Da due miliardi di dollari sauditi agli investimenti collegati all’industria militare israeliana, dalla morte di Jamal Khashoggi alle denunce di sorveglianza digitale: l’intreccio tra interessi privati e potere politico al centro delle riflessioni di Rula Jebreal.

Il saggio Liberticidio riapre il dibattito sulla democrazia americana e sui rapporti tra Donald Trump, la famiglia Kushner e le monarchie del Golfo. Tra fatti giudiziariamente accertati, inchieste parlamentari e accuse ancora da verificare, emerge una questione decisiva: chi controlla chi esercita il potere?

La democrazia non muore necessariamente sotto i colpi di un esercito. Può consumarsi lentamente, quando gli interessi privati penetrano nelle istituzioni, la diplomazia diventa inseparabile dagli affari e i giornalisti scoprono di essere sorvegliati. Il nuovo libro di Rula Jebreal, Liberticidio. Come muore la democrazia con Donald Trump, pubblicato da Piemme nell’ottobre 2026, propone una lettura severa di questa trasformazione. Alcune vicende che lo accompagnano meritano di essere esaminate attentamente, non per confondere i sospetti con le prove, ma per comprendere quale idea di potere stia prendendo forma negli Stati Uniti.

La democrazia svuotata dall’interno

Esiste una forma di deterioramento democratico più insidiosa del colpo di Stato. Non abolisce il Parlamento, non sospende formalmente la Costituzione, non rinuncia necessariamente alle elezioni. Piuttosto, modifica progressivamente il rapporto fra potere pubblico e interessi particolari, restringe gli spazi della responsabilità istituzionale e trasforma le relazioni personali in strumenti di influenza politica.

È questo il terreno sul quale si muove la riflessione di Rula Jebreal. La giornalista palestinese-americana, da anni impegnata nell’analisi della politica internazionale, descrive una crisi nella quale la concentrazione del potere economico e quella del potere politico procedono parallelamente.

Non tutte le sue conclusioni possono essere considerate fatti acquisiti. Alcune costituiscono interpretazioni politiche, altre richiamano episodi verificabili e altre ancora riguardano accuse tuttora controverse. Ma è precisamente questa complessità a rendere necessario un esame rigoroso.

Al centro di una parte significativa del dibattito troviamo Jared Kushner, genero di Donald Trump, già consigliere della Casa Bianca, protagonista delle relazioni americane con il Medio Oriente e fondatore di un importante fondo d’investimento privato.

Jared Kushner e i due miliardi dell’Arabia Saudita

Quando Donald Trump concluse il suo primo mandato presidenziale, nel gennaio 2021, Jared Kushner lasciò la Casa Bianca dopo aver esercitato un’influenza considerevole sui rapporti con Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Era stato uno dei principali architetti degli Accordi di Abramo e aveva costruito una relazione personale privilegiata con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.

Pochi mesi dopo, il fondo sovrano saudita Public Investment Fund decise di impegnare due miliardi di dollari nella società Affinity Partners, fondata da Kushner.

La precisazione finanziaria è necessaria: quei due miliardi non rappresentano una somma personalmente regalata al genero di Trump, ma capitali affidati alla gestione del suo fondo. Il problema riguarda la provenienza del finanziamento, le commissioni riscosse e il rapporto fra l’investimento e le relazioni politiche precedentemente costruite.

L’operazione suscitò perplessità persino all’interno della struttura saudita incaricata di esaminarla. Secondo documenti analizzati dal New York Times, i valutatori espressero dubbi sull’esperienza dei gestori, sui rischi finanziari e sull’elevato costo delle commissioni. Il progetto fu tuttavia approvato.

Le successive verifiche della Commissione Finanze del Senato americano hanno aggiunto elementi rilevanti. Nel settembre 2024 il senatore democratico Ron Wyden rese noto che Affinity Partners aveva incassato fino a 157 milioni di dollari in commissioni da investitori esteri, dei quali 87 milioni provenienti dall’Arabia Saudita. Almeno fino al luglio di quell’anno, secondo i documenti esaminati dalla Commissione, il fondo non aveva distribuito rendimenti ai propri investitori.

Nel marzo 2026, Wyden e il deputato Robert Garcia tornarono a chiedere chiarimenti sui finanziamenti raccolti da Kushner e sulla separazione tra attività imprenditoriale e missioni diplomatiche. I parlamentari stimavano che, dall’avvio dell’attività, Affinity avesse ricevuto oltre 110 milioni di dollari in commissioni dal governo saudita.

