Alla Sala Xenia, scienza, filosofia, giornalismo e teologia a confronto sui rischi e sulle promesse dell’IA. Da Elettra Sincrotrone al magistero di Leone XIV, un dibattito che investe il futuro della democrazia, della conoscenza e della dignità umana.
Il convegno del 30 ottobre 2026, promosso dal Comitato di Mutuo Appoggio Lavoratori Radio-TV, ha riunito Roberto Pugliese, Alfonso Maria Bruno, Andrea Zhok e Walter Ferri, con la moderazione di Biagio Mannino. Quattro competenze differenti per affrontare una questione decisiva: l’intelligenza artificiale sarà uno strumento di emancipazione oppure il pretesto per concentrare ulteriormente potere, ricchezza e controllo sociale?
Ci sono luoghi nei quali una questione scientifica acquista inevitabilmente una dimensione civile. Trieste è uno di questi. Città di frontiera, laboratorio di culture e crocevia della ricerca internazionale, possiede una singolare vocazione a interrogare il progresso senza separarlo dalla condizione umana.
Non è dunque casuale che proprio nella città giuliana, venerdì 30 ottobre 2026, la Sala Xenia abbia ospitato il convegno “Intelligenza artificiale: opportunità o pretesto? Aspetti etici e tecnologici dell’AI”, promosso dal Comitato di Mutuo Appoggio Lavoratori Radio-TV.
Già il titolo conteneva una provocazione intellettuale di grande attualità. Non si domandava semplicemente se l’intelligenza artificiale fosse utile o dannosa. Introduceva una categoria assai più sottile: quella del pretesto. Perché una tecnologia può realmente offrire opportunità straordinarie e diventare, contemporaneamente, una giustificazione per esercitare forme inedite di potere.
È su questa linea di confine che si colloca il significato dell’incontro triestino. Non un raduno di entusiasti della tecnologia, né un tribunale contro le macchine, ma un confronto tra competenze chiamate a misurarsi con una domanda che riguarda tutti: quale umanità stiamo preparando attraverso gli strumenti che inventiamo?
Un parterre che rappresenta quattro modi di interrogare il futuro
La particolarità del convegno risiede innanzitutto nella composizione dei relatori. Roberto Pugliese, Alfonso Maria Bruno, Andrea Zhok e Walter Ferri provengono da esperienze professionali e intellettuali differenti. A moderare il confronto, Biagio Mannino, giornalista specializzato nella comunicazione pubblica e nella politica internazionale.
Il valore di questa pluralità non è meramente organizzativo. Il progresso tecnologico è ormai troppo complesso per essere interpretato attraverso un’unica disciplina. L’ingegnere conosce l’architettura dei sistemi, il filosofo ne interroga i presupposti, il giornalista ne verifica le conseguenze nella società e il teologo richiama il fondamento della dignità umana.
Nessuno di questi sguardi, isolatamente considerato, esaurisce la questione. Insieme possono però sottrarla tanto alla propaganda commerciale quanto al catastrofismo.
Roberto Pugliese: l’intelligenza artificiale nella concretezza della ricerca
La presenza di Roberto Pugliese ha conferito al confronto un’importante dimensione tecnico-scientifica. Vicecoordinatore generale e responsabile dell’Information and Communication Technology di Elettra Sincrotrone Trieste, Pugliese opera in uno degli ambienti nei quali l’innovazione digitale viene messa quotidianamente alla prova della ricerca sperimentale.
Il suo profilo coniuga informatica, organizzazione, gestione dell’innovazione e ricerca applicata. La produzione scientifica comprende studi sull’elaborazione dei dati, sull’impiego dei grandi modelli linguistici nella microscopia computazionale e sui processi attraverso i quali l’intelligenza artificiale può trasformare le organizzazioni e persino l’editoria scientifica.
Tra i suoi contributi più interessanti figurano una ricerca del 2024 sull’utilizzazione dei modelli linguistici nell’ottimizzazione di algoritmi per la microscopia e uno studio del 2026 dedicato alle pubblicazioni scientifiche nell’epoca degli agenti intelligenti.
Si tratta di ambiti nei quali l’intelligenza artificiale non rappresenta uno slogan, ma uno strumento concreto di lavoro, capace di accelerare procedure, interpretare dati complessi e aprire possibilità precedentemente difficili da immaginare.
