Quarant’anni dopo lo storico incontro voluto da Giovanni Paolo II, Leone XIV richiama le religioni alla loro responsabilità più esigente: sottrarre il nome di Dio alla violenza e costruire occasioni concrete di riconciliazione. Una parola che interroga anche le scelte economiche, il riarmo e la rassegnazione davanti ai conflitti.
La guerra cerca armi, denaro, obbedienza. Ma cerca anche una benedizione. Ha bisogno che qualcuno renda sopportabile alla coscienza ciò che infligge ai corpi, trasformi il nemico in una presenza da cancellare, presenti il sacrificio degli altri come una necessità superiore. Quando riesce a impadronirsi del linguaggio religioso, pretende persino di sottrarre le proprie decisioni al giudizio umano: chi potrebbe discutere un ordine attribuito a Dio?
Da Assisi, Leone XIV interrompe questa pretesa: «Non c’è nessuna guerra santa: solo la pace è santa!». Nel videomessaggio del 27 ottobre, il Papa restituisce alle religioni una responsabilità che nessun interesse nazionale può sospendere. Il nome di Dio non è disponibile per consacrare la violenza.
È una parola che va ascoltata senza cercare subito qualcuno a cui applicarla. Il rischio è sempre quello di riconoscere la strumentalizzazione religiosa nelle guerre degli altri e di chiamare fedeltà quella che accompagna le proprie. Il richiamo di Leone riguarda ogni comunità credente, ogni autorità spirituale, ogni predicazione che finisca per offrire all’ostilità un vocabolario sacro.
Assisi pone una domanda scomoda: che cosa accade alla nostra fede quando il dolore del nemico smette di interpellarci?
Quarant’anni fa, il 27 ottobre 1986, Giovanni Paolo II convocò nella città di Francesco rappresentanti delle religioni per una giornata di preghiera per la pace. Leone richiama oggi quell’origine e riconosce il lavoro svolto dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso e dalla Comunità di Sant’Egidio per proseguirne il cammino. La ricorrenza cade nell’anno dell’ottavo centenario della morte del santo: due anniversari che chiedono di essere tradotti in responsabilità presenti.
Il valore di quella convocazione risiede anche nel modo in cui rende visibile la differenza religiosa. Le identità restano riconoscibili, le convinzioni non vengono sospese, le divergenze teologiche non scompaiono. Eppure, persone che pregano diversamente possono assumere insieme un impegno contro la distruzione dell’uomo.
Questo incontro contraddice l’idea che la fedeltà alla propria tradizione richieda l’ostilità verso quella altrui. Una fede capace di dialogare deve conoscere le proprie ragioni abbastanza bene da non sentirsi minacciata dalla semplice presenza dell’altro. Può testimoniare, discutere, dissentire. E può riconoscere che una vita umana merita protezione anche quando non condivide il nostro credo.
Francesco aiuta a comprendere questa libertà. La sua povertà interroga anche il desiderio di possedere Dio, di farne il garante della propria superiorità. Nella prospettiva francescana, la fraternità domanda una conversione dello sguardo: prima di stabilire quanto l’altro sia distante da noi, occorre riconoscere che non ci appartiene e che non abbiamo il diritto di ridurlo alla nostra paura.
È un esercizio difficile soprattutto quando la paura ha ragioni reali. Ci sono aggressioni, persecuzioni, popoli che devono essere protetti. La ricerca della pace non autorizza a ignorare queste responsabilità. Impone però di verificare continuamente se i mezzi scelti difendano davvero le persone e aprano una via d’uscita, oppure rendano il conflitto sempre più esteso e interminabile.
Il riarmo è uno dei luoghi nei quali questa verifica diventa urgente. Secondo il SIPRI, nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, con una crescita reale del 2,9 per cento rispetto all’anno precedente: l’undicesimo aumento annuale consecutivo. Il dato descrive una scelta collettiva di enorme portata, maturata attraverso decisioni nazionali diverse.
