Washington promette rinascita economica e benzina meno cara. L’accordo con NABEP assegna però agli Stati Uniti partecipazioni, poteri di veto e accesso privilegiato alla produzione per un’operazione che attraversa intere generazioni. La domanda è chi governerà quella ricchezza e quanto ne arriverà davvero ai venezuelani.
Cent’anni. Prima ancora delle percentuali, dei barili e delle promesse miliardarie, bisognerebbe fermarsi su questa durata. Un secolo di concessioni petrolifere significa impegnare risorse che appartengono anche a persone non ancora nate. Significa attraversare governi, elezioni, crisi, trasformazioni tecnologiche. Donald Trump prepara il proprio successo politico nel tempo breve delle elezioni di metà mandato; il Venezuela viene chiamato a firmarne le conseguenze nel tempo lungo delle generazioni.
L’asimmetria comincia qui.
Il comunicato della Casa Bianca del 31 agosto presenta l’intesa con North American Blue Energy Partners, NABEP, come una conquista della supremazia energetica americana. Elenca concessioni centennali su diciassette giacimenti, una partecipazione statunitense del 35 per cento nella società capogruppo, accesso al 20 per cento della produzione a prezzo di costo e prelazione sul restante 80 per cento. Washington dispone inoltre del veto sulle nomine del consiglio di amministrazione, la cui maggioranza deve essere composta da cittadini americani. È quanto rivendica la stessa amministrazione.
Due precisazioni rendono la critica più solida: la maggioranza americana riguarda il consiglio di amministrazione, non necessariamente l’insieme degli azionisti; il diritto di acquisto riguarda la produzione, che non coincide con le riserve sepolte nel sottosuolo. Non occorre gonfiare le condizioni dell’accordo per coglierne il peso. Bastano quelle pubblicamente dichiarate.
La fotografia è già eloquente: il petrolio si trova in Venezuela, mentre una parte decisiva del potere societario viene attribuita agli Stati Uniti. Caracas offre il territorio e le risorse; Washington si assicura strumenti per orientarne lo sfruttamento. Il beneficio sociale viene promesso come conseguenza dell’operazione. Il controllo americano, invece, compare tra le sue condizioni.
Qui sta il punto politico: la certezza del potere precede la verifica dei benefici.
L’inchiesta di ProPublica aggiunge interrogativi sulla trasparenza degli investitori e sulla possibilità, per i futuri governi, di modificare l’intesa. Un accordo pensato per resistere all’alternanza politica pone una domanda democratica elementare: quanto potranno decidere, domani, gli elettori venezuelani?
La stabilità contrattuale è indispensabile agli investimenti. Nessuna impresa ricostruisce infrastrutture costose se ogni cambio di governo può cancellare arbitrariamente gli impegni. Ma la tutela dell’investitore deve convivere con il controllo pubblico, gli obblighi ambientali e la possibilità di correggere abusi. Quando la sicurezza di una parte coincide con l’impotenza dell’altra, il contratto assume una funzione ben diversa dalla cooperazione.
La retorica della rinascita serve a rendere questa sproporzione più presentabile. Dopo anni di crisi, repressione e impoverimento, la popolazione venezuelana ha un bisogno enorme di lavoro, servizi e investimenti. Proprio quel bisogno rende indispensabili garanzie verificabili. Una società esausta può accettare condizioni molto onerose pur di vedere ripartire qualcosa. La sua necessità non dovrebbe diventare la principale leva negoziale di chi arriva.
Non occorre assolvere il potere precedente per giudicare quello che viene costruito adesso. Le responsabilità del chavismo non trasformano le risorse venezuelane in una ricompensa disponibile per altri. Un popolo non perde il diritto al proprio futuro perché è stato governato male. E la rimozione di un governante non trasferisce automaticamente la sovranità economica a chi l’ha resa possibile.
