Gli scartati, i migranti e i carcerati. Dalla cultura dello scarto alla fraternità

Alla Pontificia Università Antonianum si è svolto un Convegno sull’eredità spirituale di Papa Francesco il 24 ottobre 2026

«Il Vangelo non lascia tranquilli: inquieta, interpella, mette in movimento». È con questa convinzione che Papa Francesco ha orientato il suo ministero petrino e ha saputo accompagnare la Chiesa in un tempo di grandi trasformazioni, senza mai perdere la rotta della speranza. La sua scelta è stata di non essere una minoranza distaccata, impaurita, supponente, alla ricerca di conferme e di identità, che vive di contrapposizione, giudice di un mondo che si avverte pericoloso e distante.

L’inquietudine nasce dal porsi le domande di come raggiungere la messe dove siamo mandati, come fare se gli operai sono pochi, una minoranza ma creativa e capace di alleanze per iniziare a essere Fratelli Tutti. Vorrei cominciare da un sagrato. È la tarda mattinata del 26 aprile 2025. In piazza San Pietro si sono appena concluse le esequie di papa Francesco, alla presenza dei grandi della terra. Poi il feretro attraversa Roma e raggiunge Santa Maria Maggiore, dove il Papa ha voluto riposare accanto all’icona della Salus Populi Romani. Sulla soglia della basilica non lo attendono i potenti. Lo attendono una quarantina di persone: uomini e donne senza dimora, migranti, detenuti usciti per qualche ora con un permesso del magistrato, poveri che da lui avevano ricevuto un aiuto e una parola.

È stato il suo ultimo picchetto d’onore. In quell’immagine, credo, è già scritto il titolo di questo convegno: gli scartati, i migranti e i carcerati erano lì, in prima fila, a custodire l’eredità di un Papa che li aveva messi al centro. Tutto era cominciato dodici anni prima, nella Cappella Sistina, quando il cardinale Cláudio Hummes, abbracciando l’eletto, gli aveva detto: «Non dimenticarti dei poveri!». Da quelle parole nacque il nome: Francesco. E chi, come me, porta l’abito del Poverello d’Assisi non può ascoltare questa storia senza un sussulto, tanto più in questo ottavo centenario del suo pio Transito.

Mi è stato chiesto di parlare dei migranti e dei senza tetto. Potrebbero sembrare due capitoli distinti: l’uno appartiene alla geopolitica delle frontiere, l’altro alla cronaca delle nostre città, ai portici, alle stazioni, ai cartoni stesi sotto le finestre. In realtà sono due volti dello stesso esilio. Il migrante è colui per il quale nessun paese sembra avere posto; il senza tetto è colui per il quale nessuna casa apre la porta. E spesso, troppo spesso, sono la stessa persona. L’Istat ha contato in Italia oltre novantaseimila persone senza tetto e senza fissa dimora: il trentotto per cento è straniero, e più della metà di questi proviene dall’Africa. Quasi un quarto è iscritto all’anagrafe di Roma. Molti di loro sono sopravvissuti al mare per naufragare sui nostri marciapiedi. Prima di entrare nel vivo, una piccola annotazione. Papa Francesco ha consegnato alla Chiesa quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Il programma di questo convegno, al posto di proteggere, scrive accompagnare. Non credo sia una svista, ma un’intuizione felice. Lo scorso 4 luglio, proprio a Lampedusa, Leone XIV ha chiesto alla comunità parrocchiale dell’isola di essere un luogo dove si impara insieme ad accogliere, accompagnare e integrare. E del resto chi accompagna protegge: non si cammina accanto a qualcuno senza farsi carico dei suoi pericoli. Seguirò dunque questi quattro verbi, ma prima guardiamo in faccia la radice del male.

