In Kenya Paul Mackenzie e altri ventotto imputati sono stati riconosciuti colpevoli dell’uccisione di 190 bambini e un adulto. La strage impone una domanda che attraversa ogni comunità religiosa: come può la promessa della salvezza diventare uno strumento di dominio sulle coscienze?
Nel Vangelo, davanti alla folla affamata, Gesù chiede ai discepoli di darle da mangiare. Nella foresta keniana di Shakahola, il suo nome è stato utilizzato per ordinare di smettere di nutrirsi. Dentro questo rovesciamento sta l’abisso della vicenda di Paul Nthenge Mackenzie: il pane negato come condizione per raggiungere il cielo, la morte trasformata in prova di fedeltà, l’obbedienza pretesa fino a cancellare l’istinto di proteggere i propri figli.
Il 19 ottobre il tribunale di Mombasa ha riconosciuto Mackenzie e altri ventotto imputati colpevoli dell’omicidio di 191 persone: 190 bambini e un adulto. La determinazione della pena è prevista per il 6 novembre. Il verdetto riguarda una parte della tragedia emersa nel 2023, quando nella foresta vennero scoperte sepolture dalle quali sarebbero stati recuperati oltre quattrocento corpi.
Centonovanta bambini. Il numero deve fermare la lettura. Prima di diventare capi d’imputazione erano persone affidate alla cura degli adulti, dipendenti da una mano che preparasse il cibo, da qualcuno che riconoscesse la febbre, la debolezza, la paura. La loro vulnerabilità avrebbe dovuto rappresentare il limite invalicabile di qualsiasi comando. È diventata invece il luogo nel quale il potere della setta ha mostrato la propria ferocia.
Per questo la formula del “suicidio collettivo”, spesso associata alla vicenda, rischia di nascondere ciò che il processo ha portato alla luce. Il tribunale ha descritto un sistema organizzato di digiuno mortale, sostenuto da una gerarchia e da sorveglianti: i bambini venivano colpiti per primi, mentre chi cercava di mangiare o fuggire subiva violenze. Mackenzie aveva negato di avere costretto i seguaci; i giudici hanno respinto questa difesa.
Parlare di una scelta dei fedeli senza interrogarsi sulle condizioni nelle quali quella scelta maturava significa concedere al dominio l’ultima parola. La libertà si consuma quando ogni dubbio viene presentato come tradimento, ogni relazione esterna come contaminazione, ogni richiesta di aiuto come mancanza di fede. A quel punto la persona può arrivare a pronunciare un sì che contiene soprattutto paura.
L’abuso spirituale opera proprio dentro questa confusione. Un uomo attribuisce autorità divina alla propria volontà e rende sempre più difficile distinguere le due cose. Chi gli obbedisce crede di obbedire a Dio; chi vorrebbe contraddirlo teme di perdere la salvezza. Il capo si appropria così anche dell’ultima possibilità di difesa della vittima: la sua coscienza.
A Shakahola questo meccanismo si accompagnava all’isolamento. Secondo le ricostruzioni, Mackenzie predicava il rifiuto della scuola e delle cure mediche, sottraendo i seguaci al contatto con luoghi nei quali qualcuno avrebbe potuto fare domande, riconoscere un pericolo, offrire un’alternativa. L’allontanamento dal mondo restringeva progressivamente le possibilità di chiedere soccorso.
È una dinamica che merita di essere compresa senza trasformare il Kenya in un paesaggio esotico della credulità. L’idea che tragedie simili appartengano soltanto a popolazioni lontane offre una rassicurazione ingannevole. Il bisogno di appartenenza, la paura del futuro, il desiderio di una guida capace di dare un senso al dolore attraversano tutte le società. Diventano terreno di abuso quando qualcuno pretende di soddisfarli chiedendo in cambio la rinuncia al giudizio personale.
Per i cristiani, questa vicenda comporta un esame particolarmente esigente. Dire che Mackenzie ha tradito il Vangelo è necessario, ma la denuncia deve tradursi in criteri riconoscibili nella vita delle comunità. Un’autorità spirituale accetta domande? Consente di andarsene? Rispetta le relazioni familiari, la competenza dei medici, i percorsi educativi? Ammette di poter sbagliare? Esistono persone indipendenti alle quali rivolgersi quando si teme un abuso?
La possibilità di rispondere concretamente conta più dell’intensità delle dichiarazioni di fede.
L’obbedienza cristiana non conferisce a un essere umano un diritto illimitato sulla vita altrui. Il digiuno ha senso dentro una disciplina orientata alla conversione e alla carità; cessa di averlo quando distrugge la persona o viene imposto a chi dipende dagli adulti per sopravvivere. La speranza della vita eterna accresce la responsabilità per questa vita, per il corpo fragile che domanda nutrimento e cura.
Basta tornare alla sobrietà dei racconti evangelici. Gesù guarisce, sfama, restituisce le persone alle loro relazioni. Dopo avere rialzato la figlia di Giairo, chiede che le venga dato da mangiare. Quel gesto domestico, quasi dimesso dopo un evento straordinario, offre un criterio teologico di enorme forza: la vita ritrovata deve essere custodita. Il cielo non autorizza a trascurare il pane.
La sentenza interroga anche le istituzioni. Mackenzie era già entrato nell’attenzione delle autorità anni prima della scoperta delle fosse. La Commissione nazionale keniana per i diritti umani ha denunciato le insufficienze delle indagini e dell’azione giudiziaria che gli permisero di continuare. Anche il presidente William Ruto ha riconosciuto che le morti avrebbero dovuto essere prevenute.
Proteggere la libertà religiosa richiede anche di proteggere le persone dalla violenza esercitata attraverso il linguaggio religioso. Nessuna appartenenza può rendere irrilevante un bambino sottratto alla scuola, una persona privata delle cure, una famiglia alla quale viene impedito di uscire. Sono fatti sui quali intervenire, prima che diventino testimonianze raccolte dopo una strage.
Ora la giustizia ha pronunciato un verdetto. Restano i sopravvissuti, i familiari, le vite nelle quali la parola “Dio” è stata associata al terrore. Accompagnarli richiederà ascolto, cure e una pazienza libera dalla pretesa di ottenere subito perdono o riconciliazione.
A Shakahola la promessa del paradiso è stata usata per negare ai bambini il diritto di crescere. Restituire dignità alla loro memoria significa riconoscere fino in fondo quel tradimento. E ricordare che, quando un bambino ha fame, il primo dovere di chi parla in nome di Dio è dargli da mangiare.
