Ventisei miliardi tra conferme, sgravi e piccoli interventi. Il governo rivendica le misure per le famiglie, mentre gli impegni militari europei e atlantici impongono una domanda: quale sicurezza viene prima e chi decide quanto pagarla?

Cento euro all’anno per un bambino appena nato hanno una loro eloquenza. Dicono che lo Stato si ricorda di lui, gli apre un salvadanaio, gli augura un futuro. Dicono anche quanto sia diventato difficile distinguere una politica per la natalità dalla sua rappresentazione pubblicitaria. Il bambino riceve una promessa di risparmio; i genitori continuano a fare i conti con il presente.

La manovra approvata dal Consiglio dei ministri il 28 ottobre, ora destinata all’esame parlamentare, vale circa 26 miliardi. Tra le novità figura un fondo previdenziale per i nuovi nati, alimentato dallo Stato con cento euro annui fino ai diciotto anni. Nella stessa riunione è stato rinviato, per modifiche tecniche, il decreto sulle bollette. Sono provvedimenti distinti, naturalmente. Ma nella vita delle famiglie il futuro previdenziale e la fattura del gas arrivano allo stesso indirizzo, con scadenze molto diverse.

Non c’è motivo di irridere il risparmio destinato ai figli. C’è invece ragione di contestare una comunicazione che rischia di attribuire a una misura simbolica la consistenza di una svolta. Una politica familiare si riconosce dalla possibilità di trovare un asilo, mantenere un lavoro, abitare una casa, accedere alle cure. Il salvadanaio può accompagnarla. Difficilmente può rappresentarla.

Anche sul fisco il governo presenta risultati reali ma circoscritti: l’estensione dello scaglione Irpef al 33% fino a 55 mila euro e l’innalzamento a 100 mila euro della soglia per il regime agevolato degli autonomi. Sono interventi che meritano una valutazione distributiva: chi riceve il beneficio, quanto riceve, chi resta fuori. L’annuncio di una riduzione fiscale non risponde, da solo, alla domanda sull’equità del sistema.

Il bilancio delle promesse va misurato proprio qui. Il taglio dell’Irpef arriva in forma ridotta; sulle pensioni viene previsto un fondo, mentre le modalità restano da definire e la proposta di uscita a 64 anni richiederebbe risorse maggiori di quelle stanziate. La distanza fra l’impegno elettorale e il provvedimento effettivo non scompare perché ciascun partito della maggioranza trova una voce sulla quale apporre la propria firma. 

Il punto politico, tuttavia, supera l’elenco delle misure. Riguarda il diverso linguaggio con cui vengono presentate le necessità del Paese. Per la spesa sociale si invocano prudenza, gradualità, compatibilità. Per la crescita degli impegni militari prevalgono urgenza, credibilità, obblighi strategici. La prima deve dimostrare continuamente di essere sostenibile; i secondi vengono spesso presentati come il prezzo inevitabile della serietà internazionale.

È questa gerarchia che il governo dovrebbe spiegare agli italiani.

Il programma europeo ReArm Europe, poi presentato nella cornice Readiness 2030, ha aperto strumenti specifici per aumentare la spesa militare. SAFE mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro in prestiti per acquisti comuni nel settore della difesa. La clausola nazionale di salvaguardia consente temporanee deviazioni dai percorsi di spesa, entro condizioni definite e fino all’1,5% del Pil annuo nel periodo previsto. Sono possibilità di finanziamento e flessibilità contabile: il costo economico degli investimenti rimane. 

Una deroga alle regole non cancella il debito. Un prestito europeo, per quanto conveniente, dovrà essere restituito. La contabilità può cambiare il trattamento di una spesa; non può renderla gratuita.

Qui emerge la contraddizione del sovranismo di governo. Dopo aver alimentato l’immagine di Bruxelles come custode ostile dei vincoli, la maggioranza rivendica oggi come successo la capacità di negoziare margini dentro quegli stessi vincoli. Negoziare è necessario e può produrre risultati utili. Ma sarebbe più onesto riconoscere che l’autonomia nazionale si esercita attraverso rapporti, compromessi e responsabilità condivise, invece di alternare l’invettiva contro l’Europa alla celebrazione del suo assenso.

Il problema non è ottenere flessibilità. È quali priorità si riescano a far riconoscere come meritevoli di flessibilità, e con quanta determinazione.

Sopra questa architettura europea resta inoltre il quadro atlantico. Al vertice dell’Aia del 2025, gli alleati NATO si sono impegnati a raggiungere entro il 2035 una spesa complessiva del 5% del Pil per la difesa e le esigenze connesse alla sicurezza. Non è tutta spesa per armamenti, né una prescrizione da eseguire integralmente nella manovra 2027. È però un impegno politico di lungo periodo, al quale anche l’Italia ha aderito.

La domanda sull’ombrello statunitense nasce da qui: aumentando la spesa, l’Europa sta costruendo anche una propria capacità di decisione? Oppure rischia di assumere oneri maggiori dentro una strategia la cui direzione continua a dipendere soprattutto da Washington?

Il governo dovrebbe rispondere indicando capacità, obiettivi, tempi e vantaggi per il Paese. Richiamare la fedeltà atlantica non basta. Un’alleanza comporta obblighi reciproci, ma anche il diritto e il dovere di discutere come vengano distribuiti i costi.

Lo stesso rigore deve valere per il sostegno all’Ucraina. Aiuti umanitari, assistenza finanziaria e forniture militari hanno finalità e conseguenze differenti. Sommarli indistintamente sotto la parola “guerra” impedirebbe una critica seria. Altrettanto improprio sarebbe sottrarli alla discussione pubblica invocando una solidarietà che non ammette domande.

L’Ucraina ha diritto a difendere la propria popolazione dall’aggressione russa. Il governo italiano ha il dovere di spiegare come il proprio sostegno contribuisca a una prospettiva politica: quali risultati persegua, quali condizioni rendano possibile una trattativa, quali iniziative diplomatiche accompagnino gli stanziamenti. La continuità delle forniture, da sola, non costituisce una strategia di pace.

Non possiamo attribuire automaticamente agli aiuti a Kiev ogni promessa sociale mancata. Possiamo però pretendere che tutti gli impegni concorrano allo stesso esame di sostenibilità, efficacia e responsabilità democratica. Un euro destinato alla difesa e un euro destinato alla sanità non sono intercambiabili in ogni circostanza; entrambi richiedono una decisione politica della quale rendere conto.

Per la dottrina sociale della Chiesa, la sicurezza comprende la protezione della vita concreta. Un Paese è vulnerabile quando non sa difendersi; lo è anche quando una malattia impoverisce una famiglia, quando il lavoro non consente una casa, quando avere un figlio diventa un rischio economico insostenibile. La prudenza politica deve tenere insieme queste vulnerabilità, senza permettere che una cancelli tutte le altre.

La manovra contiene misure utili. Proprio per questo va discussa senza caricature, ma anche senza concedere al governo il privilegio di essere giudicato soltanto sulle proprie intenzioni.

Le promesse si verificano sui risultati. La sovranità si verifica sulle decisioni. E la responsabilità internazionale si verifica sulla capacità di proteggere le persone, qui e altrove, costruendo condizioni di pace.

Cento euro per il futuro di un neonato possono essere un piccolo inizio. Sarebbe amaro se quel bambino scoprisse, diventando adulto, che lo Stato aveva saputo programmare con maggiore precisione gli impegni militari che le condizioni della sua libertà.