La diffusione di un video girato nello Studio Ovale, a dodici giorni dalle elezioni americane di metà mandato, apre un caso nella Chiesa cattolica statunitense. L’arcivescovo Jeffrey Grob chiede pubblicamente scusa, altri presuli denunciano l’utilizzo politico dell’incontro e il vescovo di Palm Beach prende le distanze da qualsiasi endorsement. La questione supera Donald Trump: un pastore può pregare per ogni governante, ma non può permettere che la sua benedizione diventi un manifesto elettorale.

C’è qualcosa di profondamente evangelico in un vescovo che prega per un presidente. E qualcosa di profondamente ambiguo in un presidente che utilizza quell’immagine mentre il Paese si prepara a votare.

La differenza può sembrare sottile. In realtà, attraversa uno dei confini più delicati della presenza cristiana nella vita pubblica: quello tra la libertà della Chiesa di dialogare con il potere e la tentazione del potere di servirsi della Chiesa per legittimare sé stesso.

È quanto accaduto giovedì 22 ottobre alla Casa Bianca, quando dodici vescovi cattolici americani, invitati a Washington per un confronto con esponenti dell’amministrazione Trump, sono stati accompagnati nello Studio Ovale per un momento di preghiera con il presidente degli Stati Uniti.

L’incontro, secondo quanto ricostruito da alcuni partecipanti, doveva essere riservato. Si era discusso di questioni concretissime: immigrazione, dignità della persona, libertà religiosa, visti per il personale ecclesiastico, istruzione e tutela della vita.

Poi la scena è cambiata.

Trump seduto alla scrivania presidenziale. I vescovi raccolti attorno a lui. Le mani levate nella preghiera. Le telecamere a immortalare un momento che, nella percezione di alcuni partecipanti, avrebbe dovuto conservare un carattere privato.

Poco dopo, il video è apparso sui canali della Casa Bianca.

A dodici giorni dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, quell’immagine ha assunto inevitabilmente una dimensione politica. Non occorreva accompagnarla con uno slogan elettorale: la composizione dell’inquadratura e il contesto facevano già parte del messaggio.

La Conferenza episcopale degli Stati Uniti (USCCB) ha precisato immediatamente che non aveva organizzato l’incontro e che questo non era affiliato alla Conferenza. 

La questione non è se i vescovi abbiano fatto bene a pregare. Pregare per i governanti appartiene alla tradizione cristiana, indipendentemente dal loro orientamento politico.

La questione è se una preghiera possa essere trasformata, attraverso la sua rappresentazione mediatica, in qualcosa che i protagonisti non intendevano compiere: una manifestazione di sostegno politico.

Ed è precisamente qui che la vicenda diventa un caso esemplare di comunicazione istituzionale, di etica ecclesiale e di rapporto fra fede e potere.

Dodici pastori, sensibilità diverse e un’immagine soltanto

All’incontro hanno partecipato l’arcivescovo di Denver James Golka, l’arcivescovo di Milwaukee Jeffrey Grob e l’arcivescovo emerito di Kansas City Joseph Naumann.

Con loro i vescovi Edward Burns di Dallas, Michael Barber di Oakland, Steven Raica di Birmingham, James Wall di Gallup, Thomas Hennen di Baker, Scott Bullock di Rapid City e William Joensen di Des Moines.

Erano inoltre presenti mons. Francis Kalabat, eparca caldeo di Detroit, e mons. Elias Zaidan, eparca maronita della circoscrizione ecclesiastica di Our Lady of Lebanon of Los Angeles. 

Non si tratta di un gruppo ecclesialmente o politicamente omogeneo. Fra questi presuli figurano pastori che hanno espresso posizioni diverse su immigrazione, diritti sociali, tutela della vita nascente e rapporto con l’amministrazione federale.

Ma proprio questa pluralità è stata oscurata dall’immagine diffusa dalla Casa Bianca.