La radice: lo scarto

Nell’Evangelii gaudium, il documento programmatico del pontificato, Francesco coniò un’espressione destinata a restare: cultura dello scarto. Gli esclusi di oggi, scriveva, non sono più soltanto sfruttati: sono considerati «rifiuti, “avanzi”». Lo sfruttato serve ancora a qualcosa; lo scartato no. Lo scartato è di troppo. E il Papa si domandava come possa fare notizia un ribasso di due punti in Borsa, e non la morte per freddo di un anziano costretto a vivere in strada. Il suo primo viaggio, l’8 luglio 2013, fu a Lampedusa: gettò in mare una corona di fiori e denunciò la «globalizzazione dell’indifferenza». Poi rilanciò le due domande più antiche della Scrittura: «Adamo, dove sei?» e «Dov’è Abele, tuo fratello?» (Gen 3,9; 4,9). Domande che non riguardano gli altri. Riguardano noi.

Otto anni più tardi, il 20 gennaio 2021, a pochi metri da piazza San Pietro, fu trovato senza vita un uomo nigeriano di quarantasei anni. Si chiamava Edwin ed era morto di freddo. All’Angelus della domenica seguente il Papa volle pronunciarne il nome e ci chiese di pensare a ciò che quell’uomo aveva provato nella notte, «ignorato da tutti, abbandonato, anche da noi». Ricordò che san Gregorio Magno, davanti alla morte per freddo di un mendicante, aveva disposto che quel giorno non si celebrassero Messe, perché era come un Venerdì santo. Misuriamo la distanza: per un Papa del VI secolo la morte di un povero sospendeva l’Eucaristia di Roma; per noi, troppe volte, non interrompe neppure il caffè del mattino.

Edwin era un migrante ed era un senza tetto: in lui i due volti del nostro tema coincidono. E Leone XIV, tornando a Lampedusa tredici anni dopo il suo predecessore, ha dato a quell’indifferenza un nome ancora più esigente. I morti di quel mare, ha detto, sono «vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate». Dal 2014 a oggi, nel solo Mediterraneo, sono più di trentamila. Lo scarto, dunque, non è soltanto un meccanismo economico: è anche la scelta di non scegliere.

Accogliere

Il primo verbo è il più semplice e il più esposto alle polemiche. Francesco lo fondava su una certezza di fede: «Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo». Non un problema da gestire, dunque, ma un appuntamento. Il Vangelo lo dice senza attenuanti: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). E Leone XIV, nella Dilexi te, l’esortazione sui poveri iniziata da Francesco e fatta propria dal suo successore, ha scritto che la Chiesa sa una cosa: «in ogni migrante respinto è Cristo stesso che bussa alle porte della comunità». Accogliere, nel linguaggio di Francesco, significava anzitutto aprire vie d’ingresso sicure e legali, perché chi fugge non sia costretto a consegnarsi ai trafficanti. L’Italia lo ha mostrato con i corridoi umanitari. Ma accogliere non significa ingenuità. Lo stesso Francesco chiedeva ai governanti la virtù della prudenza, entro i limiti del bene comune rettamente inteso. E Leone XIV, alle Canarie, ha ricordato che anche a chi arriva spetta la sua parte: imparare la lingua, rispettare le leggi, partecipare alla vita comune.

La Chiesa non predica porte spalancate senza criterio. Predica qualcosa di più difficile: che nessuna porta si chiuda per principio, e che dietro ogni porta ci sia un volto, non una pratica. «La dignità umana non ha passaporto», ha detto il Papa al porto di Arguineguín. Per il senza tetto, accogliere ha la forma concreta di un tetto, di una doccia, di un letto. Francesco lo ha voluto proprio sulla soglia di Pietro: le docce e il barbiere sotto il colonnato del Bernini, l’ambulatorio per chi non ha un medico, il dormitorio di Palazzo Migliori a due passi dalla Basilica. Non erano gesti di contorno, ma una parabola di pietra: il colonnato che abbraccia il mondo deve cominciare abbracciando chi ci dorme sotto. Ogni parrocchia e ogni convento dovrebbe domandarsi: qual è il mio colonnato? Chi dorme sotto i miei portici?

