Il nostro direttore P. Alfonso Bruno intervista l’economista Luciano Vasapollo all’indomani dello sciopero generale del 30 ottobre 2026. Al centro dell’attenzione il lavoro povero, gli studenti, il carovita, la spesa militare e il diritto alla protesta. Tutti dovrebbero sentirsi interpellati in una sana democrazia. La posta in gioco è troppo importante per cedere alle provocazioni di alcuni teppisti infiltrati nelle manifestazioni di piazza.

Alfonso Bruno — Professore Vasapollo, innanzitutto un riconoscimento che Mediafighter ritiene doveroso: complimenti per la prova di responsabilità civile offerta dalle manifestazioni del 30 ottobre. Una mobilitazione così vasta avrebbe potuto essere consegnata alle cronache per qualche gesto di violenza, anziché per le ragioni profonde del malcontento nazionale. Al di là degli episodi circoscritti segnalati, ha prevalso, secondo gli organizzatori, il carattere pacifico dei cortei. È forse questa la vittoria politica più importante, prima ancora dei numeri?

Luciano Vasapollo — Il significato della giornata va cercato precisamente nella capacità di riportare al centro della discussione pubblica le condizioni materiali di milioni di persone. Non siamo di fronte a una protesta costruita artificialmente, ma all’espressione di un disagio che attraversa il lavoro, la scuola, l’università, le periferie, le famiglie.

Non si può consentire che la rivendicazione collettiva venga oscurata da episodi marginali. Il conflitto sociale è una componente della democrazia; la violenza, invece, rischia di privarlo della sua forza e della sua legittimità.

Il dato decisivo è che lavoratori e studenti abbiano potuto riconoscersi in una piattaforma comune, facendo comprendere che il problema non è semplicemente il reddito individuale, ma il modello di società che si sta costruendo.

Bruno — Lei ha parlato di un’adesione che supera ampiamente quanto raccontato dalla televisione. Gli organizzatori rivendicano fino a due milioni di partecipanti, mentre per Roma indicano oltre centomila presenze. I numeri, naturalmente, richiedono riscontri indipendenti. Ma che cosa ci dicono politicamente quelle piazze?

Vasapollo — Ho già definito questa mobilitazione un’adesione incredibile, ben superiore ai numeri che generalmente trovano spazio nel racconto televisivo. E ho sottolineato la partecipazione impressionante registrata a Roma e nel resto del Paese.

Ma la questione non può essere ridotta a una contabilità dei manifestanti. La novità sta nella composizione sociale della protesta: lavoratori dei servizi, operai, precari, studenti, migranti, giovani che non intravedono prospettive di emancipazione.

Quando soggetti differenti riconoscono che le loro difficoltà hanno radici comuni, si determina un fatto politico. È ciò che abbiamo cercato di costruire con un lungo lavoro di organizzazione sociale e sindacale.

Bruno — Andiamo al cuore economico della questione. L’Italia è un Paese nel quale molti lavorano, pagano le tasse, rispettano le regole e tuttavia non riescono a vivere dignitosamente. Siamo arrivati al paradosso del lavoro che non libera più dalla povertà. Qual è la responsabilità della politica?

Vasapollo — È una contraddizione strutturale. La produttività sociale e la capacità complessiva di generare ricchezza non si traducono automaticamente in un miglioramento delle condizioni dei lavoratori.

Il costo dell’abitazione, dell’energia, dei trasporti e dei beni essenziali consuma una quota crescente del reddito familiare. Se le retribuzioni non recuperano potere d’acquisto, il salario cessa di essere uno strumento sufficiente per progettare la propria esistenza.

Occorre intervenire sulla distribuzione della ricchezza, sul potere contrattuale del lavoro, sui servizi pubblici e sulle politiche fiscali. Non basta proclamare la crescita economica: bisogna domandarsi chi ne beneficia.

Bruno — Da osservatori di ispirazione cristiana, non fatichiamo a riconoscere in questa denuncia un terreno comune con la dottrina sociale della Chiesa: la priorità del lavoro sul capitale, la destinazione universale dei beni, il salario giusto. Lei proviene da una tradizione marxista. È possibile un’alleanza sociale senza pretendere una fusione ideologica?

