Un morto e cinque feriti negli Yvelines, tra cui una dodicenne. Macron parla di «attentato terroristico razzista», mentre la procura antiterrorismo indaga. La Francia è chiamata a difendere una promessa elementare: nessuno deve temere per la propria vita a causa del colore della pelle o della religione che gli viene attribuita.

Una persona attraversa una strada. Chi la guarda non conosce il suo nome, il lavoro che fa, le persone che la aspettano. Gli basta il colore della pelle. O qualcosa che crede di riconoscere come appartenenza religiosa. Nel razzismo, la cancellazione della persona comincia così: una vita intera viene ridotta a un segno, e quel segno diventa un’accusa.

È questa la terribile prospettiva aperta dall’attacco di venerdì 23 ottobre a Trappes e nella vicina La Verrière, negli Yvelines, alle porte di Parigi. Il bilancio riferito dagli aggiornamenti è di un morto e cinque feriti, tra i quali una ragazza di dodici anni. Un uomo avrebbe sparato con un’arma automatica dal proprio veicolo in diversi punti dell’area. Un sospettato di trentanove anni è stato arrestato.

La Procura nazionale antiterrorismo ha assunto l’inchiesta, che riguarda anche la possibile selezione delle vittime per motivi razziali o religiosi. Secondo Associated Press, nell’abitazione del sospettato sono state trovate bombole di gas collegate a un temporizzatore, un elemento che richiede ulteriori accertamenti sulla preparazione dell’azione.

Emmanuel Macron, recatosi sul posto, ha parlato di «attentato terroristico razzista», affermando che le vittime sarebbero state colpite per il colore della pelle o per la religione loro attribuita. È una qualificazione politica esplicita, mentre all’indagine spetta ricostruire responsabilità, movente e ogni eventuale collegamento.

Quella formula — religione attribuita — merita attenzione. Il razzismo non ha bisogno di sapere chi sei. Può inventarti una fede, una provenienza, una fedeltà politica. Ti assegna un’identità e pretende che tu ne risponda. Nell’immaginazione dell’odio, persino una bambina può diventare la rappresentante di una minaccia collettiva.

Qui si comprende la portata pubblica di una violenza del genere. Il proiettile raggiunge una persona; la paura può raggiungerne migliaia. Chi le somiglia si domanda se domani potrà andare a scuola, accompagnare un figlio, aspettare un autobus senza esporsi allo stesso pericolo. La strada resta aperta, ma attraversarla cambia significato.

Per questo la risposta non può esaurirsi nell’arresto, pur decisivo, del sospettato. Ci sono famiglie da assistere, feriti da curare, testimoni da accompagnare, luoghi da rendere nuovamente abitabili senza paura. La sicurezza comprende anche questa capacità di restituire alle persone la loro giornata ordinaria.

E comprende il rigore delle parole.

La categoria del terrorismo deve poter essere applicata sulla base della natura degli atti e degli elementi accertati, senza dipendere dal nome, dall’origine o dalla religione del presunto autore. La credibilità dello Stato si misura anche nell’uniformità dei criteri. Ogni esitazione dettata dalla convenienza politica introduce una gerarchia tra le vittime e rende meno credibile la promessa di proteggerle.

Lo stesso vale per l’informazione. Raccontare che una vittima ha origini africane può essere necessario per comprendere l’ipotesi del movente razzista. Ma quella provenienza non può diventare l’intero ritratto del morto. Dopo aver spiegato perché qualcuno potrebbe averlo scelto come bersaglio, il giornalismo dovrebbe cercare di restituirgli ciò che l’aggressore gli ha negato: una storia personale, legami, una vita irriducibile alla categoria nella quale è stato rinchiuso.

La responsabilità delle parole riguarda anche la politica, senza autorizzare scorciatoie nell’attribuzione delle colpe. Non ogni discorso ostile produce un attentato; non si può assegnare a un partito la responsabilità penale di un delitto senza prove. Ma resta legittimo interrogare un linguaggio pubblico che presenta intere popolazioni come corpi estranei, descrive la convivenza come una contaminazione e trasforma l’appartenenza religiosa in un indizio permanente di pericolosità.

Si possono discutere con fermezza immigrazione, integrazione, criminalità, laicità e radicalizzazione. Occorrono fatti, competenza, responsabilità individuali. Quando invece milioni di persone vengono chiamate a rispondere delle azioni di alcuni, la discussione ha già abbandonato il terreno della giustizia.

Anche il contrasto all’islamofobia richiede precisione. Criticare una dottrina religiosa, contestare una pratica o combattere l’estremismo sono esercizi legittimi della libertà e doveri della sicurezza. Attribuire ai musulmani una colpa collettiva significa colpire persone per la loro appartenenza. La distinzione è indispensabile proprio per poter difendere insieme libertà di critica e libertà religiosa.

Per i cristiani, la solidarietà con chi viene aggredito perché musulmano, o ritenuto tale, ha un fondamento che precede qualsiasi convenienza interreligiosa. Il prossimo non deve condividere la nostra fede per impegnare la nostra coscienza. Non deve dimostrare di essere ben integrato, esibire gratitudine, prendere pubblicamente le distanze da ogni violenza commessa altrove. Ha diritto alla nostra vicinanza perché è una persona ferita.

Sarebbe particolarmente grave invocare l’identità cristiana per rendere sospetta questa vicinanza. Una croce usata come confine contro l’innocente contraddice ciò che rappresenta. Chi vuole difendere il cristianesimo dovrebbe cominciare dal rifiuto di umiliare e perseguitare gli esseri umani.

Trappes interroga anche il significato concreto della fraternità repubblicana. La fraternità diventa impegnativa quando occorre riconoscere come pienamente appartenente alla comunità nazionale qualcuno che una parte della società continua a trattare da ospite. Una persona può essere francese e dover ancora sopportare la domanda implicita su quando intenda tornare “a casa”. Può essere nata in un luogo e sentirsi chiedere continuamente di giustificare il proprio diritto ad abitarlo.

La visita del presidente, la mobilitazione dei soccorsi, l’azione degli investigatori sono risposte importanti. Il loro significato si consoliderà nella continuità: nell’assistenza alle vittime, nella protezione delle persone minacciate, nella serietà dell’inchiesta, nella capacità di impedire che il dolore venga utilizzato per alimentare nuove ostilità.

Una comunità colpita non ha bisogno di diventare il palcoscenico di una gara tra indignazioni. Ha bisogno che qualcuno rimanga quando le telecamere se ne saranno andate.

A Trappes e a La Verrière ci saranno persone che, tornando su quelle strade, ricorderanno il rumore degli spari. Altre guarderanno con timore un’auto che rallenta. La riparazione comincia anche da qui: fare in modo che non debbano affrontare da sole quella paura.

La promessa da mantenere è semplice e severa. Nessuno deve imparare ad abbassare lo sguardo, nascondere la propria fede o vergognarsi del proprio volto per sentirsi al sicuro.