Accompagnare

Veniamo al verbo che questo convegno ha voluto scegliere. Accogliere è un atto; accompagnare è un tempo. Francesco parlava di un’arte dell’accompagnamento, che domanda di togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro, come Mosè davanti al roveto. L’altro non è un territorio da occupare con i nostri progetti, ma una storia davanti alla quale fermarsi con rispetto. Accompagnare significa anzitutto proteggere: aiutare a ottenere i documenti, assicurare l’assistenza legale, sottrarre le donne alla tratta, custodire i minori. Proprio ai bambini Leone XIV ha dedicato il suo ultimo Messaggio per la Giornata del migrante, ricordando che ciascuno di loro possiede una dignità infinita. Ma accompagnare significa anche, e soprattutto, restare. Il modello è Emmaus: il Risorto non tiene una conferenza ai due discepoli smarriti; cammina con loro, li ascolta, siede alla loro tavola. Francesco amava ripetere che Dio cammina con il suo popolo, e non soltanto accanto ad esso, ma dentro di esso. Con il senza tetto questo vale in modo particolare.

Chi vive in strada ha spesso perduto, prima ancora della casa, tutti i legami: il lavoro, la famiglia, la salute. Un pasto caldo è necessario; ma ciò che rimette in piedi una persona è sentirsi chiamata per nome. Francesco domandava spesso a chi fa l’elemosina se guarda negli occhi chi la riceve, se gli tocca la mano. Non è un dettaglio: è la differenza tra assistere e accompagnare. Il contrario dell’accompagnamento è esattamente ciò che è accaduto a Edwin: l’abbandono. In Africa, dove ho vissuto a lungo, ho imparato che all’ospite si offre anzitutto l’acqua, prima ancora di chiedergli chi sia e da dove venga. Prima l’acqua, poi le domande. Credo che accompagnare cominci così: con un gesto che dice «puoi riposare qui», e soltanto dopo con i moduli e le verifiche.

Promuovere

Il terzo verbo ci chiede di passare dall’assistenza alla dignità. Promuovere, scriveva Francesco, vuol dire fare in modo che i migranti e le comunità che li ricevono possano realizzarsi come persone in tutte le dimensioni della loro umanità. Vuol dire lavoro, istruzione, accesso alle cure. Ma promuovere vuol dire soprattutto riconoscere che il povero non è un oggetto della nostra carità: è un soggetto, portatore di doni. La Dilexi te arriva a riconoscere nei poveri dei maestri del Vangelo. E Leone XIV, nel Messaggio per la Giornata del migrante del 2025, ha chiamato i migranti e i rifugiati cattolici missionari di speranza, capaci di ridare slancio a comunità ecclesiali diventate rigide e stanche.

In non poche parrocchie italiane la fede è tenuta viva dai canti degli africani e dalla devozione tenace di latinoamericani e filippini. Chi era venuto a chiedere, ci sta donando. Promuovere ha poi una dimensione che spesso dimentichiamo: si promuove anche là dove la migrazione comincia. Benedetto XVI parlava di un «diritto a non emigrare», cioè di poter vivere con dignità nella propria terra; e Leone XIV, a Lampedusa, ha chiesto all’Europa di lavorare per lo sviluppo, perché nessuno sia costretto a partire. Chi, come me, ha speso dodici anni della propria vita in Benin, tra una radio da far nascere e un foyer da edificare a Bembèrèkè, sa che una scuola, un dispensario, una voce libera che informa e forma valgono più di molti respingimenti.

Non c’è contraddizione tra accogliere qui e promuovere là: sono le due mani dello stesso abbraccio. Lo stesso vale per i senza tetto. Promuoverli significa restituire diritti, a cominciare dalla residenza anagrafica, senza la quale non si ha un medico di base né si firma un contratto. Significa offrire una casa stabile da cui ripartire, e non soltanto un posto letto per la notte. Significa credere che quell’uomo seduto sul cartone non coincide con il suo cartone: è un padre, un artigiano, una storia che può ancora fiorire.

