Il docufilm sulle violenze sessuali e le torture denunciate dai palestinesi nelle strutture di detenzione israeliane approda a Montecitorio. Le testimonianze raccolte dai produttori, le analisi dei giuristi internazionali Triestino Mariniello e Maria Giulia Giuffré e l’intervento della deputata Stefania Ascari aprono una questione che supera la denuncia cinematografica: quale valore conserva il diritto internazionale quando gli Stati chiamati a difenderlo esitano ad applicarlo?

Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate, ma pretendono che qualcuno se ne assuma la responsabilità. Non perché una telecamera possa sostituirsi a un tribunale, né perché la sofferenza, per il solo fatto di essere mostrata, diventi automaticamente una sentenza. Piuttosto perché, quando il corpo umano viene ridotto a uno strumento di umiliazione, il silenzio di chi sa rischia di diventare parte del problema.

È questa la questione che attraversa Bodies of Evidence, il documentario presentato alla Camera dei deputati il 19 ottobre 2026 per iniziativa dell’onorevole Stefania Ascari. Un’opera che affronta uno degli aspetti più oscuri della guerra e dell’occupazione: le denunce di torture, aggressioni sessuali e trattamenti degradanti subiti da palestinesi detenuti dalle autorità israeliane.

La scelta di portare queste testimonianze dentro il Parlamento italiano non è stata soltanto simbolica. Ha significato trasferire il racconto dal terreno dell’indignazione pubblica a quello delle responsabilità istituzionali. Perché un conto è assistere a un documentario e dichiararsi sconvolti. Altro è chiedersi quali obblighi discendano, per un governo democratico, dalla conoscenza di possibili crimini internazionali.

Attorno alla proiezione si è sviluppato un confronto nel quale il lavoro dei produttori ha incontrato le competenze di due studiosi del diritto internazionale, Triestino Mariniello e Maria Giulia Giuffré, e la denuncia politica di Stefania Ascari. Tre prospettive differenti, accomunate da una domanda: che cosa deve accadere perché la documentazione della violenza si trasformi in un’assunzione effettiva di responsabilità?

Il corpo trasformato in campo di battaglia

La prima violenza che emerge dalle testimonianze raccolte nel film non è soltanto fisica. È la volontà di cancellare l’identità della persona, privandola progressivamente della possibilità di riconoscersi e di essere riconosciuta come soggetto di diritti.

Uno degli episodi richiamati durante il dibattito riguarda un detenuto palestinese al quale viene chiesto il nome. Risponde Mohammed. Ma, secondo il racconto, quella risposta provoca una punizione: avrebbe dovuto identificarsi attraverso un numero.

È un particolare che contiene un’intera filosofia della disumanizzazione. Il nome custodisce una storia, una famiglia, una lingua, un’appartenenza. Il numero, quando viene imposto per cancellare l’identità, permette invece di trattare la persona come un oggetto amministrabile, trasferibile, punibile.

Non si tratta di equiparare automaticamente vicende storiche differenti, ma di riconoscere un meccanismo ricorrente nei sistemi di repressione: prima di infliggere determinate violenze, occorre spesso rendere la vittima meno riconoscibile come essere umano.

Nel documentario, secondo quanto riferito durante la presentazione, questa degradazione raggiunge il suo punto più atroce nelle testimonianze di violenza sessuale. Uomini e donne raccontano aggressioni, minacce, umiliazioni, abusi commessi anche mediante oggetti e animali, oltre a ostacoli nell’accesso all’assistenza legale e sanitaria.

Sono accuse gravissime, che richiedono accertamenti indipendenti e responsabilità individuali precisamente individuate. Ma sarebbe altrettanto grave considerare la loro natura sconvolgente una ragione per non ascoltarle.

La violenza sessuale, infatti, non è necessariamente il risultato di una pulsione incontrollata. Nei contesti di guerra, detenzione e persecuzione può diventare una tecnica deliberata di dominio: spezzare la resistenza della vittima, distruggerne la dignità, diffondere paura nella comunità alla quale appartiene.