Dodici storie pastorali, dodici sensibilità, dodici responsabilità ecclesiali ridotte a una sola sequenza visiva: la gerarchia cattolica attorno al presidente.

La fotografia non spiegava le ragioni dell’incontro, non riportava le questioni affrontate, non distingueva le convinzioni dei partecipanti.

Mostrava soltanto un momento di vicinanza.

Ed è questo il potere, ma anche il pericolo, della comunicazione politica contemporanea: un’immagine selezionata può trasmettere un significato diverso dall’esperienza vissuta da coloro che vi compaiono.

Non necessariamente perché l’immagine sia falsa. Ma perché è incompleta.

Jeffrey Grob e il coraggio di chiedere scusa

Fra le reazioni più significative emerge quella dell’arcivescovo di Milwaukee, Jeffrey Grob.

Il 25 ottobre ha pubblicato una lettera dal titolo A Public Apology, nella quale ricostruisce la vicenda senza sottrarsi alla propria responsabilità.

Grob spiega che la visita era stata presentata come un confronto privato su temi rilevanti per la missione della Chiesa. Dopo circa novanta minuti di colloqui con lo staff della Casa Bianca, i vescovi sono stati accompagnati nello Studio Ovale. Secondo il suo racconto, non erano stati informati della registrazione video e non avevano autorizzato la successiva diffusione pubblica delle immagini.

L’arcivescovo esprime dispiacere soprattutto nei confronti dei fedeli che, vedendo il filmato, hanno interpretato la sua presenza come un sostegno alle politiche di Trump, comprese quelle che avevano provocato sofferenze nelle loro famiglie.

La sua spiegazione è particolarmente importante perché non si limita a denunciare l’uso politico delle immagini.

Grob riconosce di avere avuto delle riserve prima dell’incontro e di non averle ascoltate fino in fondo. 

La sua autorevolezza non consiste nel fingere di non avere sbagliato, ma anche nella capacità di riconoscere gli effetti delle proprie decisioni.

È un passaggio che restituisce profondità ecclesiale a una vicenda altrimenti confinata nella polemica.

Un vescovo non è infallibile nelle proprie scelte diplomatiche o comunicative. Può sbagliare una valutazione, sottovalutare un contesto, accettare un invito senza prevederne tutte le conseguenze.

Grob non rinnega la preghiera. Non rinnega il dialogo istituzionale. Non nega la legittimità dell’incontro fra Chiesa e autorità civile.

Riconosce però che qualcosa di sacro è stato utilizzato, secondo la sua valutazione, per finalità diverse da quelle pastorali.

Si può pregare sinceramente ed essere, nello stesso tempo, imprudenti nella comunicazione di quel gesto.

Il significato morale dell’atto e il suo significato pubblico non coincidono sempre.

E oggi un pastore deve saper discernere entrambi.

La fede prima della politica, non al servizio della politica

Il 14 ottobre, appena otto giorni prima dell’incontro, il presidente della Conferenza episcopale statunitense, l’arcivescovo Paul Coakley, aveva rivolto ai cattolici un invito inequivocabile: mettere la fede prima della politica.

Non significava disinteressarsi delle elezioni.

Significava impedire che l’appartenenza partitica diventasse il criterio attraverso cui interpretare il Vangelo.

Coakley aveva ricordato che il contributo della Chiesa alla vita pubblica non consiste in un programma di partito, bensì nella difesa della dignità di ogni persona e del bene comune. Aveva inoltre messo in guardia dalla mentalità secondo cui criticare il proprio schieramento politico significherebbe automaticamente favorire quello avversario. 

Sono parole che assumono oggi un significato particolare.

Negli Stati Uniti una parte dell’elettorato cattolico si riconosce nelle posizioni repubblicane sulla difesa della vita nascente e sulla libertà religiosa. Altri cattolici contestano duramente le politiche migratorie dell’amministrazione Trump, l’impatto sociale di determinate scelte economiche o la retorica utilizzata nei confronti degli stranieri.