Questa competenza è indispensabile per comprendere il primo termine del titolo: opportunità. Senza conoscere le applicazioni effettive della tecnologia, la discussione etica rischierebbe di trasformarsi in una disputa astratta.
Ma proprio l’esperienza dei laboratori scientifici insegna che nessuna innovazione può essere considerata affidabile soltanto perché potente. Occorrono verifiche, riproducibilità dei risultati, tracciabilità dei processi e consapevolezza dei limiti.
La vera innovazione non consiste semplicemente nel rendere possibile qualcosa. Consiste nel renderlo utilizzabile in modo rigoroso e responsabile.
Andrea Zhok: la filosofia contro la riduzione dell’uomo a funzione
Se la ricerca scientifica interroga ciò che la macchina può realizzare, la filosofia deve domandarsi quale concezione dell’uomo si nasconda dietro il progetto tecnologico.
Andrea Zhok, professore associato di Filosofia morale all’Università degli Studi di Milano e originario di Trieste, rappresenta una voce particolarmente pertinente per affrontare questo passaggio.
La sua ricerca attraversa la fenomenologia, la teoria dei valori, l’identità personale e i rapporti tra economia, politica e vita sociale. Opere come Identità della persona e senso dell’esistenza, Critica della ragione liberale e Il senso dei valori mostrano un interesse costante per le condizioni che rendono propriamente umana l’esperienza.
Il problema dell’intelligenza artificiale, osservato da questa prospettiva, non riguarda soltanto la sostituzione di alcune attività intellettuali. Investe il modo in cui la società definisce conoscenza, libertà, valore e responsabilità.
Una civiltà che interpreta ogni relazione come scambio di informazioni e ogni decisione come operazione di calcolo corre il rischio di perdere ciò che non può essere adeguatamente tradotto in dati: il significato dell’esistenza, la coscienza morale, la memoria vissuta, il legame comunitario.
Qui emerge la domanda che la filosofia può rivolgere alla tecnica: una macchina capace di produrre risposte sempre più sofisticate ci rende necessariamente più saggi?
La risposta non è affatto scontata. L’aumento delle capacità operative può convivere con un impoverimento delle facoltà critiche. Una società può possedere sistemi straordinariamente intelligenti e diventare progressivamente meno capace di formulare giudizi autonomi.
In questo senso, l’educazione filosofica non è un ornamento del dibattito sull’intelligenza artificiale. È una condizione indispensabile per non trasformare l’efficienza nel criterio supremo dell’organizzazione sociale.
Walter Ferri: il giornalismo davanti alle nuove architetture del controllo
Un terzo contributo fondamentale proviene dal giornalismo investigativo e dall’analisi dei diritti digitali.
Walter Ferri, collaboratore di Wired Italia e de L’Indipendente, si occupa di tecnologia, privacy, nuovi media e conseguenze sociali dell’automazione. È inoltre curatore e coautore del volume collettaneo Sopravvivere nell’era dell’intelligenza artificiale, pubblicato nel 2024.
Il libro affronta un ventaglio significativo di questioni: sorveglianza, controllo sociale, conflitti armati, manipolazione dell’informazione, lavoro, disuguaglianze, discriminazioni algoritmiche e trasformazione della democrazia.
La sua attività giornalistica ha approfondito anche l’impiego dell’intelligenza artificiale nelle amministrazioni pubbliche, nelle infrastrutture digitali e nei sistemi di sorveglianza.
Questo genere di ricerca permette di comprendere il secondo termine del titolo del convegno: pretesto.
L’intelligenza artificiale può diventare un pretesto quando un’amministrazione presenta come necessaria una decisione che resta profondamente politica. Quando un’impresa giustifica la riduzione del personale come inevitabile conseguenza del progresso. Quando la sorveglianza viene proposta come semplice miglioramento dell’efficienza o quando la raccolta indiscriminata di dati viene descritta come condizione indispensabile per garantire la sicurezza.
Il giornalismo ha allora il compito di ricostruire la catena delle responsabilità: chi decide, chi trae vantaggio, chi viene controllato e chi possiede gli strumenti per contestare gli errori.
Non è una funzione secondaria. Nell’epoca dell’informazione generata automaticamente, il giornalista non può ridursi a un distributore di contenuti. Deve rimanere un verificatore dei fatti, un interprete dei contesti e un garante della distinzione tra ciò che è documentato e ciò che viene soltanto affermato.
