Giorgia Meloni annuncia che non firmerà il decreto sugli adeguamenti degli stipendi dei magistrati. Ma una dichiarazione politica non cancella gli obblighi stabiliti dalla legge e dalle sentenze. Fra cifre ancora controverse e salari italiani insufficienti, il rischio è trasformare una questione di regole in un altro conflitto fra categorie.

Una firma può essere negata davanti alle telecamere. Un obbligo dello Stato resta anche quando le telecamere si spengono. È nello spazio fra questi due momenti che si colloca l’annuncio di Giorgia Meloni sugli stipendi dei magistrati: un gesto politicamente comprensibile nella sua efficacia, assai meno risolutivo nelle conseguenze amministrative.

La presidente del Consiglio ha dichiarato di non voler sottoscrivere il decreto che dovrebbe dare seguito agli adeguamenti retributivi, evocando una spesa prossima al miliardo di euro e lasciando al Consiglio di Stato l’eventuale nomina di un commissario. Il messaggio arriva immediatamente: mentre il Paese deve fare i conti con risorse limitate, Palazzo Chigi rifiuta di concedere aumenti a una categoria già ben remunerata. È una rappresentazione capace di raccogliere consenso. Il problema è ciò che lascia fuori.

Gli adeguamenti in discussione discendono da un meccanismo previsto dalla legge e da decisioni giudiziarie sui criteri con cui è stato applicato. Presentarli come una concessione che il governo potrebbe accordare o respingere a propria discrezione altera il significato della vicenda. La firma richiesta al presidente del Consiglio non equivale alla distribuzione di un premio.

La disciplina degli stipendi dei magistrati segue un percorso diverso dalla contrattazione collettiva della maggior parte dei dipendenti pubblici. L’aggiornamento avviene attraverso un automatismo collegato all’andamento delle retribuzioni nel pubblico impiego. La ragione istituzionale è precisa: evitare che chi esercita la giurisdizione debba sedersi periodicamente davanti al potere esecutivo per negoziare il proprio trattamento economico.

Questo principio può essere discusso nelle sue modalità, verificato nei suoi effetti, sottoposto a un giudizio politico. Ma finché una disciplina è in vigore, l’amministrazione deve applicarla correttamente. Il consenso elettorale non attribuisce il potere di scegliere quali obblighi eseguire sulla base della popolarità dei beneficiari.

La controversia nasce proprio dai calcoli. Con le sentenze 6003 e 6004 del 9 luglio 2025, il Consiglio di Stato ha accolto i ricorsi contro le modalità di determinazione dell’adeguamento disposto nel 2021. Sono stati contestati il perimetro delle categorie considerate, le componenti retributive incluse e il ricorso a una media ponderata anziché aritmetica. I giudici hanno imposto di rifare i conteggi: non hanno assegnato a ciascun magistrato un assegno di importo prestabilito. 

La differenza conta. Nella comunicazione politica tutto si comprime in una cifra enorme e in una firma rifiutata. Nella realtà bisogna distinguere gli arretrati dagli incrementi futuri, il costo complessivo per l’amministrazione dal denaro effettivamente percepito, le stime dagli importi accertati. Sono distinzioni poco adatte a uno slogan, ma indispensabili quando si parla di denaro pubblico.

Il quasi miliardo evocato dalla presidente del Consiglio proviene da una ricostruzione giornalistica. Il fondo di bilancio destinato alle conseguenze delle sentenze comprende una somma più ampia, senza rendere esplicita, nel documento richiamato, la quota riservata a questa specifica voce. Le associazioni dei magistrati contestano le quantificazioni circolate. Sarebbe dunque utile pubblicare un prospetto completo e comprensibile: platea, annualità, criteri, oneri contributivi, arretrati e spesa a regime.

La trasparenza sarebbe un esercizio di governo più incisivo della rappresentazione di una penna che si ferma sopra il foglio.

C’è, naturalmente, una questione sociale che nessun tecnicismo può liquidare. Per un lavoratore che fatica a pagare l’affitto, leggere di decine di migliaia di euro di arretrati destinati a professionisti con retribuzioni elevate produce una reazione comprensibile. Anche la magistratura dovrebbe saper parlare a questo disagio, spiegando le proprie ragioni senza dare l’impressione che la legittimità di una pretesa esaurisca ogni problema di equità.

L’indipendenza è una garanzia costituzionale; non esonera dal dovere di rendere comprensibili i propri trattamenti economici. E il rispetto dovuto ai giudici non impedisce di discutere gli squilibri del pubblico impiego, la distanza fra responsabilità e compensi, la condizione di chi lavora negli uffici giudiziari con mansioni e stipendi molto diversi.

Ma la sofferenza salariale di una categoria non viene alleviata lasciando inadempiuto un obbligo verso un’altra. Un infermiere non riceve un aumento perché un magistrato attende un arretrato. Un insegnante non recupera potere d’acquisto grazie a un conflitto fra Palazzo Chigi e il Consiglio di Stato. Per migliorare quelle condizioni servono decisioni, risorse e priorità verificabili.

La contrapposizione fra lavoratori offre invece un risultato immediato: sposta l’attenzione dal problema generale dei salari alla ricerca di qualcuno che guadagni abbastanza da diventare impopolare.

Resta poi il commissario evocato da Meloni. Il giudizio di ottemperanza serve a ottenere l’esecuzione delle decisioni della giustizia amministrativa; quando necessario, il giudice può affidare a un commissario gli adempimenti che l’amministrazione non compie. La sua eventuale nomina non cancellerebbe il costo per lo Stato. Consentirebbe di procedere attraverso un altro soggetto.

L’effetto politico del rifiuto sarebbe così più evidente di quello finanziario: il governo potrebbe rivendicare di non avere voluto il pagamento, mentre il pagamento seguirebbe il proprio percorso. La responsabilità verrebbe raccontata come appartenente a qualcun altro, benché l’obbligo continui a gravare sulla medesima amministrazione pubblica.

Governare comporta anche eseguire decisioni sgradite, spiegarne le ragioni e, se si ritengono inadeguate le regole, proporne la modifica nelle sedi competenti e nei limiti costituzionali. È un lavoro meno gratificante del rifiuto solenne, perché chiede di assumere insieme il vincolo e il dissenso.

La serietà della questione meriterebbe questo sforzo da tutte le parti. Al governo spetta chiarire i conti e adempiere agli obblighi. Alla magistratura spiegare senza arroganza le proprie ragioni. Al Parlamento discutere l’equità delle regole. Ai cittadini va riconosciuto il diritto di capire prima di essere invitati a indignarsi.

La firma di un presidente del Consiglio ha valore proprio perché appartiene a un’istituzione. Se bastasse negarla per sottrarre lo Stato a una decisione giudiziaria, a perdere sicurezza sarebbero soprattutto coloro che dispongono di meno potere. Anche loro, un giorno, potrebbero avere una sentenza favorevole e un’amministrazione poco desiderosa di rispettarla.