Le due sensibilità attraversano anche le comunità ecclesiali.

Il compito di un vescovo non è cancellare queste differenze, né offrire una copertura religiosa all’uno o all’altro schieramento.

È ricordare a tutti che la fede cristiana precede le appartenenze politiche e le giudica alla luce di principi che nessun partito può rivendicare in esclusiva.

La difesa della vita umana non comincia e non finisce con una sola questione legislativa.

Comprende il nascituro e il migrante, il povero e l’anziano, il detenuto e il lavoratore, il bambino e la persona perseguitata.

Questo non significa equiparare automaticamente questioni morali differenti. Significa rifiutare una coscienza selettiva, capace di invocare la dignità umana soltanto quando coincide con le priorità del proprio schieramento.

Nessuna amministrazione può pretendere che la Chiesa taccia sulle politiche che ritiene contrarie al Vangelo in cambio dell’appoggio ricevuto su altre questioni.

La Chiesa collabora con le istituzioni quando è possibile, le interpella quando è necessario e conserva sempre la libertà di formulare il proprio giudizio morale.

Questa libertà è parte integrante della sua missione.

Palm Beach, la diocesi di Trump, prende le distanze

La reazione più significativa, per il suo valore simbolico, è arrivata lunedì 26 ottobre da mons. Manuel de Jesús Rodríguez, vescovo di Palm Beach.

Non si tratta di una diocesi qualsiasi.

Nel suo territorio si trova Mar-a-Lago, la residenza in Florida del presidente Trump, divenuta negli ultimi anni uno dei luoghi più riconoscibili della sua attività politica.

Rodríguez non ha partecipato all’incontro dello Studio Ovale. Ha però richiamato pubblicamente un principio fondamentale: la Chiesa cattolica non sostiene candidati o partiti politici.

Il presule ha inoltre avvertito che eventuali gesti presentati come manifestazioni di sostegno politico, anche quando assumono la forma di preghiere o benedizioni, non devono essere considerati espressione della posizione ufficiale della Chiesa.

È una precisazione importante, soprattutto perché proviene dal pastore della diocesi che ospita una delle residenze più celebri del presidente. 

Non è necessario interpretarla come un attacco personale a Trump.

È anzitutto l’affermazione della libertà ecclesiale.

Un vescovo non può impedire ai fedeli di avere preferenze politiche. Né deve pretendere che la fede cristiana conduca automaticamente a un’unica scelta elettorale.

Può però ricordare che nessun candidato, nessun presidente e nessun partito rappresentano ufficialmente la Chiesa.

Si può essere cattolici e votare repubblicano. Si può essere cattolici e votare democratico. Si può criticare una determinata politica migratoria senza condividere necessariamente tutte le proposte dell’opposizione.

Ciò che non si può fare è utilizzare l’autorità spirituale dei pastori come se costituisse una certificazione religiosa dell’intero programma di un governo.

James Golka e William Joensen: la buona fede non basta a governare le immagini

L’arcivescovo di Denver, James Golka, che ha guidato la preghiera nello Studio Ovale, ha spiegato di essersi interrogato sull’opportunità di partecipare all’incontro.

Sapeva che l’immagine avrebbe potuto essere interpretata politicamente. Ha tuttavia ritenuto importante non rinunciare alla possibilità di pregare con il presidente e di affrontare questioni rilevanti per la Chiesa.

Dopo la diffusione del video, ha riconosciuto il disagio provocato fra i fedeli e ha ribadito che il suo gesto non costituiva un sostegno elettorale.

Anche il vescovo William Joensen di Des Moines ha espresso rammarico per l’uso politico dell’incontro, riconoscendo di non avere esercitato sufficiente prudenza.

Richiamando il Vangelo di Matteo, nel quale Gesù invita i discepoli a essere prudenti come serpenti e semplici come colombe, Joensen ha osservato che avrebbe dovuto mostrare maggiore accortezza. 

È forse questa la lezione comunicativa più interessante dell’intera vicenda.