Ed è proprio su questo passaggio, dal singolo corpo alla collettività, che la discussione parlamentare ha assunto il suo maggiore spessore giuridico e morale.

I produttori: rompere il silenzio, conservare le prove

Il contributo del regista Awad Jouma e del coproduttore Pierangelo Pirak è stato quello di restituire centralità alle testimonianze, sottraendole alla rapida consumazione delle notizie di guerra. Il film, realizzato nell’ambito della produzione documentaristica di Al Jazeera, non si limita a denunciare presunti abusi, ma tenta di ricostruire le condizioni nelle quali tali violenze sarebbero state rese possibili e ripetute.

La produzione ha spiegato pubblicamente quanto sia stato difficile convincere i sopravvissuti a raccontare. Alcuni temevano ritorsioni contro se stessi o i familiari; altri non volevano rivivere il trauma; altri ancora avevano perso fiducia nella possibilità che una testimonianza cambiasse qualcosa. Per proteggere alcune persone sono stati utilizzati pseudonimi e accorgimenti per nasconderne l’identità, accompagnando i racconti, quando necessario, con riscontri documentali e sanitari.

È un elemento che modifica profondamente il modo di considerare il documentario. La vittima di una violenza sessuale non è tenuta a esporre pubblicamente la propria intimità per soddisfare il bisogno di prove dello spettatore. Il suo racconto è un atto di fiducia, spesso compiuto al prezzo di una nuova sofferenza.

Durante la presentazione è emersa anche l’intenzione di sviluppare un ulteriore capitolo dell’inchiesta, rivolto alla catena di comando e alle responsabilità di coloro che avrebbero consentito, organizzato o tollerato le pratiche denunciate.

È forse questo il passaggio giornalisticamente più importante. Denunciare l’esecutore materiale di una tortura è indispensabile, ma non sempre sufficiente. Quando determinati comportamenti si ripetono in luoghi differenti, con modalità analoghe, diventa necessario interrogarsi sulle responsabilità di chi dirige, controlla, ispeziona e amministra quelle strutture.

Il giornalismo d’inchiesta incontra qui il diritto penale internazionale. La telecamera raccoglie racconti e indizi; l’investigazione deve verificarli; il giudice, nel rispetto delle garanzie processuali, stabilisce le responsabilità. Sono funzioni differenti, ma possono concorrere alla medesima esigenza di verità.

La promessa più significativa di Bodies of Evidence non è quindi mostrare l’orrore. È impedire che l’orrore venga cancellato insieme alla memoria delle sue vittime.

Maria Giulia Giuffré: quando lo stupro può assumere rilevanza genocidaria

L’intervento della giurista Maria Giulia Giuffré ha portato la discussione sul terreno più delicato: la qualificazione della violenza sessuale secondo il diritto internazionale.

Il suo ragionamento prende le mosse da una distinzione essenziale. Un’aggressione sessuale può costituire tortura, crimine di guerra o crimine contro l’umanità quando ricorrono i rispettivi requisiti giuridici. In determinate circostanze, può integrare anche un atto di genocidio, qualora sia commessa con l’intento specifico di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale.

Il precedente richiamato è quello del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, che nel caso Akayesu, nel 1998, riconobbe come lo stupro e la violenza sessuale possano costituire strumenti di genocidio.

Il punto è di enorme importanza: il genocidio non si esaurisce nell’uccisione fisica dei membri di un gruppo. La Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 comprende anche la causazione di gravi lesioni fisiche o mentali, oltre ad altre condotte specificamente indicate, purché accompagnate dall’intento genocidario.

La violenza contro un singolo individuo può così assumere un significato collettivo. Il corpo viene colpito non soltanto per annientare psicologicamente quella persona, ma, in determinate circostanze, per terrorizzare e danneggiare il gruppo al quale appartiene.

