Il riavvicinamento fra Washington e Mosca può aprire una strada al negoziato. Ma se l’Ucraina diventa una voce da liquidare fra energia, affari e arsenali nucleari, il rischio è una spartizione presentata come riconciliazione.

La pace può cominciare da una porta che si apre, da un prigioniero che torna a casa, da una telefonata fra uomini che fino al giorno prima si minacciavano. Ben venga ciascuno di questi gesti. Il problema nasce quando la porta aperta per qualcuno serve a nascondere quella che si sta chiudendo sul futuro di un popolo.

Attorno al riavvicinamento fra Donald Trump e Vladimir Putin si sta formando questa ambiguità. C’è una diplomazia che cerca risultati, ed è giusto che li cerchi. C’è però anche una rappresentazione del mondo nella quale i più forti sembrano riconoscersi reciprocamente il diritto di disporre degli altri. L’Ucraina rischia di passare dalla condizione di Paese invaso a quella, assai scomoda, di ostacolo alla conclusione dell’affare.

Il 20 ottobre Steve Witkoff ha incontrato Volodymyr Zelensky a Oslo, prima della prevista missione in Russia. Fra gli obiettivi riferiti dal Financial Times figura anche la liberazione di Stephen Hubbard, l’americano ultrasettantenne detenuto dai russi dal 2022. La sua sorte merita attenzione per ciò che è: la vita di un uomo, non una comparsa nel racconto di un successo presidenziale.

Se Hubbard tornerà libero, sarà una buona notizia senza riserve. Proprio per questo sarebbe scorretto caricare quell’eventuale liberazione di un significato che non può avere: dimostrare, da sola, che Mosca abbia cambiato politica verso l’Ucraina. Il ritorno di un detenuto e la sicurezza di un Paese sono risultati differenti. La commozione per il primo non può sostituire la verifica del secondo.

Nella comunicazione politica, invece, un abbraccio all’aeroporto possiede una forza che nessuna clausola diplomatica può eguagliare. Ha un volto, una famiglia, un momento riconoscibile. Le garanzie di sicurezza hanno pagine, condizioni, obblighi che diventano comprensibili soprattutto quando qualcuno li viola. A ridosso delle elezioni americane di metà mandato, la tentazione di presentare il risultato più visibile come prova dell’intera strategia è evidente. Ma la politica estera va giudicata anche dopo che le telecamere hanno lasciato la pista.

Il passaggio più significativo riguarda la possibilità di un vertice fra Trump, Putin e Xi Jinping in Cina, a novembre. Trump si è detto disponibile, indicando fra i temi le armi nucleari e la “denuclearizzazione”. L’incontro resta un’ipotesi, non un appuntamento già compiutamente definito. È tuttavia sufficiente a mostrare l’ampiezza del riavvicinamento cercato: il rapporto fra Washington e Mosca viene collocato dentro un’agenda che supera largamente la guerra ucraina.

Parlare di arsenali è necessario. Ridurre il pericolo nucleare sarebbe un beneficio per l’umanità intera. Il punto è capire se l’allargamento dell’agenda aiuterà a risolvere il conflitto oppure consentirà di relegarlo in una posizione secondaria. Per Putin il vantaggio politico sarebbe considerevole: tornare a essere interlocutore nella gestione dell’ordine mondiale mentre resta aperta la questione della guerra scatenata contro il vicino.

Non occorre immaginare un complotto. Basta osservare la disposizione delle sedie. Se tre potenze discutono del futuro di un quarto Paese senza riconoscergli una partecipazione effettiva, il problema è già nella forma del negoziato. L’assenza diventa una gerarchia: alcuni decidono, altri ricevono le conseguenze.

Si evoca facilmente una nuova Yalta. Il paragone storico rischia di appiattire epoche molto diverse, ma individua una tentazione ricorrente: considerare la stabilità un accordo fra grandi potenze sui limiti delle rispettive ambizioni. In questo schema, i popoli più piccoli ottengono tranquillità a condizione di accettare il posto assegnato loro.

