Ankara conquista terreno politico, Mosca consolida la propria presenza militare. L’Italia dispone di capacità navali di primo piano, con un vantaggio qualitativo nell’aviazione imbarcata rispetto alla Turchia. Deve decidere come tradurle in influenza, sicurezza e diplomazia.

Il Mediterraneo ha un difetto: continua a muoversi anche quando l’Italia preferirebbe considerarlo un paesaggio. Sulla sponda libica cambiano alleanze, si consolidano presenze militari, si negoziano confini marittimi. Roma osserva un mare che sente vicino per geografia e scopre sempre più affollato per politica. Sarebbe però sbagliato concludere che il nostro destino consista nell’accodarci alla Turchia. Una nazione comincia a perdere autonomia quando considera inevitabile quella degli altri e facoltativa la propria.

Il successo di Ankara merita di essere riconosciuto. Il 20 ottobre il Parlamento della Libia orientale ha approvato l’intesa marittima conclusa nel 2019 tra la Turchia e il governo di Tripoli, rovesciando la precedente opposizione. Erdoğan ha ottenuto un risultato politico rilevante: rendere accettabile agli interlocutori dell’Est un accordo nato con i loro avversari dell’Ovest. La forza impiegata per sostenere Tripoli è stata accompagnata dalla pazienza necessaria a trattare con il campo degli Haftar.

È una lezione di continuità strategica. Ankara ha saputo distinguere gli interessi durevoli dalle inimicizie contingenti. Ha combattuto un avversario e successivamente lo ha corteggiato, senza considerare la contraddizione un impedimento. La politica di potenza conosce questa elasticità: le strette di mano cambiano, gli obiettivi restano.

Da qui a proclamare un dominio turco sull’intera Libia, tuttavia, corre una distanza che nessuna formula brillante può cancellare. L’approvazione parlamentare rafforza Ankara; non risolve automaticamente le controversie con gli altri Stati mediterranei. E l’idea di un Egitto ormai destinato ad adeguarsi incontra una resistenza concreta: il 27 ottobre, insieme a Bahrain ed Emirati Arabi Uniti, il Cairo ha sostenuto la posizione greca contro l’accordo turco-libico. Una previsione sull’avvenire non può assorbire i fatti che oggi la contraddicono. 

Soprattutto, nella rappresentazione di una Libia progressivamente consegnata alla Turchia manca un protagonista troppo ingombrante per essere relegato sullo sfondo: la Russia.

Mosca si sta radicando nelle infrastrutture militari libiche. Uno studio pubblicato a giugno dal progetto Tearline, basato su immagini satellitari e fonti aperte, esamina ampliamenti e lavori in sei basi dove è segnalata la presenza dell’Africa Corps: al-Khadim, al-Jufra, Tamanhint, Maaten al-Sarra, al-Qardabiya e Brak al-Shati. Gli autori collegano questa evoluzione al consolidamento russo in Africa settentrionale e nel Sahel, precisando che non ogni intervento può essere attribuito con certezza a finanziamenti o direzione del Cremlino. Si tratta di strutture libiche utilizzate dalle forze russe: definirle tutte basi formalmente russe sarebbe improprio. La sostanza strategica, però, rimane. 

brak al shati

Una rete di aeroporti, depositi e collegamenti logistici produce influenza anche senza una cerimonia di annessione. Consente di trasferire uomini e materiali, sostenere operazioni lontane, consolidare rapporti con chi controlla il territorio. La Libia diventa così una cerniera tra Mediterraneo e Africa interna. Per l’Italia significa che la pressione russa riguarda anche la sponda meridionale del mare sul quale si affacciano porti, infrastrutture e interessi nazionali.

Anche Tobruk richiede attenzione. Il porto è uno snodo dei rifornimenti russi e figura nei progetti di ulteriore espansione. Occorre distinguere questo utilizzo dalla presenza, già compiuta e documentata, di una grande base navale permanente: lo studio satellitare citato non aveva rilevato lavori russi nel porto nelle immagini disponibili fino all’aprile 2026. La precisione serve a valutare il rischio, senza diminuirlo né gonfiarlo. 

L’avanzata turca e il radicamento russo possono dunque procedere contemporaneamente. Le relazioni degli Haftar con Ankara non comportano necessariamente l’espulsione di Mosca. Chi governa attraverso alleanze esterne può cercare di moltiplicare i protettori, giocando sulle loro rivalità per aumentare il proprio margine. Una Libia frammentata offre spazio a più potenze; nessuna visita diplomatica basta a cancellare questa realtà.