Giuffré ha insistito sulla necessità di esaminare i racconti del documentario all’interno del contesto più ampio delle detenzioni, degli sfollamenti, della distruzione delle condizioni di vita e delle altre violazioni denunciate nei territori palestinesi.

La giurista ha anche precisato che non spetta ai partecipanti a una proiezione sostituirsi a un tribunale. Ma questo non significa rinunciare a porre le domande giuridiche appropriate. Significa, al contrario, pretendere che siano raccolte le prove necessarie per rispondervi.

È una distinzione che merita di essere difesa anche da chi considera particolarmente grave la condotta delle autorità israeliane. La forza del diritto internazionale dipende dalla capacità di distinguere l’accusa dall’accertamento, il sospetto dalla prova e la responsabilità politica da quella penale.

La prudenza giuridica non è una forma di indifferenza morale. Diventa però un alibi quando viene utilizzata per evitare persino l’avvio delle indagini.

Giuffré e Mariniello avevano già sviluppato congiuntamente questi argomenti in un intervento pubblicato da Al Jazeera il 22 giugno 2026, chiedendo alla Corte penale internazionale di indagare sulla violenza sessuale denunciata nei confronti dei detenuti palestinesi e sulle possibili responsabilità lungo le strutture di comando. 

Triestino Mariniello: prevenire il genocidio non significa aspettare la sentenza

Se Giuffré ha approfondito la qualificazione giuridica delle violenze, Triestino Mariniello ha concentrato l’attenzione su una questione altrettanto decisiva: gli obblighi degli Stati terzi.

Docente di diritto internazionale alla Liverpool John Moores University e componente del gruppo legale che rappresenta vittime di Gaza davanti alla Corte penale internazionale, Mariniello ha contestato l’idea secondo cui i governi possano attendere una sentenza definitiva prima di adottare misure preventive. 

Il ragionamento parte dalla stessa denominazione della Convenzione del 1948, che riguarda la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. Prevenire significa intervenire quando esiste un rischio sufficientemente serio, non soltanto quando il crimine sia stato definitivamente accertato.

La giurisprudenza della Corte internazionale di giustizia, in particolare la sentenza del 2007 relativa alla Bosnia-Erzegovina contro la Serbia e il Montenegro, ha chiarito che il dovere di prevenzione sorge quando uno Stato viene a conoscenza, o dovrebbe normalmente venire a conoscenza, di un serio rischio di genocidio.

Mariniello ha richiamato, in questo quadro, le misure provvisorie adottate dalla Corte internazionale di giustizia il 26 gennaio 2024 nel procedimento promosso dal Sudafrica contro Israele.

Qui è necessaria una precisazione: quell’ordinanza non ha dichiarato definitivamente che Israele avesse commesso genocidio. Ha riconosciuto la plausibilità di determinati diritti tutelati dalla Convenzione e l’esistenza delle condizioni per disporre misure urgenti di protezione. La valutazione conclusiva sul merito appartiene al procedimento giudiziario.

Questo non cancella, tuttavia, il principio sottolineato dal giurista: l’obbligo di prevenire non può essere rinviato automaticamente al giorno della sentenza definitiva.

È su tale base che Mariniello ha rivolto critiche severe alla politica italiana nei confronti di Israele. Ha contestato la prosecuzione dei rapporti militari e commerciali, le posizioni assunte sulle sanzioni e le scelte riguardanti il sostegno alle istituzioni internazionali e alle agenzie umanitarie.

Particolarmente incisiva è stata la sua obiezione alla distinzione governativa tra nuove autorizzazioni all’esportazione di armamenti e licenze precedenti al 7 ottobre 2023.

Per il giurista, la data amministrativa di un’autorizzazione non può risolvere il problema della responsabilità internazionale. Il punto sostanziale è se un trasferimento concreto, valutato alla luce delle informazioni disponibili, comporti il rischio di contribuire a gravi violazioni.