Queste cifre non provano, di per sé, un reato. Le commissioni di gestione sono una normale componente del settore finanziario. Ma la loro dimensione, la provenienza sovrana dei capitali e il coinvolgimento diplomatico del beneficiario hanno alimentato interrogativi istituzionali che non possono essere liquidati come semplice rivalità partitica.

La questione è se un uomo impegnato a rappresentare gli interessi degli Stati Uniti possa mantenere contemporaneamente rapporti economici tanto rilevanti con governi direttamente interessati alle sue iniziative diplomatiche.

Jamal Khashoggi: l’omicidio che mise alla prova Washington

Il 2 ottobre 2018 il giornalista saudita Jamal Khashoggi entrò nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul per ottenere documenti necessari al matrimonio. Non ne uscì vivo.

Collaboratore del Washington Post e critico delle politiche del principe Mohammed bin Salman, Khashoggi fu assassinato da un gruppo di operativi sauditi. La vicenda provocò una crisi diplomatica internazionale e pose interrogativi sulle responsabilità dei vertici della monarchia.

Nel febbraio 2021 l’intelligence statunitense pubblicò una valutazione secondo cui Mohammed bin Salman aveva autorizzato l’operazione finalizzata alla cattura o all’uccisione del giornalista. L’analisi si fondava sul controllo esercitato dal principe sugli apparati di sicurezza e sul coinvolgimento di uomini appartenenti alla sua cerchia.

È un passaggio decisivo: non una generica accusa giornalistica, ma una valutazione ufficiale della comunità d’intelligence americana.

E Jared Kushner?

Le ricostruzioni della stampa statunitense documentano la continuità dei suoi rapporti con bin Salman anche dopo l’assassinio. Secondo il New York Times, Kushner mantenne conversazioni informali con il principe e gli avrebbe offerto consigli su come affrontare la crisi internazionale.

Questo comportamento può essere valutato politicamente e moralmente, soprattutto alla luce dell’orrore dell’omicidio. Non equivale tuttavia alla prova di una partecipazione di Kushner alla sua preparazione o esecuzione. Il rapporto declassificato dell’intelligence americana non gli attribuisce tale responsabilità.

È stata anche sollevata, sulla base di ricostruzioni giornalistiche, l’ipotesi che informazioni riservate sugli equilibri interni alla famiglia reale saudita siano state condivise con bin Salman durante precedenti contatti con Kushner. Una vicenda collegata, nelle accuse, alla repressione condotta contro esponenti dell’élite saudita nel novembre 2017. Anche qui, però, non esiste una dimostrazione pubblica sufficiente per affermare che Kushner abbia materialmente fornito quegli elenchi o partecipato alle successive violazioni dei diritti.

Il problema accertabile riguarda la protezione politica e diplomatica di un alleato strategico in un momento in cui Washington conosceva la gravità delle responsabilità attribuite alla sua cerchia di potere.

La domanda resta aperta: quali limiti devono incontrare le ragioni geopolitiche quando entrano in conflitto con la tutela della vita umana e della libertà di espressione?

Netanyahu, Kushner e gli interessi nell’industria militare israeliana

I rapporti tra la famiglia Kushner e Benjamin Netanyahu non nascono con Donald Trump. Risalgono a molti anni prima e comprendono frequentazioni personali e relazioni politiche consolidate.

La stampa americana ha raccontato persino dell’ospitalità concessa a Netanyahu nell’abitazione della famiglia Kushner nel New Jersey, quando Jared era ancora giovane. Charles Kushner, padre di Jared, era inoltre un importante sostenitore di organizzazioni filoisraeliane.

Nessuna di queste circostanze è illecita. Diventano tuttavia politicamente rilevanti quando chi beneficia di tali rapporti assume incarichi diplomatici e conserva interessi economici connessi alle parti coinvolte nei negoziati.

Un’inchiesta della CNN pubblicata il 1° ottobre 2026 ha aperto un ulteriore capitolo.

La società Affinity Partners detiene una partecipazione importante nella compagnia finanziaria israeliana Phoenix Financial. Quest’ultima, secondo l’analisi dei documenti finanziari, possiede investimenti per almeno 456 milioni di dollari in nove imprese che forniscono equipaggiamenti, armamenti e tecnologie alle forze armate israeliane.