Integrare

L’ultimo verbo è il più lungo da coniugare. Alle Canarie Leone XIV lo ha descritto come un cammino reciproco: chi giunge deve imparare ad abitare una terra che non conosce, e chi riceve deve imparare a fare spazio nella propria casa, senza per questo smarrire ciò che è. E ha indicato un naufragio silenzioso che avviene dopo lo sbarco: trovarsi soli in una città straniera, senza poter parlare né lavorare, senza nessuno di cui fidarsi, in balìa di chi sfrutta la debolezza altrui. E ha concluso: «Integrare significa impedire questo secondo naufragio».

Fratelli e sorelle, quel secondo naufragio ha un indirizzo: i nostri portici, le nostre stazioni, i nostri giardini pubblici. Molti dei senza tetto stranieri delle nostre città sono i naufraghi di questo secondo mare. Li abbiamo strappati alle onde e li abbiamo lasciati affogare nella solitudine. Ecco perché migranti e senza tetto non potevano stare separati. Francesco ci ha offerto un’immagine per pensare l’integrazione: non la sfera, in cui ogni punto è uguale all’altro e le differenze svaniscono, ma il poliedro, in cui ogni faccia conserva la propria originalità e tutte insieme formano un’unità più ricca. Integrare non è assimilare, né rassegnarsi a mondi paralleli. È costruire una casa comune in cui ciascuno porta qualcosa. E il luogo primo dell’integrazione, per noi cristiani, è l’altare. Alla mensa eucaristica non ci sono stranieri: c’è un solo Pane e un solo Corpo. Una comunità che la domenica spezza il Pane e poi lascia fuori dalla porta chi ha fame non ha ancora compreso ciò che ha celebrato.

Dallo scarto alla fraternità

Il sottotitolo di questo convegno indica un passaggio: dalla cultura dello scarto alla fraternità. Ne ricordo la sorgente francescana. Fratelli tutti: le due parole che danno il titolo alla grande enciclica sociale di papa Francesco vengono dalle Ammonizioni di san Francesco d’Assisi. E il Poverello conobbe quel passaggio nella propria carne. Nel Testamento racconta che vedere i lebbrosi gli era troppo amaro, finché il Signore stesso lo condusse in mezzo a loro ed egli usò con essi misericordia; e ciò che prima gli pareva amaro gli fu mutato in dolcezza dell’anima e del corpo. Il lebbroso era lo scartato del XIII secolo, relegato fuori dalle mura. In quel bacio nasce la fraternità, proprio là dove lo scarto traccia i suoi confini. La fraternità non si proclama: si abbraccia.

Torno, per finire, a quel sagrato di Santa Maria Maggiore. Il Papa che aveva scelto il nome del Poverello riposa sotto lo sguardo della Madre di Dio, e i primi ad accoglierlo sono stati i poveri. Non è un caso. Maria sa che cosa significa non avere un tetto: a Betlemme «non c’era posto per loro nell’alloggio» (Lc 2,7). E sa che cosa significa essere migrante: con Giuseppe e il Bambino ha conosciuto la fuga in Egitto e la terra straniera. Per questo, nel 2020, papa Francesco volle che alle Litanie lauretane si aggiungesse una nuova invocazione: Solacium migrantium, Conforto dei migranti. A Lei, Madre di chi non ha patria e di chi non ha casa, affidiamo i volti che abbiamo evocato e quelli che incontreremo all’uscita di questa sala. Ci insegni ad accogliere senza paura, ad accompagnare senza fretta, a promuovere senza paternalismo, a integrare senza cancellare. E faccia di ciascuna delle nostre comunità ciò che quel sagrato è stato per un mattino: una soglia dove gli scartati non sono più gli ultimi, perché sono di casa.

Solacium migrantium, ora pro nobis.

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