Vasapollo — Il confronto tra tradizioni culturali differenti diventa fecondo quando parte dai bisogni reali delle persone e non dalla pretesa di cancellare le rispettive identità.

La difesa del lavoratore, la lotta contro l’esclusione, il diritto alla casa, all’istruzione e alla salute possono costituire obiettivi condivisi, pur nella diversità delle prospettive filosofiche e spirituali.

Non è necessario che tutti abbiano la stessa interpretazione della storia per riconoscere l’ingiustizia di un sistema nel quale chi produce ricchezza fatica a raggiungere condizioni di vita dignitose.

Bruno — Uno degli aspetti che più colpiscono è la presenza di migliaia di studenti. Non soltanto giovani che contestano, ma giovani che sembrano avere compreso quanto il proprio futuro sia legato alla condizione dei lavoratori. È l’inizio di una nuova coscienza generazionale?

Vasapollo — La presenza studentesca è uno dei fatti politicamente più significativi.

Le nuove generazioni avvertono che il diritto allo studio rischia di essere svuotato quando l’università diventa economicamente inaccessibile, la ricerca è precarizzata e il titolo di studio non apre prospettive professionali adeguate.

Gli studenti non hanno manifestato semplicemente per solidarietà con i lavoratori. Hanno riconosciuto che il proprio futuro si colloca dentro le medesime contraddizioni economiche.

La convergenza fra scuola, università e mondo del lavoro può rappresentare una delle basi di una nuova stagione di partecipazione democratica.

Bruno — Veniamo al governo Meloni. Sulle precettazioni e sulle limitazioni allo sciopero il confronto è stato particolarmente duro. Il governo richiama la tutela dei servizi essenziali e dei cittadini; il sindacato denuncia una compressione del diritto costituzionale di protesta. Dove si colloca il punto di equilibrio?

Vasapollo — La tutela dei cittadini non dovrebbe essere contrapposta meccanicamente al diritto dei lavoratori di scioperare.

Il diritto di sciopero rappresenta uno strumento costituzionale di riequilibrio nei rapporti sociali. Naturalmente esistono servizi essenziali e garanzie da rispettare, ma occorre vigilare affinché le misure restrittive non diventino uno strumento ordinario per indebolire il conflitto sindacale.

Il punto politico riguarda la disponibilità delle istituzioni ad ascoltare le rivendicazioni. Non si può pensare di rispondere a una crisi sociale soltanto mediante provvedimenti amministrativi o sanzionatori.

Bruno — Lei lega la questione salariale all’economia di guerra. È una scelta molto netta, che qualche economista giudicherebbe semplicistica: non ogni investimento nella difesa è automaticamente sottratto alla sanità e alla scuola, e gli Stati hanno anche il dovere di garantire la sicurezza. Perché, allora, insistere su questa contrapposizione?

Vasapollo — La questione fondamentale è quella delle priorità economiche e politiche.

Quando aumentano le risorse indirizzate agli armamenti e contemporaneamente milioni di cittadini incontrano difficoltà nell’accesso alla casa, ai servizi sanitari e a un reddito adeguato, diventa legittimo interrogarsi sulla distribuzione della spesa pubblica.

Il problema non è negare astrattamente la sicurezza, ma comprendere quale idea di sicurezza si voglia perseguire. Una società nella quale crescono precarietà, disuguaglianze e impoverimento non può considerarsi pienamente sicura.

Il ruolo dei lavoratori portuali nella mobilitazione internazionale aggiunge un elemento importante: la consapevolezza che le scelte economiche e quelle geopolitiche non possono essere considerate mondi separati.

La rete internazionale dei portuali, alla quale partecipa USB, ha infatti promosso la giornata contro il traffico di armamenti e l’economia di guerra. Unione Sindacale di Base+1

Bruno — Proprio qui si apre una questione morale. La pace non può essere soltanto il rifiuto delle armi, perché esistono popoli aggrediti che rivendicano legittimamente il diritto di difendersi. Come evitare che il pacifismo sociale venga interpretato come indifferenza verso le vittime delle aggressioni?

