«Paghino i genitori». Nella Francia attraversata dalle proteste studentesche, la formula del ministro della Giustizia Gérald Darmanin ha la semplicità delle risposte che sembrano chiudere una discussione. Qualcuno ha danneggiato un edificio, qualcuno dovrà risarcire. Il problema comincia quando il conto delle devastazioni prende il posto del confronto sulle ragioni della protesta. Perché una scuola può avere un cancello nuovo e continuare a lasciare fuori il futuro dei suoi ragazzi.
Il bilancio del 2 ottobre è grave. Il ministero dell’Istruzione riferisce di sessantacinque lavoratori della scuola feriti, tra cui quaranta dirigenti. Le cronache della mattinata segnalano azioni in oltre cinquecento istituti e circa seicento fermi; il totale dall’inizio della settimana si avvicina invece ai duemila, secondo le dichiarazioni governative. Sono cifre riferite a periodi diversi, che richiedono precisione. E sono persone: insegnanti, studenti, personale scolastico, agenti. Nessuna ferita diventa trascurabile perché riguarda qualcuno collocato dalla parte sbagliata di una barricata.
Per comprendere questa mobilitazione bisogna tornare davanti ai cancelli quando ancora non bruciavano. La ricostruzione pubblicata dal Fatto Quotidiano individua un primo episodio il 7 settembre al liceo Théodore-Monod di Le Rheu, vicino a Rennes: orari incoerenti, classi sovraffollate, un avvio scolastico caotico. Il 17 settembre il blocco del Saint-Exupéry di Créteil contribuisce a dare alla protesta una dimensione nazionale. La mobilitazione si estende alle periferie parigine e alle grandi città, viaggiando anche attraverso TikTok e Snapchat. Le richieste hanno una concretezza disarmante: docenti, risorse, aule nelle quali sia possibile studiare.
C’è qualcosa che dovrebbe interrogare gli adulti in questi adolescenti che interrompono le lezioni per chiedere una scuola capace di fare lezione. Si può discutere il metodo del blocco, soprattutto quando impedisce ad altri studenti di frequentare. Ma la contraddizione rivela una fiducia ancora viva nell’istruzione: chi domanda insegnanti e condizioni migliori sta attribuendo valore alla scuola. La politica dovrebbe riconoscere questa domanda prima che la frustrazione la trasformi in rinuncia.
Il malessere investe anche le scelte di bilancio. Secondo Reuters, il progetto per il 2027 prevede un aumento nominale delle risorse per l’istruzione dell’1,7%, inferiore all’inflazione. È una distinzione essenziale: uno stanziamento può crescere sulla carta e perdere capacità di acquistare servizi. Per chi governa è una percentuale; per chi studia può significare una supplenza che manca, una classe troppo numerosa, un edificio la cui manutenzione viene rinviata.
La violenza colpisce proprio questa domanda di dignità. Incendiare una scuola significa sottrarre opportunità soprattutto a chi dipende da quella scuola per averne. Aggredire un preside o un insegnante offende una persona e spezza una relazione educativa. Una causa giusta impone responsabilità anche nei mezzi. Allo stesso tempo, l’esistenza dei violenti non autorizza a trattare un’intera generazione come una minaccia. La distinzione tra protesta, danneggiamento e aggressione è il lavoro necessario di uno Stato democratico.
Lo stesso rigore deve valere per il racconto dei fatti. Il caso del liceo Victor-Hugo di Marsiglia è istruttivo. Per gli episodi del primo ottobre era circolata la notizia che alcuni membri della dirigenza fossero stati cosparsi di benzina. Secondo la rettifica dell’ufficio scolastico e della prefettura, ricostruita dal Fatto, erano stati raggiunti da schizzi mentre veniva versato carburante nei cassonetti, senza essere direttamente presi di mira con quel liquido. I disordini restano gravi, ma la dinamica cambia. La precisazione riguarda quell’episodio e non va confusa con le notizie relative ad altri istituti.
Una rettifica appartiene alla notizia e deve ricevere una visibilità proporzionata all’errore. Raccontare un’aggressione deliberata con benzina produce un’immagine precisa nella coscienza del lettore. Quando la ricostruzione viene corretta, lasciare intatta quell’immagine altera il giudizio pubblico. Per un giornalismo responsabile, e tanto più per una coscienza cristiana, la verità conserva il suo valore anche quando rende meno efficace il titolo e meno comoda la polemica.
Nella contesa entra inevitabilmente Jean-Luc Mélenchon. La vicinanza di una parte della sinistra alla mobilitazione alimenta le accuse governative di strumentalizzazione; La France insoumise respinge l’accusa di aver orchestrato il movimento. Ma riconoscere l’esistenza di interessi elettorali non basta a spiegare perché tanti ragazzi si riconoscano nelle medesime rivendicazioni. Sarebbe offensivo considerarli semplici comparse di una strategia altrui. Anche chi sostiene la protesta dovrebbe guardarli come interlocutori, senza trasformarli in una riserva di consenso.
La prospettiva cattolica offre qui un criterio particolarmente esigente. La dichiarazione conciliare Gravissimum educationis, al numero 1, fonda il diritto all’educazione sulla dignità della persona; al numero 3 riconosce la responsabilità primaria dei genitori e i compiti della società civile. Educare comporta quindi una responsabilità condivisa. La famiglia deve accompagnare, porre limiti, insegnare il rispetto. Le istituzioni devono creare le condizioni perché quel compito possa riuscire. Chiamare in causa i genitori soltanto quando arriva il momento del risarcimento impoverisce questa alleanza.
Le responsabilità per i danni devono essere accertate, e la riparazione può avere un autentico significato educativo. Tuttavia, una risposta pubblica centrata sulla minaccia economica rischia di raggiungere le famiglie soprattutto nella loro paura. L’autorevolezza si costruisce mostrando che le regole proteggono tutti e che chi le fa rispettare sa anche ascoltare. Lo Stato deve saper distinguere il ragazzo che protesta da chi aggredisce, proteggere il personale scolastico e garantire un uso proporzionato della forza. L’età dei manifestanti rende questa responsabilità ancora più delicata.
Il confronto tra ministero, sindacati, studenti e genitori annunciato per il 2 ottobre va dunque preso sul serio. Servono impegni verificabili: dove mancano insegnanti, quali edifici richiedono interventi, come ridurre il sovraffollamento, entro quali tempi. La fiducia ritorna quando una promessa acquista un indirizzo e una scadenza.
La Francia insegna ai suoi ragazzi tre parole impegnative: libertà, uguaglianza, fraternità. Quelle parole chiedono di essere riconoscibili anche in un’aula di periferia. I cancelli danneggiati andranno riparati, le aggressioni perseguite, le responsabilità accertate. Rimarrà poi il compito più difficile: convincere chi torna in classe che la Repubblica si aspetta qualcosa da lui perché è ancora disposta a investire su di lui. Presentare il conto richiede un ufficio. Educare una generazione richiede una comunità.