Ciò non equivale a dire che ogni fornitura sia automaticamente illecita o che la responsabilità penale dell’Italia sia già stata accertata. Significa che gli obblighi di prevenzione, il diritto applicabile ai trasferimenti di armi e l’eventuale responsabilità per aiuto o assistenza richiedono verifiche sostanziali, non soltanto formali.

Mariniello si è spinto oltre, sostenendo che alcune condotte italiane potrebbero porre questioni non solo di mancata prevenzione, ma anche di possibile complicità. Si tratta di una valutazione giuridica da lui sostenuta, non di una conclusione giudiziaria già pronunciata contro l’Italia.

Il suo intervento ha avuto il merito di rovesciare la prospettiva abituale. La domanda non è soltanto che cosa stia facendo Israele. È anche che cosa siano tenuti a fare gli altri Stati quando dispongono di informazioni credibili su violazioni di eccezionale gravità.

Stefania Ascari: il Parlamento non può diventare spettatore

Stefania Ascari ha rivendicato la decisione di portare Bodies of Evidence nell’Aula dei Gruppi della Camera, dove la proiezione figurava nel programma del 19 ottobre 2026. 

La deputata ha definito l’iniziativa un dovere politico e civile, insistendo sulla necessità di contrastare quella che considera una grave insufficienza dell’informazione italiana sulle sofferenze della popolazione palestinese.

La sua denuncia è stata netta, talvolta aspra, e ha investito direttamente il governo italiano, accusato di mantenere rapporti con Israele incompatibili, a suo giudizio, con la gravità delle violazioni denunciate.

Ascari ha richiamato anche le sanzioni statunitensi contro esponenti della giustizia internazionale, descrivendone le conseguenze sulla vita quotidiana e professionale dei destinatari. La questione non riguarda soltanto le persone sanzionate. Tocca l’indipendenza delle istituzioni incaricate di accertare crimini che, per loro natura, possono coinvolgere i vertici politici e militari degli Stati.

Se chi indaga sui crimini internazionali può essere sottoposto a pressioni tali da compromettere la propria attività, il problema investe la credibilità dell’intero sistema di giustizia.

Dalle armi ai salari: Ascari denuncia le scelte del governo

Stefania Ascari ha collegato la politica estera e militare italiana alla situazione economica e sociale del Paese.

La deputata ha accusato il governo di destinare risorse crescenti agli armamenti mentre famiglie, lavoratori, studenti e pensionati affrontano difficoltà sempre più pesanti.

Ha raccontato il caso di una giovane madre di 24 anni, con un bambino di tre anni, che lavora quaranta ore settimanali in un negozio di abbigliamento e percepisce uno stipendio di circa 1.100 euro. Dopo aver sostenuto le spese per l’affitto, l’asilo nido, le utenze e i beni essenziali, secondo il racconto della deputata, alla donna rimangono appena 56 euro.

Ascari ha presentato questa vicenda come il simbolo di un Paese nel quale il lavoro non garantisce più necessariamente condizioni dignitose di vita.

Ha parlato delle difficoltà degli autotrasportatori, dell’aumento dei costi energetici, della pressione delle bollette, dei salari insufficienti e della precarietà che colpisce soprattutto le nuove generazioni.

Ha quindi richiamato le proteste studentesche e le richieste di maggiori investimenti nella scuola, nell’università, nella ricerca e nella sanità pubblica.

La deputata ha contrapposto queste necessità alle risorse destinate al riarmo, denunciando il peso economico e politico dell’industria militare.

Secondo Ascari, il complesso militare-industriale trae benefici economici dalla prosecuzione dei conflitti, mentre le popolazioni civili e le fasce sociali più vulnerabili ne sopportano le conseguenze.

Ha inoltre criticato il sostegno italiano a Israele e il rapporto fra forniture militari e assistenza umanitaria ai bambini palestinesi feriti, alcuni dei quali vengono accolti in Italia per ricevere cure.