Vasapollo — La mobilitazione contro l’economia di guerra nasce dalla necessità di rimettere al centro la vita delle popolazioni, i diritti sociali e la soluzione politica dei conflitti.

Bisogna impedire che la guerra diventi una condizione permanente intorno alla quale riorganizzare economie, produzioni e bilanci pubblici.

Una prospettiva di pace richiede diplomazia, rispetto del diritto internazionale, giustizia sociale e autodeterminazione dei popoli. Non può ridursi alla sola dimensione militare.

Bruno — Professore, lei è economista, intellettuale militante e partecipe delle battaglie dell’USB. Qualcuno obietterà che il sindacato, saldandosi così strettamente con Potere al Popolo e con altre formazioni politiche, rischia di rappresentare soltanto una parte ideologica del Paese. Come si evita che la battaglia per tutti i lavoratori diventi patrimonio esclusivo di una minoranza organizzata?

Vasapollo — Una mobilitazione si misura anche dalla capacità di coinvolgere soggetti che non condividono necessariamente una medesima appartenenza politica.

Il lavoro sindacale ha senso quando riesce a dare voce a chi normalmente rimane escluso dalla rappresentanza e quando traduce problemi concreti in rivendicazioni collettive.

La presenza di organizzazioni politiche, associazioni studentesche e movimenti sociali può favorire tale convergenza, purché il riferimento rimanga alle condizioni di vita delle persone.

Il fatto che nelle piazze siano emerse istanze differenti conferma che la protesta non può essere letta esclusivamente attraverso una singola identità politica.

Bruno — C’è però un problema di rappresentanza. I sindacati tradizionali vengono spesso accusati di aver perso contatto con precari, giovani e lavoratori poveri. L’USB vuole diventare il sindacato di un nuovo blocco sociale oppure una forza capace di condizionare direttamente la politica nazionale?

Vasapollo — L’obiettivo è costruire una capacità durevole di organizzazione e di iniziativa.

Le manifestazioni possono aprire una fase, ma non sostituiscono il lavoro quotidiano nei luoghi di produzione, nei servizi pubblici, nelle scuole, nelle università e nei territori.

La questione decisiva è restituire protagonismo sociale a coloro che non si sentono rappresentati. Da qui può nascere anche una diversa capacità di incidere sulle scelte politiche, senza ridurre l’azione sindacale a un semplice strumento elettorale.

Bruno — Torniamo all’assenza di gravi disordini generalizzati nei cortei secondo il quadro emerso dagli organizzatori. Lei sa bene quanto sia facile trasformare una grande manifestazione in un processo mediatico a qualche centinaio di facinorosi, spostando l’attenzione dagli stipendi alle vetrine infrante. Ritiene che la capacità di preservare il carattere pacifico della protesta rappresenti anche una maturazione politica del movimento?

Vasapollo — Una mobilitazione di massa raggiunge il proprio obiettivo quando riesce a rendere visibili le ragioni sociali che l’hanno prodotta.

Sarebbe profondamente sbagliato consentire che eventuali comportamenti individuali cancellino la partecipazione di lavoratori, studenti e famiglie.

Gli organizzatori hanno sostenuto che gli episodi circoscritti segnalati, fra cui quello di Torino, non fossero riconducibili al corteo USB. È importante che le responsabilità siano sempre accertate individualmente e che non si operino generalizzazioni.

La forza di una protesta consiste nella sua capacità di coinvolgere, convincere e mantenere al centro il contenuto delle rivendicazioni.

Bruno — Non vorrei, tuttavia, che l’entusiasmo per la piazza ci facesse dimenticare una questione essenziale. Due milioni di partecipanti, secondo gli organizzatori, non equivalgono automaticamente a due milioni di consensi su ogni proposta politica. E non tutti coloro che sono rimasti a lavorare sostengono necessariamente il governo. Come trasformare la mobilitazione in risultati misurabili?

Vasapollo — Il valore di una manifestazione non si esaurisce nella sua dimensione numerica.

Occorre trasformare la partecipazione in organizzazione, vertenze, proposte e continuità dell’iniziativa.

Le questioni del salario, della casa, dei servizi pubblici, dei diritti sociali e dell’opposizione all’economia di guerra richiedono risposte concrete.