Fra queste figura Elbit Systems, uno dei maggiori produttori israeliani di sistemi militari, insieme ad aziende impegnate nella fabbricazione di componenti per droni, carri armati, artiglieria e unità navali.

Affinity non possiede direttamente le partecipazioni in quelle nove imprese: il collegamento passa attraverso Phoenix. È una distinzione societaria essenziale, che non cancella l’interesse economico indiretto legato ai risultati finanziari della società partecipata.

Nel luglio 2026, secondo la stessa inchiesta, Affinity ha ceduto circa un quarto della propria partecipazione in Phoenix, ricavandone oltre 340 milioni di dollari. I legali di Kushner hanno precisato che il loro assistito non prende le decisioni sugli investimenti di Phoenix e hanno respinto qualsiasi collegamento fra l’attività diplomatica e le scelte finanziarie della società.

La CNN non ha trovato prove che le decisioni negoziali di Kushner abbiano direttamente determinato gli investimenti esaminati.

Rimane nondimeno la questione della trasparenza: è opportuno che un mediatore impegnato nel conflitto di Gaza mantenga un interesse economico significativo in una società finanziaria che investe anche in fornitori delle forze armate di una delle parti?

Non è necessario accusare qualcuno di traffico illecito di influenze per riconoscere che una simile sovrapposizione merita controlli particolarmente rigorosi.

Charles Kushner: dal carcere alla rappresentanza diplomatica a Parigi

La storia di Charles Kushner, padre di Jared, introduce una questione diversa, ma altrettanto importante: l’uso del potere presidenziale di grazia e il rapporto fra merito istituzionale, responsabilità penale e legami familiari.

Nel 2005 Charles Kushner fu condannato a due anni di reclusione dopo essersi dichiarato colpevole di reati federali comprendenti violazioni fiscali, false dichiarazioni relative ai finanziamenti elettorali e ritorsioni contro un testimone.

Uno degli episodi più gravi riguardò un suo cognato, collaboratore degli investigatori. Kushner organizzò un incontro dell’uomo con una prostituta, fece registrare segretamente l’episodio e inviò il materiale alla propria sorella, moglie del testimone, nel tentativo di colpirlo personalmente.

Non siamo qui di fronte a un’accusa rimasta senza verifica: esistono un procedimento federale, un’ammissione di colpevolezza e una condanna.

Il 23 dicembre 2020 Donald Trump concesse a Charles Kushner la grazia presidenziale piena e incondizionata. La Casa Bianca motivò pubblicamente il provvedimento richiamando il percorso successivo alla condanna e le sue attività filantropiche.

Nel maggio 2025, durante il secondo mandato di Trump, il Senato confermò Charles Kushner come ambasciatore degli Stati Uniti in Francia e nel Principato di Monaco, con 51 voti favorevoli e 45 contrari.

La grazia è un potere costituzionale del presidente. La nomina diplomatica, a sua volta, segue una procedura prevista dalle istituzioni americane. Eppure la successione degli eventi richiama il tema dell’opportunità politica: quali criteri devono governare l’attribuzione di incarichi prestigiosi quando il candidato appartiene alla famiglia presidenziale e possiede precedenti penali così rilevanti?

Il punto non consiste nel negare la possibilità di una riabilitazione personale. Consiste nel chiedere che il prestigio di una funzione pubblica sia giustificato da criteri trasparenti e non appaia il risultato di una particolare vicinanza al potere.

La guerra invisibile contro i giornalisti: Pegasus e la rete di Khashoggi

La dimensione più inquietante di questa storia riguarda la sorveglianza digitale.

Il software Pegasus, sviluppato dalla società israeliana NSO Group, ha rappresentato una svolta nella capacità tecnica di penetrare nei dispositivi mobili. In determinate condizioni può consentire di acquisire comunicazioni private, dati personali e informazioni sensibili, compromettendo la riservatezza delle fonti giornalistiche.

Le indagini condotte da Citizen Lab e Amnesty International hanno documentato l’utilizzo di questa tecnologia contro dissidenti, difensori dei diritti umani e giornalisti in numerosi Paesi.

Il caso Khashoggi presenta collegamenti particolarmente significativi.

Omar Abdulaziz, dissidente saudita residente in Canada e in frequente contatto con il giornalista, subì un’infezione da Pegasus che Citizen Lab attribuì con elevata confidenza a un operatore collegato all’Arabia Saudita.

