Supercar in crescita, milioni di persone in povertà e ricavi record per l’industria degli armamenti. La dottrina sociale della Chiesa mette sotto accusa un’economia che pretende sacrifici dagli ultimi e concede indulgenze ai privilegiati.

La crisi ha una curiosa selettività: per qualcuno significa rinviare una visita medica, per qualcun altro scegliere gli optional. C’è chi calcola quanto carburante può permettersi e chi decide quale motore desidera. La stessa parola — sacrificio — circola fra questi mondi, ma cambia significato appena attraversa la portiera.

Le automobili costose sono una vetrina di questa distanza. Tuttavia, prima di trasformarla in un atto d’accusa, occorre leggere i numeri. L’indignazione che forza le statistiche offre un comodo alibi a chi vuole ignorarne le ragioni.

Secondo UNRAE, nei primi nove mesi del 2026 le immatricolazioni italiane crescono complessivamente dell’8,7%. Fra i marchi premium, Audi sale dell’11,53%, Mercedes del 2,82%, mentre BMW scende dell’1,28%. Nel lusso, Ferrari passa da 634 a 808 immatricolazioni, con un aumento del 27,44%, e Lamborghini da 468 a 585, il 25% in più. Porsche arretra dell’11,42% e Maserati del 37,30%. Il quadro è dunque differenziato: nessun trionfo indistinto delle auto costose, ma alcuni risultati molto brillanti ai vertici del mercato.

Le immatricolazioni, inoltre, comprendono acquisti aziendali e possono risentire di disponibilità dei modelli, ordini precedenti, noleggio e finanziamenti. Non sono una dichiarazione patrimoniale degli acquirenti. Da una supercar venduta non possiamo ricostruire l’origine della ricchezza che l’ha pagata, tantomeno attribuirla automaticamente alla guerra.

La questione sociale, però, dispone di prove assai più solide di un parcheggio fotografato davanti a un ristorante.

Nei dati della Banca d’Italia riferiti alla fine del 2025, il 10% più ricco delle famiglie possiede il 60,6% della ricchezza netta, mentre alla metà meno abbiente resta il 7,2%. L’indice di disuguaglianza patrimoniale risulta in lieve aumento rispetto al 2024. Dentro la stessa economia convivono dunque capacità di protezione, investimento e consumo profondamente diverse.

L’Istat stima per il 2025 oltre 2,1 milioni di famiglie e 5,4 milioni di persone in povertà assoluta. Anche qui la precisione è necessaria: l’Istituto descrive una sostanziale stabilità rispetto al 2024, non un’impennata. Ma cinque milioni e quattrocentomila persone prive delle risorse necessarie per una vita materialmente dignitosa non diventano una buona notizia perché la loro sofferenza è statisticamente stabile.

La stabilità della miseria dovrebbe togliere il sonno. Abbiamo invece imparato a trattarla come una voce ricorrente del bilancio nazionale: presente, prevedibile, quasi inevitabile. Una crescita delle vendite merita entusiasmo; una povertà che persiste merita un’alzata di spalle. È questa gerarchia dello sguardo a essere moralmente guasta.

La dottrina sociale della Chiesa entra nel problema con una radicalità che molti cattolici preferiscono lasciare chiusa nei documenti. Paolo VI, nella Populorum progressio, ricorda che la proprietà privata non è un diritto assoluto e che il suo esercizio deve rispondere all’utilità comune. Il possesso del superfluo incontra una responsabilità precisa quando altri mancano del necessario. È il principio della destinazione universale dei beni, non un invito facoltativo alla buona educazione dei benestanti.

Una beneficenza occasionale non esaurisce questa responsabilità. L’imprenditore che remunera ingiustamente il lavoro non sistema la coscienza finanziando una cena solidale. Chi evade non restituisce alla comunità quanto le deve mettendo il proprio nome su una donazione. La generosità pubblicitaria può diventare un eccellente investimento d’immagine; la giustizia pretende conti molto meno accomodanti.

Giovanni Paolo II riconosce nella Centesimus annus la funzione del profitto, ma rifiuta di assumerlo come misura esclusiva della salute di un’impresa. E ricorda che esistono bisogni umani fondamentali che il mercato non soddisfa perché chi li esprime non dispone del denaro necessario. La dignità precede la solvibilità.

Tradotto nella lingua quotidiana: una società può essere bravissima a vendere ciò che pochi desiderano e incapace di garantire ciò di cui molti hanno bisogno. Il successo commerciale, da solo, non certifica il bene comune.

Poi vengono le guerre. Qui l’accusa può poggiare su un dato inequivocabile. Secondo il SIPRI, nel 2024 i ricavi da armamenti e servizi militari delle cento maggiori imprese del settore hanno raggiunto 679 miliardi di dollari, con un aumento reale del 5,9% rispetto al 2023. L’istituto collega l’espansione della domanda anche alle guerre in Ucraina e a Gaza, alle tensioni geopolitiche e alla crescita della spesa militare. Sono ricavi, non utili netti: la distinzione non attenua la dimensione del fenomeno.

Per chi perde una casa, la guerra è distruzione. Per determinate filiere produttive è domanda aggiuntiva. Questa simultaneità dovrebbe impedire qualsiasi celebrazione spensierata dei risultati economici legati ai conflitti. Un portafoglio ordini può migliorare mentre peggiora radicalmente la condizione umana che lo alimenta.

La necessità di difendere una popolazione aggredita non concede un’assoluzione preventiva a ogni contratto, margine e interesse industriale. Al contrario, rende ancora più indispensabili trasparenza, controllo pubblico e vigilanza sui conflitti d’interesse. Quando la sicurezza diventa un argomento capace di sottrarre tutto alla discussione, qualcuno ha già ottenuto una libertà di profitto che agli altri viene negata perfino come libertà di domanda.

Non abbiamo prove per sostenere che l’aumento delle Ferrari immatricolate derivi dai guadagni della guerra. Abbiamo invece ragioni documentate per contestare il racconto secondo cui le crisi sarebbero sacrifici condivisi in modo uniforme. Le perdite, le opportunità e le protezioni sono distribuite diversamente. Chiedere a tutti la stessa pazienza, partendo da condizioni così diseguali, è una forma elegante di prepotenza.

Francesco, nell’Evangelii gaudium, ha contestato la fiducia nell’automatismo per cui la crescita del mercato produrrebbe, da sé, inclusione ed equità. Ha denunciato un’economia dell’esclusione e l’indifferenza verso chi resta fuori. Una denuncia che disturba proprio perché toglie al successo economico la pretesa di essere anche un certificato morale.

La risposta politica deve entrare nei salari, nella fiscalità, nei servizi pubblici, nella concorrenza e nella tutela del lavoro. Deve chiedere contributi proporzionati alle capacità reali e rendere meno conveniente vivere di privilegi. La carità sostiene chi è caduto; la giustizia deve interrogare anche il pavimento che continua a cedere sotto gli stessi piedi.

Non serve processare ogni proprietario di un’auto costosa. Serve processare pubblicamente l’idea che il benessere di pochi basti a dimostrare la salute di tutti. E serve smettere di chiamare invidia sociale qualsiasi domanda sulla distribuzione della ricchezza: è un espediente molto economico per difendere patrimoni molto consistenti.

Il Vangelo racconta un ricco che banchetta mentre Lazzaro giace alla sua porta. La distanza decisiva è quella fra due esistenze che si sfiorano senza incontrarsi. Oggi quella porta può avere una chiusura automatica, vetri oscurati e un motore silenzioso.

Lazzaro è ancora fuori. Il fatto che dall’abitacolo non si senta non significa che abbia smesso di chiedere giustizia.