Una democrazia si misura anche dalla possibilità di chiudere una porta la sera e sentirsi al sicuro. Dietro quella porta ci sono una famiglia, un anziano, qualcuno che studia, qualcuno che torna dal lavoro. Quando avere un tetto diventa una conquista provvisoria, continuamente minacciata dal prossimo aumento, la crisi abitativa entra nella carne della società. È questa la questione che esplode in Spagna, mentre il Parlamento respinge le misure del governo Sánchez e nelle piazze cresce una protesta che nessuna aritmetica parlamentare può esaurire.

Il 2 ottobre il Congresso ha bocciato entrambi i decreti sulla casa: il primo con 178 voti contrari e 172 favorevoli, il secondo con 184 contrari e 166 favorevoli. Decisiva la convergenza di Junts con Partito popolare e Vox; sul secondo provvedimento si sono aggiunti i voti contrari di PNV e Coalición Canaria. Le misure riguardavano, tra l’altro, la protezione dagli sfratti delle persone vulnerabili e il rinnovo automatico dei contratti d’affitto. La sconfitta apre uno scenario di possibile voto anticipato: alla data del 2 ottobre, tuttavia, le elezioni restano un’ipotesi, non una decisione annunciata.

Sarebbe però una lettura assai povera ridurre tutto alla sopravvivenza del presidente del governo. Sánchez deve rispondere dell’efficacia delle proprie politiche, della capacità di costruire maggioranze e della distanza tra promesse e risultati. Chi ha respinto i decreti deve spiegare quale risposta immediata intenda offrire alle persone che quelle misure avrebbero dovuto proteggere. La legittimità di un voto contrario non ne cancella la responsabilità sociale. E l’applauso per una sconfitta dell’avversario diventa politicamente miope quando, fuori dall’aula, qualcuno teme di perdere casa.

Gli antefatti risalgono ben oltre questa settimana. La crisi finanziaria del 2008 aveva mostrato il volto più crudele dell’indebitamento immobiliare, dando forza ai movimenti contro gli sfratti. Negli anni successivi il disagio si è trasformato: accanto alle famiglie travolte dai mutui, sono diventati centrali gli inquilini incapaci di sostenere il costo dell’abitare. La precarietà si è insinuata anche nelle vite di chi lavora, senza riuscire a ottenere quella stabilità che il lavoro dovrebbe rendere possibile.

La legge spagnola del 24 maggio 2023 sul diritto all’abitazione ha cercato di intervenire, prevedendo strumenti per le aree sottoposte a particolare pressione immobiliare e forme di contenimento dei canoni. La sua applicazione si è però inserita nello scontro tra governo centrale e amministrazioni territoriali. Il 13 ottobre 2024 migliaia di persone sono scese in piazza a Madrid contro il caro affitti. Il 5 aprile 2025 le mobilitazioni hanno coinvolto quaranta città: una geografia del disagio che attraversava metropoli, centri universitari e territori turistici. Quelle piazze contestavano anche l’insufficienza delle risposte del governo progressista.

Nell’ultima settimana, secondo Reuters, lo sfratto dell’ottantasettenne Maricarmen Abascal ha dato nuovo impulso alle proteste e agli accampamenti, riportando giovani e attivisti nelle piazze. Dopo la bocciatura parlamentare, il sindacato degli inquilini ha confermato ulteriori manifestazioni per sabato 3 ottobre, indicando nello sciopero generale un obiettivo della mobilitazione. Un volto anziano e una generazione giovane si ritrovano così dentro la medesima domanda di sicurezza.

È precisamente qui che la dottrina sociale della Chiesa offre un criterio esigente. Giovanni XXIII, nella Pacem in terris, colloca l’abitazione tra i beni indispensabili a un’esistenza dignitosa. La casa appartiene dunque all’orizzonte dei diritti della persona: precede moralmente la disponibilità di chi governa a concedere un aiuto. Un diritto può richiedere strumenti diversi per essere realizzato; non può essere liquidato perché realizzarlo costa o disturba interessi consolidati.

La tradizione cattolica riconosce la proprietà privata e, proprio per questo, ne prende sul serio le responsabilità. Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, ai numeri 177 e 178, ne ricorda la subordinazione alla destinazione universale dei beni e la funzione sociale. Possedere comporta doveri verso la comunità. Applicato all’abitare, questo principio impedisce di considerare irrilevante ciò che accade alle persone quando una casa viene trattata esclusivamente come occasione di rendimento. La liceità del guadagno non rende moralmente indifferenti tutti i modi di ottenerlo.

Francesco, al numero 152 della Laudato si’, lega la casa alla dignità personale, alla vita familiare e all’ecologia umana. Nell’Amoris laetitia, al numero 44, osserva come l’assenza di un’abitazione adeguata possa rinviare la formazione di una famiglia. È un richiamo che dovrebbe inquietare quanti difendono la famiglia nei discorsi e trascurano le condizioni materiali della sua esistenza. Per chiedere ai giovani di costruire un futuro bisogna consentire loro di abitarlo. Non basta celebrare la natalità, se una stanza per un figlio diventa economicamente irraggiungibile.

Questo patrimonio di pensiero non canonizza i decreti di Sánchez. Le obiezioni sugli effetti delle misure meritano un esame: Junts sostiene che possano ridurre l’offerta, mentre il Partito popolare insiste sulla necessità di costruire più abitazioni. Sono tesi da verificare attraverso risultati, tempi e destinatari concreti. La domanda morale resta: nel frattempo, chi protegge chi non può aspettare? E come impedire che la tutela dell’inquilino fragile venga scaricata interamente su un piccolo proprietario altrettanto vulnerabile?

Una politica ispirata al bene comune dovrebbe tenere insieme protezioni immediate e offerta durevole: abitazioni sociali, recupero degli immobili inutilizzati, affitti accessibili, garanzie pubbliche per i proprietari che accettano canoni sostenibili, regole sugli usi turistici dove compromettono la residenza. La solidarietà richiede risorse e istituzioni capaci; la sussidiarietà invita a coinvolgere comuni, cooperative, associazioni e comunità ecclesiali. Anche la Chiesa è chiamata a interrogarsi sull’impiego sociale degli immobili disponibili. La predicazione acquista credibilità quando apre possibilità concrete di accoglienza.

Le manifestazioni pacifiche per la casa vanno ascoltate come una forma di partecipazione alla vita comune. Non ogni slogan è condivisibile, né ogni proposta è efficace. Ma sarebbe un errore pastorale e politico vedere soltanto il disordine di una piazza senza riconoscere il disordine delle esistenze che l’ha riempita. Dietro la protesta può esserci la fatica di chi ha rispettato le regole, studiato, lavorato e scoperto che tutto questo non gli permette ancora di vivere con dignità.

La Spagna dovrà decidere come proseguire dopo il voto del 2 ottobre. La coscienza cristiana ha già un criterio con cui giudicare le scelte che verranno: la persona concreta, soprattutto quella più esposta. I governi possono cadere e i Parlamenti possono essere rinnovati. Chi perde la propria casa, invece, non ricomincia semplicemente da un’altra maggioranza. Ricomincia dalla strada. Ed è da quella soglia che la politica dovrebbe imparare a guardare.