Eppure il multilateralismo dovrebbe significare proprio il contrario: costruire regole e sedi nelle quali anche chi dispone di meno forza possa far valere la propria esistenza politica. Un direttorio di tre potenze non diventa multilaterale soltanto perché ha tre presidenti anziché uno. Può restare un sistema di privilegi, con un numero ristretto di amministratori.

L’Europa, davanti a questa prospettiva, non può limitarsi allo sdegno. Deve interrogarsi sulla distanza fra le proprie dichiarazioni e la capacità di incidere sugli eventi. Sostenere l’Ucraina richiede anche una proposta credibile per fermare la guerra; cercare un accordo richiede strumenti per impedirne la violazione. Senza entrambe le cose, la solidarietà rischia di diventare un linguaggio solenne accompagnato da una crescente irrilevanza.

Non basta neppure opporre agli affari americani una presunta innocenza europea. La lunga fiducia nell’integrazione economica con la Russia conteneva già l’idea che interessi commerciali condivisi potessero contenere il conflitto politico. L’invasione su vasta scala del 2022 ha mostrato quanto fosse pericoloso trattare quella speranza come una garanzia.

Gli scambi possono favorire la cooperazione. Non producono automaticamente moderazione, né trasformano un rapporto di dipendenza in una relazione di fiducia. Il commercio diventa uno strumento di pace quando opera dentro impegni verificabili; se sostituisce quegli impegni, può semplicemente rendere più conveniente ignorarne l’assenza.

Qui si colloca la domanda decisiva per Trump. Quali comportamenti concreti vengono richiesti a Mosca in cambio della normalizzazione? Quali protezioni vengono assicurate a Kiev? Chi interverrebbe, e con quali mezzi, se un’intesa fosse infranta? Sono domande meno spettacolari di un vertice, ma molto più vicine alla vita di chi deve decidere se ricostruire una casa, riaprire una scuola, riportare i figli in una città bombardata.

Una garanzia vale nella misura in cui rende prevedibile la risposta alla sua violazione. Altrimenti è una promessa affidata all’umore del prossimo presidente, alla convenienza del prossimo accordo commerciale, all’urgenza della prossima campagna elettorale.

Questo non significa pretendere una pace senza compromessi. Dopo anni di guerra, nessuna persona responsabile dovrebbe liquidare con leggerezza la necessità di negoziare. Anche un’intesa dolorosa può salvare vite, interrompere distruzioni, restituire tempo a una società ferita. Ma c’è una differenza essenziale fra accompagnare un popolo verso una scelta difficile e usare la sua dipendenza per imporgliela.

Allo stesso modo, la difesa della sovranità ucraina non può diventare l’alibi per rinviare indefinitamente la ricerca di una tregua. La coerenza domanda di tenere insieme due esigenze: fermare la morte e impedire che la forza diventi il criterio riconosciuto per ridisegnare i confini. Separarle rende la pace fragile oppure la giustizia impotente.

Per una coscienza cristiana, il valore di una trattativa si misura anzitutto nelle persone che protegge: prigionieri restituiti alle famiglie, civili sottratti ai bombardamenti, profughi messi in condizione di scegliere il ritorno. Anche la sovranità, vista da questa prospettiva, acquista un contenuto concreto: è la possibilità di una comunità di vivere senza che il proprio futuro dipenda dal permesso del vicino più potente.

Ben venga dunque la liberazione di Hubbard. Ben vengano gli incontri e gli accordi capaci di ridurre il rischio nucleare. Ben venga ogni passo che faccia tacere le armi. Ma nessuno di questi beni deve servire a rendere irrilevante la voce di chi quella guerra la subisce.

La pace comincia a essere credibile quando al tavolo trova posto anche chi non possiede la forza per reclamarlo. Altrimenti i potenti avranno trovato un’intesa fra loro. Al resto del mondo resterà da impararne le condizioni.