Anche la scelta degli interlocutori merita attenzione. NABEP è controllata da Alejandro Betancourt, imprenditore che è stato oggetto di indagini negli Stati Uniti e in Europa. Reuters ha precisato che non era stato incriminato e che respingeva le accuse. La distinzione è doverosa: un’indagine non equivale a una condanna. Resta però pienamente legittima la domanda sui criteri con cui Washington seleziona il partner di un’operazione tanto rilevante e sulle verifiche predisposte a tutela dell’interesse pubblico.
La promessa di risanare un sistema compromesso richiede una trasparenza superiore, non una fiducia concessa sulla parola. Chi sono i beneficiari effettivi? Quali controlli indipendenti potranno seguire i flussi finanziari? Quali obblighi saranno azionabili se gli investimenti non arriveranno? E chi risponderà dei danni?
Sono domande che attraversano anche le istituzioni americane. Jeanne Shaheen, Jack Reed, Elizabeth Warren e Martin Heinrich hanno chiesto all’amministrazione chiarimenti sulle basi legali, sulla struttura e sui benefici dell’intesa. Il comunicato del Senato documenta una richiesta di controllo parlamentare: non una sentenza che abbia già dichiarato nullo il contratto. È una distinzione necessaria, tanto più perché il problema politico è serio e non ha bisogno di verdetti anticipati.
Sul versante elettorale, la promessa è immediatamente comprensibile: più petrolio, benzina meno cara, una vittoria da portare agli americani prima del voto. Ma un giacimento non è un distributore aperto. Tra le riserve e il pieno dell’automobilista ci sono infrastrutture, capitali, manutenzione, trasporti e lavorazioni. Un’inchiesta di Associated Press ha inoltre raccolto valutazioni di esperti che contestano le stime ufficiali delle riserve venezuelane e richiamano le difficoltà tecniche dell’estrazione. Le quantità annunciate non possono essere trattate come barili già disponibili.
La propaganda comprime questi passaggi in una frase. La realtà presenta il conto con tempi molto meno docili.
Intanto, nel racconto che arriva dal Lago di Maracaibo attraverso le testimonianze riportate dal Fatto Quotidiano, il petrolio ha un’altra consistenza: sporca le coste, ostacola la pesca, richiede interventi che i lavoratori denunciano come insufficienti. Sono denunce da seguire e verificare sul terreno, non dettagli ornamentali da aggiungere dopo la geopolitica. Riguardano il criterio con cui misurare il successo dell’operazione.
Un aumento della produzione accompagnato da acqua contaminata, salari inadeguati e servizi degradati rappresenterebbe un successo estrattivo, ma un fallimento sociale. La differenza dovrebbe interessare soprattutto chi promette di ricostruire il Paese.
Nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, la ricchezza naturale porta con sé responsabilità verso la comunità. L’investimento privato può contribuire allo sviluppo; deve però essere giudicato anche dal lavoro che crea, dalle condizioni che offre, dai danni che previene e dalle risorse che restituisce alla società. Il profitto non esaurisce il rendiconto.
Per questo il contratto andrebbe valutato attraverso domande molto concrete. Quanta elettricità affidabile arriverà alle abitazioni? Quali tutele avranno i lavoratori? Chi finanzierà le bonifiche? Come saranno controllate le entrate pubbliche? I venezuelani potranno conoscere gli impegni assunti sulle loro risorse e chiederne conto?
Trump vuole che il mondo guardi la dimensione dell’affare. Bisogna guardare anche la posizione di chi lo subisce o dovrebbe beneficiarne. L’aggettivo “storico” non sostituisce un bilancio, e la parola “rinascita” non paga uno stipendio.
Il Venezuela ha già conosciuto la distanza tra l’abbondanza del sottosuolo e la povertà della vita quotidiana. Riprodurla sotto una diversa protezione internazionale sarebbe una beffa particolarmente crudele.
Fra cent’anni nessuno dei protagonisti di oggi dovrà rispondere agli elettori. Le conseguenze di ciò che firmano, invece, potrebbero essere ancora lì. È una buona ragione per pretendere adesso contratti leggibili, obblighi esigibili e una parte effettiva per il popolo venezuelano. Prima che la ricostruzione promessa diventi un altro nome dell’espropriazione.
