È tempo di dialogo, non di polarizzazioni
Dalla memoria coloniale alle guerre contemporanee, dall’America Latina alle fabbriche europee: la dignità umana chiede scelte economiche e responsabilità politiche. Culture diverse possono incontrarsi su questo terreno senza rinunciare alla propria identità.
La guerra comincia a vincere quando riesce a farsi considerare normale. Quando le sue vittime diventano una contabilità, le spese militari una necessità sottratta alla discussione, la diplomazia una debolezza. E quando chi domanda un ospedale, una scuola, un salario dignitoso viene invitato al realismo, mentre chi prepara nuovi conflitti viene riconosciuto come interprete delle esigenze della storia.
È contro questa rassegnazione che sento necessario parlare anche ai lettori di una rivista di ispirazione cristiana. Lo faccio da comunista – rispettoso del cristianesimo – e da un impegno internazionalista che considero inseparabile dalla difesa degli sfruttati.
Il confronto con il cristianesimo ha valore proprio perché mette in relazione convinzioni differenti, chiamandole a misurarsi con la sofferenza concreta degli esseri umani.
Possiamo discutere sulle radici del male, sul significato della liberazione, sul rapporto fra storia e trascendenza. Ma davanti a un bambino sotto le bombe, a un lavoratore impoverito, a un popolo privato della possibilità di scegliere, abbiamo già una responsabilità comune. La distanza delle nostre interpretazioni non ci esonera dall’agire.
Durante una recente convalescenza, rivedendo Hair e Jesus Christ Superstar, ho ritrovato questa domanda dentro immagini che hanno accompagnato la formazione della mia generazione. La commozione non nasce soltanto dalla memoria. Nasce dalla scoperta che quelle opere continuano a interrogarci: quanto vale una vita quando il potere decide che deve essere sacrificata?
Hair restituisce il volto dei giovani che la guerra trasforma in strumenti di decisioni prese altrove. Ci ricorda che dietro ogni uniforme esiste una persona, con legami, desideri e un futuro possibile. La ribellione contro la guerra nasce anche dal rifiuto di consegnare quel futuro a un meccanismo che pretende obbedienza e rende superflua la coscienza.
Jesus Christ Superstar, attraverso un linguaggio diverso, mette in scena il conflitto fra la persona e i poteri che ne temono la libertà. So bene che il Cristo di un’opera cinematografica non esaurisce il Cristo della fede. Per un cristiano, Gesù è il Figlio di Dio, e la salvezza non si lascia racchiudere in un programma di emancipazione politica. Rispettare questa profondità è una condizione del dialogo. Cresciuto in una famiglia cristiana, pur avendo scelto un orientamento filosofico marxista, mi sono lasciato interrogare dalla forza con cui il Vangelo pone gli ultimi al centro e denuncia l’ipocrisia di chi carica sulle spalle altrui pesi che non intende portare.
Anche la vicinanza con i francescani mi sta molto aiutando in questo percorso interiore nel quale apprezzo chi vive di fede, chi vive i consigli evangelici, chi rispetta il prossimo, fino ad amarlo e servirlo e chi, come Cristo ha insegnato, accoglie chi la pensa diversamente, chi vive magari diversamente.
Anche il cinema di Pasolini apre questo spazio di ascolto. Ci mette davanti a un’umanità che domanda giustizia e impedisce di considerare il povero una presenza marginale, utile soltanto a suscitare qualche emozione.
La questione attraversa la storia. Il 12 ottobre 1492 continua a essere raccontato prevalentemente dal punto di vista di chi arrivò sulle coste americane. Eppure, quelle terre avevano già popoli, lingue, culture, forme di organizzazione. La loro storia non cominciò quando l’Europa si accorse della loro esistenza.
Restituire voce alle popolazioni originarie significa riconoscere le conquiste, le espropriazioni, il lavoro coatto e la distruzione di comunità che accompagnarono l’espansione coloniale. Significa anche comprendere come quella violenza abbia contribuito a organizzare rapporti economici destinati a durare ben oltre la fine degli imperi.
Esiste tutta una letteratura “apologetica” che attribuisce ai nativi americani pratiche sacrificali e quindi autodistruttive, ma per onestà intellettuale dovremmo approfondire la storia per capire come non si possa generalizzare per autoassolversi come europei dei massacri, deportazioni, schiavitù e depredazioni.
La memoria diventa politicamente feconda quando ci aiuta a porre domande al presente. Chi controlla la terra e l’acqua? Chi decide l’impiego delle risorse? Dove finiscono i profitti? Quale possibilità hanno le comunità di opporsi a un progetto che impoverisce il loro territorio?