Nell’ecosistema mediatico contemporaneo non basta dichiarare quali fossero le proprie intenzioni.

Occorre anche prevedere, per quanto ragionevolmente possibile, le conseguenze pubbliche dei propri gesti.

La comunicazione istituzionale della Chiesa non è soltanto un problema di uffici stampa o di gestione delle fotografie. È parte della responsabilità pastorale.

Un vescovo comunica con le parole, con il silenzio, con la presenza e perfino con la posizione che occupa in una fotografia.

La sua figura non appartiene soltanto alla propria persona. È anche il segno visibile di una comunità ecclesiale.

E proprio per questo deve custodire con attenzione la distinzione fra il proprio ministero e le preferenze politiche individuali.

La Casa Bianca, Paula White-Cain e la religione come linguaggio del consenso

La vicenda richiama una caratteristica consolidata della comunicazione politica di Donald Trump: l’utilizzo di immagini religiose per rappresentare la vicinanza fra la presidenza e una parte dell’elettorato cristiano.

La presenza nello Studio Ovale di Paula White-Cain, figura del mondo evangelico e responsabile del White House Faith Office, conferisce alla scena una continuità con altre iniziative religiose della presidenza.

Non è illegittimo che un capo di Stato incontri ministri di culto, chieda preghiere o dialoghi con rappresentanti delle comunità religiose.

Il pluralismo democratico comprende anche la libertà dei credenti di partecipare alla vita pubblica.

Il problema nasce quando il linguaggio della fede diventa difficilmente distinguibile dal linguaggio della legittimazione politica.

La Casa Bianca, interpellata sulle critiche dei vescovi, ha difeso il bilancio dell’amministrazione nei confronti dei cattolici. La portavoce Taylor Rogers ha richiamato gli interventi sulla libertà religiosa, i provvedimenti a favore di attivisti pro-life e la tutela dei diritti dei genitori.

Sono argomenti politici sui quali i cittadini possono esprimere valutazioni differenti.

Ma non rispondono direttamente all’interrogativo posto da Grob: era opportuno pubblicare le immagini di una preghiera che i partecipanti ritenevano riservata, poco prima di una competizione elettorale? 

Il punto non è stabilire se Trump abbia compiuto decisioni apprezzabili da una parte dei cattolici.

Il punto è che l’eventuale condivisione di alcune politiche non può essere trasformata in un’adesione religiosa complessiva alla sua presidenza.

La fede cristiana non è un marchio di approvazione politica.

E il cattolicesimo, a differenza di alcune forme di religiosità politica fortemente identificate con un leader nazionale, possiede una dimensione universale che non può essere ridotta alle contrapposizioni interne degli Stati Uniti.

Il successore di Pietro non è il cappellano di una potenza mondiale. E i vescovi non sono i funzionari spirituali dell’amministrazione di turno.

La loro missione è annunciare Cristo, difendere la dignità umana e servire la comunione ecclesiale.

Anche quando questo comporta il dissenso nei confronti dei potenti.

Leone XIV e il pericolo di una Chiesa trasformata in bandiera

Questa vicenda assume un significato particolare nel pontificato di Leone XIV.

Il rapporto fra cattolicesimo americano e presidenza Trump attraversa questioni di notevole rilievo: immigrazione, libertà religiosa, difesa della vita, povertà, tutela della famiglia e responsabilità internazionale degli Stati Uniti.

Sono temi sui quali il giudizio morale della Chiesa non può essere subordinato alle esigenze di un calendario elettorale.

Sarebbe però altrettanto sbagliato trasformare ogni divergenza fra i vescovi e il presidente americano in una contrapposizione personale fra Leone XIV e Trump.

La Chiesa non è chiamata a diventare l’opposizione religiosa della Casa Bianca.

È chiamata a conservare la propria libertà evangelica.

Questa libertà permette di riconoscere ciò che è conforme al bene comune e di contestare ciò che lo contraddice, indipendentemente da chi governa.