La deputata ha denunciato le difficoltà incontrate dalle famiglie palestinesi assistite nel nostro Paese e ha ringraziato le associazioni e i cittadini che si mobilitano per garantire loro sostegno.

Ascari ha concluso il proprio intervento richiamando la partecipazione alle manifestazioni e alle iniziative di solidarietà con la Palestina, interpretandola come il segno di un risveglio della società civile.

Ha parlato di studenti, lavoratori, pensionati e famiglie che chiedono un diverso impiego delle risorse pubbliche e una maggiore attenzione ai diritti sociali.

La deputata ha ribadito la necessità di fermare la guerra, interrompere la logica del riarmo e restituire centralità alla dignità delle persone.

Il diritto internazionale alla prova della sua credibilità

C’è un paradosso che la proiezione di Bodies of Evidence rende particolarmente evidente. L’umanità ha costruito, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, un sistema di norme e istituzioni proprio per impedire che la dignità delle persone fosse subordinata senza limiti alla ragion di Stato. Eppure, quando quelle norme devono essere applicate a conflitti nei quali sono coinvolti alleati strategici e interessi geopolitici, la loro efficacia appare drammaticamente incerta.

Il problema non consiste nell’assenza di strumenti giuridici. Esistono convenzioni contro la tortura, norme sulla protezione dei civili, obblighi di prevenzione del genocidio, tribunali internazionali e meccanismi di accertamento delle responsabilità.

Ciò che spesso manca è la volontà politica di consentire a questi strumenti di operare senza discriminazioni.

Una norma applicata soltanto ai nemici perde progressivamente la propria autorevolezza. La giustizia internazionale non può trasformarsi in una geografia delle convenienze, nella quale alcuni Stati vengono perseguiti con determinazione mentre altri beneficiano di un’interpretazione elastica delle medesime regole.

Né il diritto alla sicurezza di Israele, né la condanna doverosa dei crimini commessi da Hamas il 7 ottobre 2023, possono giustificare torture, violenze sessuali o trattamenti inumani contro persone detenute. Il divieto di tortura non dipende dalla nazionalità della vittima, dall’identità dell’aggressore o dalle circostanze politiche nelle quali viene violato.

Questo principio non ammette eccezioni.

E non dovrebbe essere necessario scegliere una parte politica per riconoscerlo.

La questione morale: nessun essere umano può diventare una cosa

Per una testata di ispirazione cristiana, la vicenda solleva un interrogativo che precede persino la qualificazione penale dei fatti.

Che cosa accade a una società quando il corpo di un uomo, di una donna o di un bambino può essere trasformato in uno strumento di dominio?

La risposta della tradizione cristiana è inequivocabile. La persona non riceve la propria dignità dallo Stato, dalla cittadinanza, dall’appartenenza etnica o dal riconoscimento di un’autorità. La possiede in quanto essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio.

Per questo la tortura rappresenta una negazione radicale dell’ordine morale. Non soltanto perché provoca dolore, ma perché pretende di esercitare sulla persona un potere incompatibile con la sua dignità.

La violenza sessuale aggiunge a questa negazione un’offesa particolarmente devastante all’intimità, alla libertà e all’integrità personale.

Nessuna ragione militare, nessuna emergenza nazionale, nessuna pretesa necessità investigativa può trasformare un simile atto in qualcosa di lecito.

È significativo che il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et spes, abbia annoverato tra le offese alla dignità umana le torture fisiche e morali, insieme a tutto ciò che degrada la persona. Non si tratta di un’indicazione riservata ai cattolici. È il riconoscimento di una legge morale che riguarda l’intera famiglia umana.

Anche il modo di raccontare queste atrocità deve rispettare tale principio. La vittima non può essere umiliata una seconda volta dalla curiosità dello spettatore, dall’esibizione gratuita della sua sofferenza o dall’uso propagandistico della sua storia.