Per me, l’antimperialismo comincia qui: nel rifiuto che un popolo venga trattato come una riserva di materie prime, una disponibilità di manodopera o una posizione strategica sulla carta delle grandi potenze.
È la convinzione che orienta la mia solidarietà con Cuba e con il popolo venezuelano. Le pressioni economiche che gravano sulla vita quotidiana delle popolazioni devono essere giudicate anche attraverso le loro conseguenze sulle persone più fragili. Nessuna promessa di libertà può rendere irrilevante il prezzo pagato da chi dispone già di pochissimo.
Da questa stessa convinzione nasce la mia solidarietà umana e politica a Cilia Flores e Nicolás Maduro. La dignità personale, il diritto alle cure e le garanzie processuali devono valere indipendentemente dall’appartenenza politica. Difenderli non significa sottrarre qualcuno all’accertamento delle responsabilità: significa rifiutare che la contrapposizione politica autorizzi a considerarli sacrificabili.
Ma la solidarietà comporta anche il dovere della critica. Il Venezuela appartiene al suo popolo. Chi governa, come in questo momento Delcy Rodriguez, deve rispondere ai lavoratori, alle comunità, a quanti hanno creduto nella possibilità di trasformare la propria condizione.
Una sovranità proclamata all’esterno e svuotata all’interno resta incompiuta. Difendere l’eredità bolivariana, nella mia prospettiva, significa domandare se le scelte concrete rafforzino l’autonomia del Paese e il protagonismo dei suoi settori popolari. La fedeltà a un ideale esige questa verifica, anche quando è dolorosa.
Lo stesso criterio deve orientare il giudizio sugli equilibri internazionali. La crescita di nuovi centri di potere può aprire possibilità, ma il multipolarismo non garantisce da solo la giustizia. Occorre chiedersi se produca cooperazione, riduca le dipendenze e allarghi i diritti. Altrimenti cambiano i protagonisti, mentre i popoli restano subordinati.
La dignità che rivendichiamo per i palestinesi deve valere per ogni popolazione coinvolta in una guerra. La critica delle strategie occidentali e della NATO non può cancellare l’invasione russa dell’Ucraina. Comprendere le cause e gli interessi di un conflitto serve a costruire una via d’uscita; non può trasformarsi in un’assoluzione preventiva della forza.
Questa coerenza conduce direttamente alle nostre società. Un’economia orientata stabilmente al riarmo modifica le priorità pubbliche, consolida interessi industriali e condiziona il lavoro. Non esiste un automatismo per cui ogni euro destinato alla difesa venga immediatamente sottratto a una scuola. Esiste però una scelta politica sulla destinazione delle risorse, e quella scelta deve poter essere discussa.
La sicurezza riguarda anche la possibilità di curarsi, studiare, abitare una casa, vivere del proprio lavoro. Se queste condizioni vengono erose, la società diventa più fragile anche mentre accumula strumenti militari.
Per questo considero essenziale il contributo degli studenti, dei sindacati, dei lavoratori che interrogano le finalità della produzione e della logistica. La pace ha bisogno di una politica industriale: riconversione, ricerca civile, investimenti nella salute, nell’ambiente e nei trasporti. E ha bisogno che chi lavora possa partecipare alle decisioni, senza essere posto davanti al ricatto fra occupazione e coscienza.
Qui riconosco un terreno serio di confronto con il pensiero sociale cristiano. Le nostre concezioni della proprietà, del conflitto e della trasformazione storica restano differenti. Possiamo tuttavia lavorare insieme perché la persona non sia ridotta al suo rendimento economico e perché i bisogni fondamentali non dipendano esclusivamente dalla capacità di acquisto.
Costruire un impegno comune senza chiedere all’altro di diventare uguale a noi. Riconosco in questo spirito il valore della voce di papa Francesco contro l’indifferenza e l’economia che sacrifica gli esseri umani; con lo stesso rispetto guardo al servizio di pace di Leone XIV.
Credo che la solidarietà debba assumere forme organizzate e incidere sui rapporti materiali. La compassione apre gli occhi; la responsabilità chiede poi di cambiare le condizioni che riproducono la sofferenza.
La lezione gramsciana del pessimismo dell’intelligenza e dell’ottimismo della volontà conserva qui tutta la sua forza. Guardare i rapporti di potere senza illusioni, continuando a organizzare una possibilità diversa.
È su questa possibilità che invito a incontrarci. Nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle comunità, nelle iniziative contro la guerra. Ciascuno con le proprie convinzioni, tutti chiamati a rispondere delle vite che le nostre decisioni possono proteggere o abbandonare.
La pace comincia a diventare reale quando gli ultimi acquistano voce, diritti e potere sul proprio futuro.