Permette di incontrare Trump senza diventarne sostenitori e di criticare Trump senza trasformarsi automaticamente in sostenitori dei democratici.

È una posizione più impegnativa del semplice schieramento.

Perché obbliga a giudicare le singole questioni senza la comodità di un’appartenenza politica che risolva preventivamente tutti i problemi.

In questo senso, la prudenza ecclesiale non coincide con la neutralità morale.

La Chiesa non è neutrale dinanzi alla dignità umana, alla violenza, all’ingiustizia o alla violazione dei diritti fondamentali.

È invece estranea alla logica secondo cui la fedeltà al Vangelo si misurerebbe attraverso la fedeltà a un partito.

Confondere queste due dimensioni significa impoverire sia la testimonianza cristiana sia il dibattito democratico.

Un pastore non benedice un programma elettorale

La tradizione cristiana conosce da sempre la preghiera per le autorità.

San Paolo, nella Prima lettera a Timoteo, invita a pregare per i governanti affinché tutti possano condurre una vita pacifica e dignitosa.

Ma pregare per un governante significa chiedere che agisca con giustizia e saggezza. Non significa dichiarare giuste tutte le sue decisioni.

È una differenza teologica elementare, che le immagini della politica contemporanea rischiano talvolta di cancellare.

La benedizione non è un’approvazione incondizionata.

Quando la Chiesa benedice una persona, invoca su di lei la grazia di Dio, non attribuisce automaticamente legittimità morale a tutte le sue azioni.

Nel caso di un presidente, la preghiera dovrebbe essere anche un richiamo alla gravità della responsabilità ricevuta.

Un’autorità politica è chiamata a servire la comunità, non a servirsi della comunità.

E la preghiera cristiana, quando è autentica, non dovrebbe confortare il potere nella convinzione di essere sempre nel giusto.

Dovrebbe piuttosto aprirlo alla conversione, alla giustizia e alla responsabilità.

È questo il motivo per cui un vescovo può pregare con un presidente senza condividerne le politiche.

Ma è anche il motivo per cui deve vigilare affinché la preghiera non venga rappresentata come una consacrazione politica.

Il gesto religioso appartiene a un ordine di significato che nessuna strategia elettorale può esaurire.

Il popolo di Dio ha diritto alla chiarezza

Nella lettera di Grob esiste un aspetto che merita di essere sottolineato.

L’arcivescovo non scrive principalmente per difendersi dalle critiche dei commentatori politici.

Scrive perché alcuni fedeli gli hanno manifestato dolore, smarrimento e delusione.

È una differenza decisiva.

La questione non riguarda soltanto la reputazione pubblica dei vescovi. Riguarda la fiducia delle persone affidate alle loro cure.

Fra quei fedeli possono esserci immigrati che temono per il proprio futuro, famiglie preoccupate dalle politiche federali e persone che interpretano la presenza dei loro pastori accanto al presidente come un segnale di distanza dalle sofferenze che vivono.

Naturalmente, altri cattolici avranno accolto positivamente la fotografia, ritenendo importante che il presidente degli Stati Uniti riceva la preghiera dei rappresentanti della Chiesa.

Entrambe le reazioni confermano quanto il gesto fosse comunicativamente delicato.

Un pastore non può governare le proprie decisioni attraverso il timore di ogni possibile critica. Deve però prestare attenzione a ciò che la sua presenza comunica alla comunità.

La responsabilità pastorale non si esaurisce nella correttezza formale di un incontro.

Comprende anche la capacità di custodire l’unità ecclesiale e di evitare confusioni prevedibili.

La Chiesa non deve diventare prigioniera dell’immagine. Ma non può neppure ignorare la forza delle immagini.

Specialmente quando esse vengono prodotte e diffuse da istituzioni che dispongono di apparati comunicativi potenti e di obiettivi dichiaratamente politici.

Il valore di un vescovo che riconosce di avere sbagliato

La pagina forse più autenticamente cristiana di questa vicenda non è quella dello Studio Ovale.