Il risultato politico più importante sarebbe impedire che, terminati i cortei, tutto ritorni esattamente come prima.

Bruno – Professore Vasapollo, vorrei concludere andando oltre il significato immediato dello sciopero del 30 ottobre. Abbiamo sottolineato il carattere sostanzialmente pacifico delle manifestazioni, ma non rischiamo di parlare di violenza soltanto quando qualcuno rompe una vetrina o provoca disordini? Non è violenza anche quella di un sistema economico che nega ai giovani il diritto allo studio, un lavoro dignitoso, una casa e una prospettiva di futuro, mentre destina risorse crescenti agli armamenti? E non è altrettanto preoccupante una legge elettorale che rende difficile alle forze politiche più piccole, come Potere al Popolo, trasformare la propria presenza nelle lotte sociali in rappresentanza parlamentare? Non si rischia, in definitiva, di alimentare sfiducia e tensioni quando si restringono contemporaneamente gli spazi dell’emancipazione sociale e quelli della partecipazione politica?

Vasapollo – È una questione fondamentale, che impone innanzitutto di chiarire che cosa si intenda realmente per violenza.

È certamente necessario condannare gli atti vandalici, le aggressioni e ogni comportamento che comprometta il carattere democratico delle manifestazioni. Tuttavia, sarebbe riduttivo limitare il concetto di violenza esclusivamente a questi episodi.

Esiste una violenza strutturale, economica e sociale, molto meno visibile, che non rompe vetrine e raramente conquista le prime pagine dei giornali, ma che condiziona profondamente l’esistenza di milioni di persone.

È violenza negare a un giovane la possibilità di studiare gratuitamente e liberamente. È violenza impedirgli di accedere a un lavoro a tempo pieno e a pieno salario, a un’abitazione dignitosa, a un reddito sufficiente per costruire autonomamente la propria esistenza. È violenza sottrargli la prospettiva di un futuro.

Appare quindi profondamente contraddittorio che, mentre si chiedono sacrifici ai lavoratori e si comprimono le possibilità di investimento nello Stato sociale, si continui a presentare l’aumento delle spese militari come una necessità indiscutibile.

La destinazione delle risorse pubbliche è sempre il risultato di scelte politiche. Privilegiare l’economia di guerra rispetto alla sanità, all’istruzione, all’università, alla ricerca e all’edilizia sociale significa compiere una precisa scelta di modello economico e di società.

La storia dovrebbe indurre a una riflessione seria. Già negli anni Sessanta e Settanta, quando una parte delle nuove generazioni avvertiva l’assenza di prospettive concrete di cambiamento e di partecipazione, si verificarono fenomeni di radicalizzazione politica. Non si tratta di giustificare la violenza, ma di comprendere come l’esclusione sociale e la chiusura degli spazi democratici possano favorire derive pericolose.

A questa problematica se ne aggiunge un’altra, altrettanto rilevante: la progressiva restrizione degli spazi di rappresentanza politica e istituzionale.

Le norme elettorali che rendono più difficile la presentazione delle liste per le organizzazioni politiche minori rischiano di aggravare una crisi democratica già evidente. Il riferimento riguarda anche realtà come Potere al Popolo e altre formazioni che partecipano alle lotte operaie, contadine, dei lavoratori portuali, dei migranti, dei precari e degli studenti.

Si tratta di organizzazioni spesso considerate minoritarie sul piano parlamentare, ma capaci di esprimere una componente significativa del conflitto sociale e della partecipazione popolare.

Naturalmente, la consistenza numerica di una manifestazione non coincide automaticamente con il consenso elettorale. Tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato considerare politicamente irrilevanti quelle realtà che, pur non disponendo di rappresentanza parlamentare, svolgono un ruolo importante nell’organizzazione delle rivendicazioni sociali.

Si manifesta così un paradosso democratico: mentre si chiede ai movimenti di esprimere le proprie rivendicazioni attraverso le istituzioni, si rischia contemporaneamente di rendere sempre più difficile l’accesso a quelle stesse istituzioni.