Qui entra l’Italia, che dispone di strumenti ben più consistenti di quanto suggerisca una certa inclinazione nazionale all’autosvalutazione.

La Marina Militare possiede una capacità particolarmente importante: un gruppo navale imperniato sulla portaerei Cavour, con velivoli F-35B di quinta generazione. La capacità operativa iniziale dell’aviazione imbarcata è stata annunciata nell’agosto 2024. È una risorsa concreta per la difesa aerea, la ricognizione e la proiezione militare dal mare, inserita in un dispositivo che comprende scorte e sostegno logistico. 

Nel dicembre dello stesso anno è stata consegnata la Trieste, grande nave d’assalto anfibio multiruolo. Intanto procede il rinnovamento delle unità di scorta: le due FREMM EVO sono previste in consegna nel 2029 e nel 2030. Date da ricordare, perché una nave in costruzione rappresenta una capacità futura, mentre la disponibilità operativa si misura sulle unità pronte, sugli equipaggi e sulla manutenzione. 

Rispetto alla Turchia, il vantaggio italiano è particolarmente significativo nell’aviazione da combattimento imbarcata. Ankara sta sviluppando con decisione l’impiego dei droni dalla Anadolu: nel febbraio 2026 i Bayraktar TB3 hanno effettuato una dimostrazione operativa durante l’esercitazione NATO Steadfast Dart. È un progresso da prendere sul serio. Un drone TB3 e un caccia F-35B, tuttavia, esprimono prestazioni, impieghi e possibilità operative profondamente differenti. Il confronto fra le due marine non può appiattire queste differenze. 

Sarebbe altrettanto superficiale trasformare quel vantaggio in una superiorità italiana assoluta, valida in ogni scenario. Contano la distanza dalle basi, la copertura aerea da terra, la disponibilità di munizioni, la componente subacquea e la durata sostenibile delle operazioni. E soprattutto conta lo scopo politico. L’Italia può disporre di capacità navali superiori in settori decisivi e avere, nello stesso momento, meno influenza di Ankara sulle decisioni di un interlocutore libico.

È precisamente questo il problema da affrontare.

Una portaerei non sostituisce una diplomazia continuativa. Una fregata non costruisce da sola rapporti affidabili con amministrazioni, istituzioni e società locali. L’influenza nasce quando la presenza militare, l’attività diplomatica, la cooperazione economica e la conoscenza del territorio perseguono obiettivi compatibili per un tempo sufficientemente lungo.

La critica più seria da rivolgere alla politica italiana riguarda questa continuità. Il Mediterraneo non può essere prioritario soltanto nei discorsi, nelle emergenze migratorie e nelle fotografie dei vertici. La qualità delle nostre navi pone alla politica una domanda esigente: quale ordine regionale intendiamo contribuire a costruire?

Con la Turchia, alleata nella NATO, l’Italia ha ragioni per cooperare e interessi da negoziare con fermezza. Riconoscerne l’abilità non obbliga ad accettarne ogni rivendicazione. Quanto alla Russia, il rafforzamento delle sue posizioni libiche richiede sorveglianza, coordinamento con gli alleati e capacità di prevenire nuove dipendenze strategiche sulla sponda sud. In entrambi i casi, Roma deve presentarsi con una proposta propria.

Una proposta credibile dovrebbe partire anche dai libici. Trattarli soltanto come fornitori di energia, custodi delle partenze o intermediari armati significa contribuire alla fragilità dalla quale poi ci dichiariamo minacciati. La stabilità richiede istituzioni capaci di rispondere alla popolazione, infrastrutture funzionanti e un progressivo contenimento del potere delle milizie. È un lavoro meno spettacolare di una visita a bordo, ma decide quanto dureranno gli accordi firmati durante quella visita.

Per una coscienza cristiana, infine, il Mediterraneo pone un limite morale alle ambizioni di tutti. La sicurezza delle rotte, la protezione delle infrastrutture e la difesa delle persone sono finalità legittime. L’idea che un popolo possa essere amministrato come la profondità strategica di un altro merita invece una critica radicale, qualunque bandiera la rivesta.

L’Italia ha interesse a un mare nel quale la forza protegga il diritto e renda possibile la diplomazia. La sua Marina può darle voce, presenza e capacità di iniziativa. Ma la rotta deve indicarla la politica.

Ankara ha dimostrato di saper attendere. Mosca sta costruendo punti d’appoggio. Roma sta costruendo navi. Adesso deve dimostrare di sapere per quale futuro farle navigare.