La comunicazione come responsabilità pubblica
Anche la moderazione di Biagio Mannino si inserisce coerentemente nell’architettura culturale dell’incontro.
Giornalista e analista della comunicazione pubblica, con un’attenzione particolare alla politica internazionale, Mannino porta una competenza essenziale: quella di collegare linguaggi specialistici e questioni di interesse collettivo.
L’intelligenza artificiale, infatti, non è più soltanto materia di informatici. Entra nel confronto politico, nell’organizzazione delle istituzioni, nelle strategie economiche, nelle relazioni internazionali e nelle rappresentazioni mediatiche della realtà.
Il problema della comunicazione diventa pertanto decisivo. Una tecnologia che pochi comprendono, ma che condiziona la vita di molti, richiede un’opera di mediazione intellettuale particolarmente accurata.
La qualità di una democrazia dipende anche dalla possibilità dei cittadini di conoscere, discutere e valutare le scelte tecnologiche che incidono sui loro diritti.
Un dibattito pubblico privo di competenze si consegna facilmente alla paura. Un sistema tecnologico privo di dibattito pubblico rischia invece di trasformare la competenza in un potere sottratto al controllo democratico.
Da Leone XIII a Leone XIV: il ritorno della questione sociale
Nel mio intervento, intitolato Magnifica humanitas. L’intelligenza artificiale alla prova dell’umano nel magistero di Leone XIV, ho cercato di collocare queste questioni entro un orizzonte antropologico e teologico più ampio.
La scelta di Leone XIV di assumere il nome del Pontefice della Rerum novarum contiene un riferimento storico preciso. Alla fine del XIX secolo la rivoluzione industriale aveva trasformato il lavoro, i rapporti economici e le condizioni di vita di milioni di persone. Oggi la rivoluzione digitale impone un discernimento altrettanto impegnativo.
Con la sua prima enciclica, Magnifica humanitas, firmata il 15 maggio 2026, Leone XIV ha posto al centro non la potenza della macchina, ma la custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.
È una distinzione decisiva. La questione non consiste anzitutto nel domandarsi quanto diventeranno intelligenti le macchine, ma quale idea di umanità orienterà il loro sviluppo.
La riflessione pontificia utilizza due grandi immagini bibliche: Babele e Gerusalemme.
Babele rappresenta la tentazione di una potenza che vuole bastare a se stessa. La tecnica diventa strumento di autoaffermazione, il successo giustifica i mezzi e l’unità si trasforma in omologazione. Gerusalemme, invece, richiama la costruzione paziente di una comunità nella quale il progresso serve la relazione, la giustizia e il bene condiviso.
Non sono soltanto metafore religiose. Sono due modelli profondamente differenti di organizzazione della società.
Il primo concentra il potere e misura tutto in termini di prestazione. Il secondo riconosce il limite, difende la pluralità e considera la persona un fine, mai un semplice mezzo.
Per questo l’intelligenza artificiale non è una questione esclusivamente tecnologica. È una questione antropologica, economica e politica, sulla quale la dottrina sociale della Chiesa può offrire un contributo sostanziale, senza pretendere di sostituirsi alla ricerca scientifica.
Il dato inquietante: proprio i costruttori dell’IA ne denunciano i rischi
Il convegno di Trieste assume una rilevanza ancora maggiore se collocato nella cronaca internazionale di questi giorni.
Il 26 ottobre, appena quattro giorni prima dell’incontro, Anthropic, una delle maggiori società mondiali del settore, ha depositato negli Stati Uniti la documentazione preliminare per il suo ingresso a Wall Street.
Nel prospetto destinato agli investitori, l’azienda riconosce rischi legati a comportamenti manipolativi dei modelli, difficoltà di controllo, impieghi pericolosi e possibili conseguenze catastrofiche derivanti dall’utilizzo improprio di sistemi particolarmente avanzati.
Non significa che un’intelligenza artificiale abbia già sviluppato una coscienza autonoma o sia diventata un soggetto morale. Significa che persino chi progetta questi strumenti riconosce l’esistenza di problemi che richiedono misure di sicurezza, supervisione e responsabilità sempre più rigorose.
Vi è un particolare significativo: Christopher Olah, cofondatore di Anthropic e studioso dell’interpretabilità dei sistemi di intelligenza artificiale, figurava tra i relatori invitati dal Vaticano alla presentazione dell’enciclica Magnifica humanitas del maggio scorso.