È una tendenza profondamente preoccupante e, sul piano politico, antidemocratica. Il pluralismo non può essere sacrificato esclusivamente alle esigenze di governabilità, né la rappresentanza istituzionale può diventare un privilegio delle forze politiche già consolidate.

Quando alle difficoltà economiche si aggiungono ostacoli alla partecipazione politica, la sfiducia nelle istituzioni rischia di trasformarsi in una frattura sempre più profonda tra cittadini e rappresentanti.

Lo sciopero generale del 30 ottobre assume, proprio per questo, un significato particolarmente importante. La partecipazione di lavoratori, studenti, migranti e cittadini ha dimostrato che il malcontento può tradursi in mobilitazione collettiva, democratica e organizzata.

La prospettiva deve essere quella di trasformare l’indignazione in partecipazione, il disagio in organizzazione, la protesta in una proposta politica e sociale capace di incidere sulle scelte economiche del Paese.

Il conflitto sociale democratico non rappresenta una minaccia per la democrazia. Al contrario, è uno degli strumenti attraverso i quali una società può esprimere le proprie contraddizioni e ricercare soluzioni collettive.

La sicurezza di un Paese non può essere misurata soltanto attraverso l’ordine pubblico o la capacità di controllo delle manifestazioni. Una società è realmente sicura quando garantisce giustizia sociale, lavoro dignitoso, istruzione, diritto alla casa e possibilità effettive di partecipazione politica.

Su questo terreno possono incontrarsi anche tradizioni culturali differenti, come quella marxista e quella cristiana, senza rinunciare alle rispettive identità, ma riconoscendo obiettivi comuni nella difesa della dignità della persona, dei lavoratori e delle fasce sociali più vulnerabili.

Una società che investe nel futuro dei giovani investe nella pace, nella giustizia e nella democrazia. Una società che sottrae loro questo futuro rischia invece di alimentare proprio quelle tensioni sociali che pretende di combattere.

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La postilla del direttore

Non è necessario essere marxisti per capire che uno stipendio insufficiente costituisce un problema morale prima ancora che economico. Né occorre condividere tutte le posizioni dell’USB o di Potere al Popolo per riconoscere che una democrazia impoverita nella sua classe lavoratrice è una democrazia che rischia di perdere consistenza sociale.
Mediafighter non rinuncia alla propria identità cristiana per riconoscere la serietà di una denuncia sociale. Semmai è proprio quella identità che obbliga a guardare senza indifferenza alle condizioni di chi lavora e non riesce a vivere, di chi studia e teme il futuro, di chi emigra e incontra sfruttamento.
La dottrina sociale della Chiesa non è un innocuo repertorio di buoni sentimenti. È un patrimonio esigente che interpella governi, imprenditori, istituzioni finanziarie e organizzazioni sindacali. Il suo criterio non è l’appartenenza a uno schieramento, ma la centralità della persona, il bene comune, la solidarietà e la sussidiarietà. Per questo è giusto riconoscere agli organizzatori della mobilitazione il merito di avere rivendicato una protesta responsabile, senza che episodi circoscritti potessero cancellarne il contenuto sociale. Un riconoscimento che non esclude il dovere di accertare ogni eventuale responsabilità. Ed è altrettanto doveroso chiedere a Vasapollo e ai dirigenti dell’USB qualcosa di più della soddisfazione per una piazza gremita: obiettivi verificabili, proposte finanziariamente sostenibili, capacità negoziale e tutela anche di quei lavoratori che non si riconoscono nelle loro opzioni politiche.
Al governo, invece, spetta una responsabilità ancora maggiore: non scambiare il dissenso per un fastidio da amministrare, né la protesta per una patologia da reprimere. Una società libera deve garantire insieme il diritto di sciopero, i servizi essenziali e l’ordine pubblico.
L’Italia non ha bisogno di una guerra tra poveri, né di una guerra fra lavoratori e istituzioni. Ha bisogno di ricostruire quel patto sociale che rende credibili il lavoro, la famiglia, la partecipazione democratica e la speranza. Ecco perché la domanda lasciata aperta dal 30 ottobre non è soltanto quanti siano scesi in piazza, ma quanti cittadini debbano ancora scendervi prima che la politica si decida ad ascoltarli.

La Direzione di Mediafighter

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