Le analisi di Amnesty International hanno inoltre individuato attività di sorveglianza nei confronti di persone vicine a Khashoggi. Il telefono di Hatice Cengiz, la donna che avrebbe dovuto sposare, fu compromesso pochi giorni dopo l’assassinio; anche Hanan Elatr, moglie del giornalista, risultò bersaglio di tentativi di intrusione.

NSO Group ha respinto le accuse di un coinvolgimento della propria tecnologia nell’omicidio.

Le prove disponibili non consentono di affermare che Pegasus sia stato lo strumento utilizzato per organizzare materialmente l’assassinio. Consentono però di documentare una realtà grave: persone appartenenti alla rete personale di un giornalista perseguitato furono sottoposte a sorveglianza informatica.

Per chi svolge un lavoro d’inchiesta, la compromissione del telefono di una fonte può essere tanto dannosa quanto quella del proprio. Il segreto professionale non viene distrutto soltanto ascoltando il giornalista, ma anche ricostruendo le sue relazioni, i suoi interlocutori e i suoi spostamenti.

Rula Jebreal e l’allarme ricevuto dall’FBI a New York

Questa dimensione tocca direttamente Rula Jebreal.

In un’intervista concessa a Francesco Cancellato per Fanpage, la giornalista ha raccontato di aver ricevuto, il 25 settembre 2026, ripetute telefonate da un numero sconosciuto mentre si trovava a New York, nei giorni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Quando decise di rispondere, secondo il suo racconto, scoprì che a cercarla era un agente della sezione dell’FBI competente in materia di sicurezza informatica.

L’agente le avrebbe comunicato che servizi di intelligence di un Paese straniero stavano tentando di accedere al suo telefono, alla posta elettronica e al computer. Jebreal riferisce di aver ricevuto un avviso destinato alle possibili vittime di operazioni di spionaggio, il cosiddetto victim warning.

Alla richiesta di conoscere il Paese responsabile, l’agente avrebbe indicato soltanto un Paese del Medio Oriente.

Jebreal ha espresso pubblicamente il sospetto che dietro l’operazione potessero esserci apparati israeliani, collegando questo timore alla propria attività giornalistica e alle critiche rivolte al governo Netanyahu.

Occorre tuttavia essere precisi: quella sull’origine dell’attacco è una valutazione della giornalista. Non risulta una conferma pubblica dell’FBI che identifichi Israele come responsabile, né una perizia pubblica che accerti l’installazione di Pegasus sui dispositivi di Jebreal.

La vicenda, dunque, va riportata nella sua esatta natura: una testimonianza su un avvertimento attribuito all’FBI, accompagnata da un sospetto che richiede ulteriori riscontri.

Una precisazione che non sminuisce l’importanza dell’allarme. Se un servizio di intelligence straniero cerca di penetrare negli strumenti di lavoro di una giornalista, la questione riguarda la sicurezza delle fonti, la libertà di informazione e la tutela della vita privata.

Il caso Paragon in Italia: quando la sorveglianza arriva nelle redazioni

La questione non riguarda soltanto gli Stati Uniti o il Medio Oriente.

Il 31 gennaio 2025 Francesco Cancellato, direttore di Fanpage, ricevette da WhatsApp una comunicazione relativa a un attacco informatico attribuito alla tecnologia Graphite, sviluppata dalla società Paragon Solutions.

Un altro giornalista della stessa testata, Ciro Pellegrino, risultò successivamente bersaglio dello spyware secondo un’analisi forense di Citizen Lab. Le indagini italiane hanno coinvolto anche attivisti impegnati nel soccorso dei migranti, fra cui Luca Casarini e Giuseppe Caccia.

Nel marzo 2026 gli accertamenti delle procure italiane hanno confermato tracce tecniche di compromissione su dispositivi oggetto dell’indagine. Per il caso Cancellato non sono emersi, nei controlli descritti pubblicamente, elementi sufficienti a ricondurre l’attività ai sistemi dell’intelligence interna italiana. L’identificazione delle responsabilità è rimasta una questione investigativa aperta.

Pegasus e Graphite sono prodotti differenti, sviluppati da società differenti. Non esiste una prova che le vicende di Jebreal, Khashoggi e Cancellato siano riconducibili a un’unica operazione.

Esiste, invece, un fenomeno comune: la disponibilità di strumenti capaci di superare le difese dei dispositivi digitali e di compromettere la riservatezza delle comunicazioni.