È un segno eloquente della serietà del confronto. La ricerca tecnologica e il pensiero cristiano non sono condannati a ignorarsi. Possono incontrarsi sul terreno delle domande fondamentali, pur partendo da metodi e presupposti differenti.
In questo quadro, l’interrogativo proposto a Trieste acquista tutta la sua forza: chi stabilisce il confine oltre il quale una possibilità tecnica non deve diventare una pratica socialmente accettabile?
San Massimiliano Kolbe, il comunicatore che non confuse mai i mezzi con il fine
Nel mio percorso di ricerca sulla comunicazione, la figura di san Massimiliano Maria Kolbe offre una chiave di lettura che considero particolarmente feconda.
Kolbe comprese con straordinario anticipo la necessità di utilizzare i mezzi tecnologici più avanzati del suo tempo. Promosse una stampa di grande diffusione, sviluppò un’organizzazione editoriale complessa, avviò un’esperienza radiofonica e intuì le possibilità del cinema.
Non era un nostalgico diffidente verso il progresso. Al contrario, riteneva che i nuovi strumenti dovessero essere conosciuti, studiati e impiegati con competenza.
Ma la sua concezione della comunicazione possedeva una gerarchia chiarissima: i mezzi dovevano restare subordinati al fine, e il fine era il bene della persona, illuminato dalla fede e dalla carità.
Il gesto supremo della sua vita, l’offerta volontaria di sé ad Auschwitz per salvare un padre di famiglia, mostra ciò che nessuna tecnologia può sostituire: la libertà di donarsi per amore.
Un algoritmo può generare parole di compassione, riconoscere situazioni di sofferenza e suggerire comportamenti altruistici. Ma non diventa per questo un soggetto capace di assumere la responsabilità morale di un dono personale.
È questa la differenza che ho voluto richiamare a Trieste: non tutto ciò che può essere simulato può essere realmente vissuto.
La grandezza dell’essere umano non si esaurisce nelle sue prestazioni cognitive. Risiede anche nella capacità di amare, di soffrire con l’altro, di riconoscere il valore della fragilità e di scegliere liberamente il bene.
La lezione di Trieste: governare il progresso senza rinunciare all’umano
La portata culturale del convegno consiste proprio nell’aver posto in relazione prospettive che troppo spesso procedono separatamente.
La tecnologia ha bisogno dell’etica perché la possibilità non equivale alla legittimità. La filosofia ha bisogno della conoscenza scientifica per non trasformare la critica in astrazione. Il giornalismo ha bisogno di entrambe per riconoscere i rapporti di potere che si nascondono dietro le promesse dell’innovazione. E la teologia contribuisce a custodire la domanda sul valore irriducibile della persona.
Ma il confronto non può concludersi con un appello generico alla responsabilità.
Occorrono alfabetizzazione digitale, formazione del pensiero critico, verifiche indipendenti sui sistemi più rischiosi, responsabilità chiaramente attribuibili e una politica capace di difendere l’interesse generale davanti alla crescente concentrazione del potere tecnologico.
Occorre inoltre riconoscere che l’intelligenza artificiale può aggravare le disuguaglianze esistenti, soprattutto quando l’accesso alle infrastrutture, ai dati e alle competenze diventa privilegio di pochi.
Il progresso deve essere giudicato anche dalla sua capacità di raggiungere chi vive ai margini, di migliorare concretamente il lavoro, di sostenere la medicina, di favorire l’educazione e di ampliare le possibilità di partecipazione democratica.
Altrimenti la promessa di un futuro più efficiente potrebbe trasformarsi nel pretesto per una società meno libera.
Trieste ha dunque posto una domanda che merita di uscire dalle sale dei convegni e raggiungere università, scuole, redazioni, laboratori, istituzioni pubbliche e comunità ecclesiali.
La nostra epoca non sarà giudicata soltanto per la potenza delle intelligenze artificiali che avrà costruito. Sarà giudicata per la qualità dell’umanità che avrà saputo preservare mentre le costruiva.
Perché una macchina sempre più intelligente non garantisce un’umanità sempre più sapiente. E il compito autentico della civiltà non è rendere l’uomo superfluo davanti alle proprie invenzioni, ma fare in modo che ogni invenzione lo aiuti a diventare più pienamente umano.

