Uno studio su JAMA Psychiatry stima oltre 18 milioni di persone colpite nel mondo. Dietro i numeri ci sono vite che chiedono cure, relazioni e uno sguardo capace di riconoscere la dignità prima dell’apparenza.
Ci sono tavole intorno alle quali una famiglia smette di sapere come parlarsi. Ogni domanda può sembrare un controllo, ogni silenzio un abbandono. Il gesto quotidiano del mangiare diventa un territorio attraversato dalla paura. Chi soffre si sente osservato; chi gli vuole bene teme di sbagliare qualunque parola. È anche qui, dentro questa impotenza domestica, che bisogna entrare per comprendere anoressia e bulimia. Con discrezione, lasciando fuori dalla porta le sentenze sulla vanità dei giovani e sulla debolezza del loro carattere.
Lo studio pubblicato il 28 ottobre su JAMA Psychiatry, nell’ambito del Global Burden of Disease, stima che nel 2023 vivessero nel mondo 18,1 milioni di persone con anoressia nervosa o bulimia nervosa. Circa sette su dieci erano donne. Rispetto al 1990, i casi stimati sono cresciuti del 71%; il tasso di prevalenza standardizzato per età, che permette confronti meno condizionati dalla struttura demografica, è aumentato del 20,6%. Sono stime, con margini d’incertezza, e riguardano queste due patologie: non l’intero insieme dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.
La distinzione tra numero dei casi e prevalenza impedisce di usare le percentuali come sirene. Ma anche dopo aver abbassato il volume, il problema rimane. E chiede qualcosa di più di una giornata di commozione pubblica.
La prima responsabilità consiste nel riconoscere la natura della sofferenza. I disturbi alimentari sono malattie serie, talvolta pericolose per la vita, nelle quali interagiscono fattori biologici, genetici, psicologici e sociali. Possono interessare persone di età, sesso e corporatura differenti. L’apparenza fisica, da sola, non misura la gravità: anche chi sembra stare bene può essere molto malato. Sono condizioni curabili, dalle quali è possibile riprendersi.
Dire a qualcuno «basta mangiare» significa chiedergli di risolvere con un comando il problema per il quale ha bisogno di aiuto. Rimproverargli di non apprezzare ciò che possiede aggiunge una colpa alla sofferenza. Persino il confronto con chi patisce la fame, talvolta proposto con intenzioni educative, può diventare una crudeltà: la privazione involontaria e un disturbo alimentare richiedono entrambe attenzione, senza essere usate l’una per umiliare l’altro.
Occorre altrettanta cautela davanti alla tentazione di trovare un solo imputato. Questa ricerca descrive l’andamento delle patologie; non dimostra che un social network, un modello estetico o lo sviluppo economico ne siano la causa. Trasformare un’analisi epidemiologica in una sentenza sulla modernità sarebbe un abuso dei dati.
Resta però interamente aperta la domanda culturale: che cosa insegniamo ai ragazzi quando parliamo del corpo?
Si può proclamare il valore dell’unicità e poi distribuire approvazione soltanto a chi somiglia al modello del momento. Si può predicare l’autostima e accompagnarla con osservazioni continue sull’aspetto. Si può esaltare la libertà mentre si suggerisce che ogni imperfezione debba essere corretta, ogni cambiamento sorvegliato, ogni fotografia migliorata.
Il messaggio arriva anche senza essere formulato: per essere accolto, devi prima diventare presentabile.
Questa contraddizione riguarda gli adulti. Abita le conversazioni familiari, i giudizi pronunciati per scherzo, i complimenti automatici per un dimagrimento del quale non conosciamo la storia. Interroga la pubblicità e chi vende benessere facendo sentire le persone perennemente in difetto. Interroga anche il giornalismo, quando racconta la sofferenza attraverso fotografie che inducono a fissare un corpo anziché incontrare una persona.
Un articolo responsabile dovrebbe rinunciare alla spettacolarizzazione. Non serve trasformare il dolore in una galleria di immagini estreme. Serve raccontare la possibilità della cura, la competenza dei professionisti, il lavoro paziente di chi accompagna una ripresa. Anche i ragazzi e gli uomini devono potersi riconoscere in questo racconto, senza sentirsi estranei a una malattia rappresentata esclusivamente al femminile.
Per una sensibilità cristiana, qui emerge una questione radicale. La dignità della persona precede qualunque prestazione del corpo. Non aumenta con la bellezza, non diminuisce con la malattia, non dipende dalla capacità di corrispondere alle aspettative. Il cristianesimo dell’Incarnazione dovrebbe custodire con particolare attenzione questa verità: la fragilità umana merita vicinanza, e il corpo sofferente merita cura.
Anche nelle comunità religiose occorre vigilare sulle parole. Un disturbo alimentare non testimonia una fede insufficiente. Non può essere risolto prescrivendo più preghiera, né interpretato come un difetto morale. L’accompagnamento spirituale può offrire ascolto, fiducia e presenza; deve saper riconoscere il proprio limite e collaborare con le competenze cliniche.
La carità, in questi casi, comprende anche l’umiltà di aiutare una persona a raggiungere chi sa curarla.
Il trattamento richiede un percorso adeguato alle condizioni individuali, che può comprendere assistenza medica, psicoterapia e interventi nutrizionali. Il coinvolgimento della famiglia può essere importante, soprattutto nell’adolescenza. Cercare aiuto attraverso il medico e servizi competenti permette di affrontare il problema senza aspettare che diventi riconoscibile a chiunque.
Ma la possibilità di chiedere aiuto deve incontrare una risposta. Qui il discorso diventa politico nel suo significato più concreto. Una società che invita a parlare del disagio assume l’obbligo di rendere accessibili le cure. Altrimenti apre una porta sulla confessione del dolore e lascia chi ha trovato il coraggio di attraversarla ad aspettare nel corridoio.
Servono continuità assistenziale, professionisti preparati, sostegno alle famiglie. Servono scuole capaci di indirizzare, senza improvvisare diagnosi; comunità capaci di accompagnare, senza trasformarsi in tribunali. Il bene comune si misura anche nella distanza tra il momento in cui una persona dice «ho bisogno» e quello in cui qualcuno competente può risponderle.
Davanti a questi milioni di vite, la domanda più urgente riguarda dunque la qualità della nostra presenza. Possiamo cominciare smettendo di fare del corpo altrui un argomento sul quale tutti si sentono autorizzati a pronunciarsi.
Un giovane non dovrebbe dover dimostrare, attraverso il proprio aspetto, di meritare attenzione. Dovrebbe poterla ricevere abbastanza presto da scoprire che la sua vita vale anche nei giorni in cui lui stesso fatica a crederlo.