È una minaccia particolarmente grave quando coinvolge soggetti che esercitano il diritto di critica, proteggono persone vulnerabili oppure raccolgono informazioni su attività governative.

Il problema morale: quando la diplomazia incontra il profitto

Le vicende descritte non possono essere ridotte a una contrapposizione fra sostenitori e oppositori di Donald Trump. Esigono un giudizio istituzionale fondato su principi applicabili a qualunque governo.

La politica estera può naturalmente produrre benefici economici. La diplomazia moderna intreccia sicurezza, commercio, cooperazione e investimenti. Non vi è nulla di illegittimo nel ricercare intese economiche che favoriscano la stabilità regionale.

Il problema comincia quando l’interesse pubblico e quello privato diventano difficili da distinguere, specialmente se le persone coinvolte non sono sottoposte agli obblighi di trasparenza previsti per gli incarichi ufficiali.

Nel caso Kushner, l’assenza di una prova pubblica di corruzione non elimina la necessità di un controllo sui rapporti economici con governi stranieri. Allo stesso modo, la legittimità formale di un investimento non risolve automaticamente la questione della sua opportunità etica quando chi lo gestisce partecipa anche a negoziati sulla guerra e sulla pace.

La dottrina sociale della Chiesa offre un criterio particolarmente esigente: il potere politico trova la propria giustificazione nel servizio al bene comune, non nella conservazione di privilegi personali. La dignità della persona, la giustizia e la verità non possono essere subordinate alla sola convenienza strategica.

Ciò vale per l’uccisione di un giornalista, per la repressione del dissenso, per il ricorso illegittimo alla sorveglianza e per la possibile commistione fra decisioni pubbliche e guadagni privati.

La prudenza nell’attribuzione delle responsabilità non deve diventare indifferenza morale. Al contrario, è precisamente il rigore dei fatti a permettere una critica pubblica credibile.

Il Liberticidio e il dovere di vigilare sul potere

Rula Jebreal propone una tesi fortemente critica nei confronti dell’amministrazione Trump: il deterioramento della democrazia americana sarebbe alimentato dall’intreccio fra concentrazione del potere, interessi economici, indebolimento dei controlli e condizionamento dell’informazione.

Il suo libro invita a interrogarsi su processi che non coincidono necessariamente con la commissione di singoli reati. Una democrazia può infatti soffrire anche per comportamenti formalmente consentiti, ma incompatibili con l’esigenza di indipendenza, trasparenza e fiducia che dovrebbe caratterizzare l’esercizio delle funzioni pubbliche.

Il caso Charles Kushner richiama la responsabilità nell’esercizio del potere di grazia e nella scelta dei rappresentanti diplomatici. Quello di Jared Kushner solleva domande sulle incompatibilità fra gestione di patrimoni sovrani e attività diplomatica. L’assassinio Khashoggi impone di misurare la distanza fra proclamazioni sui diritti umani e comportamenti effettivi delle potenze. Le vicende Pegasus e Paragon mostrano la vulnerabilità delle libertà costituzionali davanti alla sorveglianza tecnologica.

Sono problemi distinti, che non devono essere fusi artificialmente in una sola trama criminale. Ma possono essere studiati insieme perché riguardano il medesimo interrogativo: quali garanzie proteggono il cittadino quando il potere politico, economico e tecnologico si concentra in poche mani?

Non basta che una democrazia conservi le proprie forme. Occorre che le istituzioni siano capaci di controllare chi governa, che gli incarichi pubblici non diventino proprietà di cerchie familiari, che la stampa possa indagare senza intimidazioni e che il denaro non si trasformi in una via privilegiata per ottenere influenza sulle decisioni collettive.

Un libro come Liberticidio merita di essere discusso anche criticamente, distinguendo i fatti dimostrati dalle interpretazioni dell’autrice. È proprio questo esercizio di libertà intellettuale a impedire che una denuncia, per quanto grave, si trasformi in un atto di fede politica.

Perché il vero catenaccio di questa storia è semplice: una democrazia non si misura soltanto dalla libertà concessa ai potenti, ma dalla capacità delle istituzioni di chiedere conto del loro operato. Quando il denaro compra accesso, il silenzio protegge gli abusi e la tecnologia penetra nella vita di chi denuncia, non è più soltanto il giornalismo a essere sotto pressione. È il diritto dei cittadini a conoscere la verità.

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