Da quella cifra non si ricava automaticamente un giudizio identico su ogni bilancio della difesa. Si ricava però una domanda alla quale i governi devono rispondere: quale sicurezza sta producendo questa mobilitazione di risorse? Quali minacce riduce? Quali strumenti diplomatici la accompagnano? Quali condizioni permetteranno, un giorno, di diminuire gli arsenali?
Un acquisto militare viene presentato con importi, scadenze e capacità operative. Anche una strategia di pace dovrebbe avere persone incaricate, finanziamenti, obiettivi e verifiche. Troppo spesso la trattativa resta una possibilità evocata, mentre la preparazione bellica diventa un programma esecutivo. Alla diplomazia si concede l’auspicio; agli armamenti si assicura la continuità.
Leone invita a rovesciare questa sproporzione. Nel messaggio collega la crisi attuale anche all’aspettativa, diffusasi dopo il 1989, che l’espansione dei mercati avrebbe prodotto spontaneamente stabilità e convivenza. Richiama così una responsabilità politica che nessun automatismo economico può sostituire.
Commerciare crea rapporti, ma un rapporto può diventare anche dipendenza, ricatto, occasione di dominio. La prosperità aggregata non dice da sola come siano distribuite le opportunità, quali territori vengano impoveriti, quante persone si sentano espulse dalle decisioni che le riguardano. Quando queste fratture vengono ignorate, cresce lo spazio nel quale qualcuno può offrire un nemico come spiegazione di ogni sofferenza.
Costruire pace comporta dunque anche istituzioni credibili, lavoro dignitoso, accesso ai beni essenziali, giustizia nelle relazioni economiche. Significa rendere meno facile il reclutamento del rancore. Una comunità abbandonata non diventa inevitabilmente violenta; ma lasciarla senza ascolto e senza prospettive è già una rinuncia alla responsabilità politica.
In questo quadro, la preghiera può sembrare insufficiente. Lo è certamente se viene usata per evitare ciò che spetta alla coscienza e all’azione. Pregare mentre si alimenta deliberatamente il disprezzo, chiedere riconciliazione senza rinunciare alla menzogna, invocare misericordia riservandola soltanto ai propri: sono contraddizioni che il credente deve riconoscere.
La preghiera autentica espone invece a una correzione. Porta davanti a Dio anche ciò che vorremmo tenere al riparo dal suo giudizio: l’interesse, la vendetta, il piacere di appartenere ai giusti. Ricordare le vittime può costringerci a vederle anche oltre il confine della nostra appartenenza. Chiedere pace può obbligarci a modificare il tono di una predica, una scelta editoriale, una relazione interrotta.
È da qui che il messaggio raggiunge le comunità religiose nella loro vita ordinaria. I leader tornati da Assisi avranno fedeli da accompagnare, scuole, luoghi di culto, mezzi di comunicazione. La qualità dell’incontro si vedrà anche nelle parole usate quando sorgerà una nuova tensione: se sapranno impedire una generalizzazione ostile, difendere una minoranza minacciata, mantenere aperto un contatto diventato impopolare.
La pace ha bisogno di queste presenze affidabili prima che scoppi la crisi. Quando arrivano gli spari, è più difficile costruire da zero la fiducia che non si è coltivata.
Leone XIV affida ad Assisi un compito che supera il tempo della cerimonia. La preghiera comune impegna ciascuno nel luogo dal quale proviene. Ai credenti chiede di rendere sempre più difficile l’arruolamento di Dio; ai governanti, di mostrare quali possibilità stiano preparando oltre alla prossima guerra.
Il giorno dopo l’incontro, le delegazioni ripartono e le piazze si svuotano. Comincia allora la verifica: quale parola cambierà, quale porta verrà riaperta, quale incontro si avrà il coraggio di cercare. È lì che la pace invocata ad Assisi può cominciare a prendere corpo.
