Francia e Italia davanti alla brutalità che coinvolge anche giovanissimi. Proteggere le vittime è indispensabile, ma una società non diventa più sicura se rinuncia a educare chi ha sbagliato.
Undici anni, tredici anni. L’età in cui si dovrebbe ancora poter tornare a casa con un ginocchio sbucciato, invece di entrare in una cronaca giudiziaria. Quando la violenza coinvolge bambini e adolescenti così giovani, la prima reazione è uno sgomento che cerca immediatamente una risposta: fermateli. È una richiesta comprensibile. Chi viene aggredito ha diritto alla protezione, chi manda un figlio a scuola ha diritto di aspettarne il ritorno senza paura. Ma dopo quel primo verbo ne occorre un secondo, assai più impegnativo: recuperarli. Perché fermare un ragazzo oggi senza interrogarsi su chi diventerà domani significa lasciare incompiuto il lavoro della sicurezza.
La Francia offre un quadro che merita di essere guardato senza indulgenze e senza deformazioni. Il bilancio del ministero dell’Interno pubblicato il 22 maggio 2026 registra, fra il 2016 e il 2025, una diminuzione del 15 per cento dei minorenni individuati dalle forze dell’ordine come presunti autori di reato. Nello stesso periodo, però, quelli coinvolti in tentati omicidi sono più che raddoppiati, così come quelli coinvolti in reati sessuali. Il problema, dunque, non si lascia riassumere nell’immagine di un’intera generazione diventata criminale: alcuni indicatori della violenza più grave peggiorano dentro un andamento complessivo diverso. È proprio questa distinzione a rendere l’allarme più preciso e la risposta più esigente.
L’età bassissima non è soltanto un’impressione. Le statistiche del ministero della Giustizia francese relative al 2024 indicano che, fra i minorenni chiamati in causa nelle vicende penali esaminate dalle procure, il 10 per cento aveva fra dieci e dodici anni. Non significa che fossero tutti colpevoli, né che fossero tutti autori di violenze: significa che il contatto fra infanzia e giustizia penale è una realtà che non possiamo liquidare come un’eccezione da prima pagina.
Di fronte a questi bambini la tentazione politica è mostrare quanto presto lo Stato sappia punire. Sarebbe più utile dimostrare quanto presto sappia intervenire. Prima che il coltello diventi un argomento, prima che il gruppo diventi un tribunale, prima che l’umiliazione di un compagno venga scambiata per una prova di prestigio. A undici anni la domanda non riguarda soltanto la responsabilità di chi colpisce. Riguarda anche gli adulti che avrebbero dovuto accorgersi di ciò che stava accadendo.
Occorre, naturalmente, distinguere le età e gli ordinamenti. In Italia chi non ha compiuto quattordici anni non è imputabile; in Francia sotto i tredici anni non si possono infliggere pene detentive. Questo non impedisce interventi di protezione, educativi e, nei casi previsti, misure che allontanino il minore da un ambiente pericoloso. L’alternativa fra carcere e abbandono è una semplificazione che impoverisce il dibattito proprio quando servirebbero strumenti diversi e persone competenti.
Anche l’Italia deve guardarsi da una confusione: l’aumento dei ragazzi rinchiusi non è, da solo, la dimostrazione che si stia combattendo meglio la criminalità. Nell’ottavo rapporto sulla giustizia minorile, presentato nel febbraio 2026, Antigone segnala 572 persone detenute negli istituti penali per minorenni al 31 dicembre 2025, contro le 381 del 2022. L’associazione attribuisce un ruolo decisivo all’inasprimento introdotto dal decreto Caivano e denuncia il sovraffollamento. È una valutazione che chi governa dovrebbe affrontare nel merito: quanta sicurezza produce questa maggiore detenzione, e quali percorsi prepara per il ritorno alla vita libera?
Qui si incontra la questione della scuola. Sarebbe inesatto sostenere che entrando in carcere un adolescente perda automaticamente il diritto all’istruzione: negli istituti minorili esistono attività scolastiche e formative, e in Francia gli obblighi d’istruzione e formazione riguardano anche i giovani detenuti. Insegnanti ed educatori svolgono un lavoro che merita rispetto, sostegno e continuità.
Ma l’esistenza di un’aula non risolve, da sola, la questione educativa. Bisogna domandarsi quale insegnamento prevalga nell’intera giornata del ragazzo. Quello che gli restituisce fiducia nella possibilità di imparare, oppure quello che gli suggerisce di indurirsi per sopravvivere? La parola dell’educatore, oppure il prestigio del compagno più temuto? La scoperta di una capacità, oppure l’apprendimento di una gerarchia fondata sulla sopraffazione?
È in questa competizione che il carcere rischia di diventare un’accademia del crimine. Non per un destino inevitabile di chi vi entra, ma quando la custodia prende il posto del progetto educativo. Un adolescente può imparare nuovi contatti, nuove forme di intimidazione, nuovi modi di raccontare a sé stesso la propria violenza. Può arrivare con un’identità ancora incerta e uscire convinto che quella del delinquente sia l’unica capace di procurargli riconoscimento. La pena, allora, finisce per consolidare ciò che avrebbe dovuto interrompere.
Il paradosso è terribile: una società può spendere per rinchiudere un ragazzo e ritrovarsi a pagare, anni dopo, le conseguenze del suo mancato recupero. Nel frattempo avrà chiamato fermezza la propria impazienza.
Questo non significa lasciare liberi di colpire. Nei casi gravi, proteggere le persone può richiedere anche la detenzione. Ma la privazione della libertà deve essere accompagnata, fin dal primo giorno, da un lavoro concreto: scuola effettiva, sostegno psicologico quando necessario, formazione professionale, relazioni educative stabili, preparazione dell’uscita. Un ragazzo non può essere riconsegnato alla stessa strada, agli stessi reclutatori, alla stessa assenza di prospettive, con in più il marchio e le relazioni del carcere.
E bisogna arrivare prima. Una scuola che segnala l’abbandono deve trovare un servizio capace di rispondere. Una famiglia in difficoltà deve incontrare un aiuto esigente, che sostenga e chieda responsabilità. Un quartiere deve avere luoghi nei quali un adolescente possa essere riconosciuto senza dover incutere paura. Educatori di strada, insegnanti, allenatori, comunità e oratori non sono un ornamento delle politiche di sicurezza: possono esserne la presenza quotidiana, quella che incontra il ragazzo quando è ancora possibile deviare il corso delle cose.
Anche le vittime devono restare dentro questo discorso. Hanno bisogno di ascolto, assistenza, tutela e giustizia. Non si rende loro un servizio trasformandole nell’argomento conclusivo di ogni richiesta di durezza, per poi lasciarle sole quando si spengono le telecamere. Recuperare chi ha aggredito serve anche a impedire che qualcun altro subisca la stessa violenza.
Per una coscienza cristiana, infine, nessun ragazzo coincide interamente con il male che ha compiuto. Questa convinzione obbliga a prendere sul serio tanto la ferita della vittima quanto la responsabilità dell’autore. La misericordia domanda un cambiamento, e per questo è faticosa: pretende presenza, tempo, regole, perseveranza. La vendetta può accontentarsi di una porta chiusa.
A undici o tredici anni c’è ancora moltissimo da imparare. La questione è a chi affidiamo l’insegnamento. Se gli adulti rinunciano, altri occuperanno la cattedra. E una società che non trova abbastanza maestri per i suoi bambini rischia di dover trovare, domani, sempre più celle per i suoi uomini.