È quella della lettera scritta da Jeffrey Grob dopo avere ascoltato le reazioni dei suoi fedeli.

Non perché le sue scuse risolvano ogni problema.

E neppure perché debbano essere interpretate come una condanna morale complessiva del presidente Trump.

Ma perché restituiscono al ministero episcopale una dimensione che talvolta rischia di essere oscurata dalla solennità delle funzioni: la disponibilità a riconoscere i propri limiti.

Un vescovo non smette di essere discepolo quando diventa successore degli apostoli.

Continua a imparare, discernere, correggersi e camminare insieme alla comunità cristiana.

Il potere politico tende spesso a rappresentarsi attraverso immagini di sicurezza, forza e infallibilità.

La testimonianza evangelica conosce invece anche il valore della debolezza riconosciuta, dell’umiltà e della conversione.

In questo senso, la lettera di Grob possiede una forza pastorale che il video della Casa Bianca non poteva comunicare.

Nella fotografia, i vescovi appaiono attorno a un uomo potente.

Nella lettera, un vescovo torna accanto al proprio popolo.

Ed è qui che si comprende meglio la differenza fra la rappresentazione del potere e l’esercizio dell’autorità spirituale.

La prima cerca consenso.

La seconda deve cercare la verità.

La Chiesa non ha bisogno del potere per essere autorevole

L’episodio del 22 ottobre non dovrebbe diventare il pretesto per interrompere il dialogo fra episcopato e amministrazione americana.

Sarebbe una conclusione sbagliata.

La Chiesa ha il diritto e il dovere di incontrare i responsabili politici, presentare le proprie preoccupazioni, difendere i più vulnerabili e collaborare su questioni di interesse generale.

Deve poterlo fare con Trump come con qualunque altro presidente.

Ma proprio perché il dialogo è necessario, devono essere chiare le sue condizioni.

Un incontro istituzionale non equivale a un sostegno elettorale.

Una preghiera non equivale a una dichiarazione di appartenenza politica.

Una benedizione non equivale all’approvazione di un programma di governo.

E un’immagine diffusa dalla Casa Bianca non può parlare automaticamente a nome dell’intera Chiesa cattolica.

La vicenda dovrebbe suggerire una maggiore attenzione alle modalità con cui vengono concordati e comunicati gli incontri fra autorità ecclesiastiche e istituzioni politiche.

La trasparenza preventiva, la chiarezza delle finalità e il rispetto del significato religioso dei gesti non sono dettagli organizzativi.

Sono condizioni per evitare equivoci che possono danneggiare la credibilità della testimonianza cristiana.

Alla fine, forse il gesto più importante non sarà quello ripreso dalle telecamere nello Studio Ovale, ma quello compiuto da un arcivescovo che ha accettato di domandare perdono.

La Chiesa non perde autorevolezza quando riconosce un’imprudenza.

Rischia di perderla quando confonde la propria missione con la ricerca della vicinanza ai potenti.

È significativo che Grob abbia concluso la sua lettera con parole semplici, lontanissime dalla retorica politica.

«Siamo, come sempre, un popolo pellegrino. E questo vale anche per i vescovi».

Una frase che contiene tutta la differenza fra il potere e il Vangelo.

Il potere ama mostrarsi arrivato.

La Chiesa sa di essere ancora in cammino.

E una Chiesa pellegrina può entrare nello Studio Ovale, ma non dovrebbe mai dimenticare che la propria destinazione non è la Casa Bianca. È il Regno di Dio.

Catenaccio

Dodici vescovi hanno pregato con Donald Trump, ma la Casa Bianca ha trasformato un momento presentato come riservato in un’immagine di forte impatto politico. Le scuse di Grob e i chiarimenti degli altri presuli ricordano un principio fondamentale: la Chiesa può dialogare con ogni governo senza identificarsi con alcun partito. Il Vangelo non è uno strumento della comunicazione elettorale.