L’inchiesta sul trattamento degli attivisti diretti a Gaza raggiunge i vertici politici e militari israeliani. Le responsabilità devono essere accertate, ma la domanda interpella già l’Europa: quanto valgono i diritti quando a doverne rispondere è un alleato?

Il mare si può chiudere. Una domanda di giustizia, qualche volta, riesce a passare. Le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla sono state fermate prima di raggiungere Gaza; le denunce di chi viaggiava a bordo sono arrivate alla Procura di Roma. E l’indagine risale adesso verso quei vertici ai quali compete il comando, insieme al dovere di spiegare come sia stato esercitato.

Il 16 ottobre è stata resa nota l’estensione dell’inchiesta al ministro della Difesa israeliano Israel Katz e ad alti responsabili militari, di polizia e dell’amministrazione penitenziaria, nell’ambito del procedimento che già coinvolgeva il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir. All’origine vi sono le denunce di cinquanta cittadini italiani, relative alle missioni del settembre-ottobre 2025 e dell’aprile-maggio 2026. Le ipotesi comprendono tortura, sequestro di persona, lesioni e rapina.

Occorre tenere ferma una distinzione: un’iscrizione nel registro degli indagati non è una sentenza e non comporta automaticamente un processo. Vale per chiunque, anche per figure politiche delle quali si giudicano duramente parole e comportamenti. Proprio la serietà delle accuse esige che si accertino fatti e responsabilità individuali, senza affidare il verdetto all’applauso di una parte.

Questa cautela, però, impegna anche chi vorrebbe liquidare tutto come propaganda. La presunzione d’innocenza tutela gli indagati; non rende irrilevanti le testimonianze di chi denuncia violenze.

Secondo la ricostruzione della Procura riportata dalle agenzie, gli accertamenti sulla prima missione hanno fatto emergere percosse, minacce, privazione del sonno, carenze nell’assistenza medica e ostacoli all’accesso ai difensori e ai rappresentanti diplomatici. Per la seconda missione sono stati riferiti metodi ancora più duri, compreso l’impiego di taser e proiettili di gomma. È questo materiale che dovrà essere sottoposto alle verifiche e alle garanzie del procedimento.

Il nodo morale è già riconoscibile. Si possono discutere le finalità della flottiglia, l’efficacia della sua iniziativa, le convinzioni dei partecipanti. Si può contestare la loro lettura del conflitto. Nessuna di queste valutazioni decide quanto rispetto sia dovuto a una persona detenuta. I diritti non vengono assegnati dopo un esame delle simpatie politiche.

La disputa sul blocco navale, di cui Israele sostiene la legittimità, non esaurisce dunque la questione. Anche chi ritenga giustificata un’intercettazione deve rispondere della fase successiva: il trasferimento, la custodia, gli interrogatori, le condizioni materiali della detenzione. Il potere assume una responsabilità particolarmente grave quando dispone di una persona che non può allontanarsi, scegliere un medico, chiamare liberamente qualcuno, sottrarsi a un sopruso.

È lì che la parola sicurezza deve dimostrare il proprio significato. Altrimenti diventa una formula capace di coprire qualsiasi condotta, purché compiuta da chi possiede una divisa e impartisce ordini.

L’attenzione degli inquirenti alle catene di comando conferisce all’indagine un rilievo ulteriore. Per stabilire eventuali responsabilità occorrerà capire chi abbia agito, quali disposizioni siano state impartite, quali informazioni siano risalite ai superiori e quali interventi fossero possibili. Il grado ricoperto non prova da solo una colpa. Ma sarebbe altrettanto arbitrario immaginare che la responsabilità debba arrestarsi necessariamente all’ultimo esecutore.

Qui entra in gioco anche l’Europa. I magistrati romani hanno riferito di contatti presso Eurojust, in presenza di indagini analoghe in altri Paesi europei, e di una richiesta di assistenza giudiziaria inviata a Israele nel giugno scorso. La comunicazione non precisava se fosse arrivata una risposta: sarebbe quindi scorretto dedurne già un rifiuto. Resta evidente quanto la cooperazione possa contribuire a chiarire gli eventi.

Per i governi europei la prova consiste nel sostenere questo lavoro con coerenza, senza anticiparne l’esito e senza considerarlo un inconveniente diplomatico. L’amicizia fra Stati dovrebbe rendere più esigente la richiesta di trasparenza. Se invece suggerisce di abbassare la voce, finisce per somigliare a una protezione accordata al potere.

Anche l’Italia deve saper distinguere il giudizio politico sulla missione dalla tutela dei propri cittadini. Uno Stato può sconsigliare un viaggio, criticare un’iniziativa, ritenerla imprudente. Quando vengono denunciati abusi, il suo dovere di interessarsene rimane intero. La protezione consolare non è un premio alla docilità.

Per una coscienza cristiana, infine, la dignità della persona precede l’utilità delle sue scelte e la correttezza delle sue opinioni. Riconoscere quella dignità negli attivisti significa applicare lo stesso criterio che deve proteggere israeliani e palestinesi, ostaggi e prigionieri, civili e persone accusate di reati. La sua forza sta precisamente nell’impossibilità di distribuirla secondo appartenenza.

L’inchiesta romana dovrà seguire il proprio corso. Potrà confermare alcune accuse, ridimensionarne altre, distinguere posizioni e condotte. Il suo valore dipenderà dal rigore con cui saprà farlo.

Intanto restituisce alla discussione una domanda che la propaganda preferisce evitare: che cosa avete fatto delle persone affidate al vostro controllo? Una democrazia dovrebbe riconoscere in quella domanda una delle ragioni per cui merita di essere chiamata tale.