra, un leader che considera la riduzione della spesa pubblica, le privatizzazioni e la deregolamentazione strumenti essenziali per rilanciare l’economia.

Ma trasformare questa contrapposizione in una guerra ideologica permanente sarebbe particolarmente rischioso.

Argentina e Brasile sono legati da rapporti economici profondissimi. Il Mercosur, gli scambi industriali, le catene produttive e gli investimenti reciproci richiedono collaborazione anche fra governi politicamente distanti.

L’America Latina deve decidere se le proprie differenze ideologiche siano destinate a prevalere su ogni progetto comune oppure se esista ancora lo spazio per una cooperazione costruita sul rispetto delle rispettive scelte democratiche.

Il voto brasiliano non ha decretato la sconfitta continentale del modello Milei. Ha piuttosto confermato che l’America Latina non procede in un’unica direzione politica e che i suoi popoli continuano a scegliere risposte differenti alle proprie difficoltà.

La dinastia Bolsonaro si ferma, ma il bolsonarismo rimane

Forse il significato interno più immediato della consultazione riguarda la famiglia Bolsonaro.

Jair Bolsonaro, già sconfitto da Lula nel 2022 e successivamente condannato a una lunga pena detentiva per il tentativo di sovvertire l’ordine democratico, aveva affidato al figlio Flávio la possibilità di riportare il proprio schieramento alla presidenza.

Il progetto non è riuscito.

Flávio Bolsonaro ha raccolto quasi sessanta milioni di voti, un consenso enorme, ma insufficiente per conquistare il potere.

La sua sconfitta interrompe il tentativo di trasformare la continuità familiare in continuità presidenziale.

È però prematuro parlare della fine del bolsonarismo.

Una forza politica capace di ottenere il 48,21% dei voti validi non è scomparsa. Conserva un radicamento sociale, economico e territoriale significativo, oltre a un’ampia rappresentanza parlamentare.

Il nuovo Congresso, prevalentemente conservatore, rappresenterà uno degli ostacoli più impegnativi per il quarto mandato di Lula.

La sconfitta elettorale della famiglia Bolsonaro non equivale dunque alla scomparsa delle idee e delle domande politiche che ne hanno alimentato il consenso.

Milioni di brasiliani hanno votato per Flávio perché preoccupati per la sicurezza, per il costo della vita, per la pressione fiscale o perché contrari all’impostazione economica e culturale del Partito dei Lavoratori.

Queste preoccupazioni non possono essere liquidate come semplici residui di un’autoritaria nostalgia.

Un presidente che intenda davvero ricomporre il Paese dovrà misurarsi anche con esse.

Al tempo stesso, chi rappresenta l’opposizione ha la responsabilità di distinguere il legittimo dissenso dalla delegittimazione sistematica delle istituzioni.

La democrazia vive di maggioranze che governano e di minoranze che controllano. Non di dinastie politiche che considerano il potere un’eredità da recuperare a ogni costo.

Adesso viene il futuro

Lula ha vinto una battaglia elettorale difficile. Ma governare sarà probabilmente più complicato che vincere.

L’inflazione, il debito delle famiglie, la sicurezza pubblica, la sostenibilità dei programmi sociali, la protezione dell’Amazzonia e la necessità di rilanciare la crescita economica rappresentano problemi che nessuna celebrazione notturna può cancellare.

La sua vittoria non autorizza a immaginare un Brasile improvvisamente riconciliato.

La polarizzazione rimane profonda. Il Congresso non gli garantirà automaticamente le maggioranze necessarie. I mercati finanziari chiedono certezze e il nuovo mandato dovrà conciliare politiche sociali e sostenibilità dei conti pubblici.

Eppure, dal voto del 25 ottobre emerge un dato politico destinato a pesare.

Il Brasile ha confermato che una grande democrazia del Sud globale può rivendicare autonomia internazionale senza rinunciare alla competizione elettorale, alla pluralità politica e al confronto fra modelli economici differenti.

Non ha votato per diventare nemico degli Stati Uniti. Non ha cancellato il capitalismo dalla propria economia.

Ha scelto di affidarsi ancora a un presidente che propone una diversa combinazione fra mercato e protezione sociale e che rivendica una maggiore indipendenza nelle relazioni internazionali.

È un mandato che Lula dovrà interpretare senza trasformarlo in una vittoria ideologica assoluta.

Perché il voto di oltre 64 milioni di cittadini gli conferisce il diritto di governare, ma quello di quasi 60 milioni di elettori contrari gli ricorda il dovere di ascoltare.

La grandezza di una democrazia non si misura soltanto nella capacità di produrre vincitori. Si misura soprattutto nella capacità di impedire che chi perde venga escluso dalla comunità politica e che chi vince confonda il consenso con un diritto illimitato al potere.

È qui che il Brasile del 2026 incontra una domanda che riguarda anche l’Europa e il resto del mondo.

Può una società difendere la propria sovranità senza rinchiudersi nel nazionalismo? Può cercare una maggiore giustizia sociale senza compromettere la libertà economica? Può riconoscere il valore dell’iniziativa privata senza sacrificare i diritti dei lavoratori? Può costruire relazioni internazionali indipendenti senza trasformarle in nuove contrapposizioni ideologiche?

Sono interrogativi che attraversano il nostro tempo e ai quali non basta rispondere con gli slogan.

Nel pensiero sociale cristiano, la sovranità politica trova il proprio fondamento nel bene comune, non nella volontà di potenza. Il lavoro precede il capitale nella gerarchia dei valori umani, ma la giustizia richiede anche responsabilità, partecipazione e istituzioni capaci di garantire stabilità.

Il Brasile possiede oggi l’occasione di dimostrare che sviluppo economico, democrazia e dignità sociale possono procedere insieme.

Non è una conclusione già scritta nelle urne. È il compito che quelle urne hanno consegnato al presidente rieletto.

Intanto, nella notte di San Paolo, tra le bandiere rosse del Partito dei Lavoratori e quelle verdeoro della nazione, si è consumata un’altra pagina della lunga e tormentata storia democratica brasiliana.

La dinastia Bolsonaro non è riuscita a riconquistare la presidenza. Trump non ha ancora trovato le parole per congratularsi. Milei osserva da Buenos Aires. Cuba festeggia. I mercati calcolano. Le cancellerie internazionali prendono posizione.

Ma il protagonista principale rimane un altro: quel popolo che, sotto la pioggia, fra disagi e polemiche, è tornato alle urne in una percentuale superiore rispetto al primo turno.

Non sappiamo ancora che cosa diventerà il Brasile del quarto mandato di Lula.

Sappiamo però che il suo futuro non è stato deciso a Washington, all’Avana o a Buenos Aires.

È stato deciso dai brasiliani.

E forse il significato più profondo di questa elezione sta proprio qui: l’autodeterminazione di un popolo non è una concessione delle grandi potenze, ma un diritto che si esercita, ogni volta, anche attraverso la fragile e straordinaria libertà di una scheda elettorale.

img 0546