Il compito di un documentario come Bodies of Evidence è tanto più importante quanto più riesce a mantenere questa distinzione: mostrare abbastanza per consentire la conoscenza e l’accertamento, senza trasformare la sofferenza in spettacolo.

Dalla memoria alla responsabilità

La presentazione alla Camera ha avuto un valore che supera l’appartenenza politica di chi l’ha promossa.

Il regista e il coproduttore hanno posto il problema della documentazione e della memoria. Maria Giulia Giuffré ha mostrato come la violenza sessuale possa assumere, in presenza dei requisiti richiesti, una rilevanza giuridica che arriva fino al genocidio. Triestino Mariniello ha richiamato gli obblighi preventivi degli Stati e le possibili responsabilità di chi continui a sostenere situazioni nelle quali esiste un serio rischio di crimini internazionali. Stefania Ascari ha trasferito questi interrogativi sul terreno delle decisioni politiche italiane.

Il filo che unisce gli interventi è la convinzione che la conoscenza comporti una responsabilità.

Non è necessario condividere ogni giudizio politico pronunciato durante l’incontro per riconoscere la serietà delle questioni sollevate. Anzi, proprio la loro gravità esige un linguaggio capace di distinguere con precisione ciò che è documentato, ciò che è denunciato, ciò che è giuridicamente ipotizzabile e ciò che deve ancora essere accertato.

Il rigore non indebolisce la denuncia. La rende più difficile da liquidare.

Rimane infine una domanda che riguarda il futuro della giustizia internazionale. Se la documentazione delle violenze non conduce a indagini effettive, se le vittime non possono accedere a rimedi adeguati, se le istituzioni giudiziarie vengono ostacolate e se gli Stati rinunciano ai propri obblighi per convenienza politica, quale fiducia potranno ancora riporre i popoli nel diritto?

È qui che il titolo Bodies of Evidence acquista il suo significato più inquietante.

I corpi non sono semplicemente oggetto dell’inchiesta. Portano i segni di una storia che chiede di essere ricostruita, verificata e giudicata. Ma prima ancora di diventare possibili elementi di prova, appartengono a persone che non possono essere ridotte alle violenze subite.

Una democrazia matura dovrebbe comprendere questa differenza.

La Camera dei deputati, ospitando il documentario, ha aperto uno spazio nel quale quelle testimonianze sono entrate nel dibattito istituzionale. Il valore dell’iniziativa si misurerà anche dalla capacità di tradurre l’ascolto in domande parlamentari, richieste di trasparenza, controlli sulle scelte governative e sostegno a indagini indipendenti.

Perché la compassione che non interroga le responsabilità rischia di esaurirsi nell’emozione. E l’indignazione che rinuncia alla verifica può consumarsi nella propaganda.

Tra questi due estremi esiste una strada più esigente: quella della verità cercata con rigore e della giustizia perseguita senza privilegi.

Il documentario di Al Jazeera, gli interventi dei produttori, l’analisi dei due giuristi e l’iniziativa di Stefania Ascari hanno riportato al centro una questione che nessuna diplomazia dovrebbe poter eludere.

Il diritto internazionale non può restare solenne nei trattati e facoltativo davanti ai potenti.

E la dignità umana non può dipendere dalla bandiera sotto la quale un uomo viene arrestato, dalla lingua nella quale invoca aiuto o dal peso politico dello Stato che lo tiene prigioniero.

Perché il giorno in cui la tortura viene tollerata in nome di una causa, per quanto importante essa venga considerata, non è soltanto la vittima a essere sconfitta. È l’idea stessa di civiltà giuridica che l’umanità ha faticosamente costruito.

E forse la domanda più severa che Bodies of Evidence lascia risuonare dentro il Parlamento italiano è proprio questa: quante prove dobbiamo ancora raccogliere prima di comprendere che il primo dovere di uno Stato di diritto non è proteggere i propri alleati dall’accertamento della verità, ma proteggere ogni essere umano dall’arbitrio del potere?

locandina body of evidence in orizzontale