Quattro scenari diversi interrogano la strategia israeliana. Difendere una popolazione richiede anche limiti alla forza, protezione dei civili e un futuro politico per i vicini.
L’esercito israeliano conserva una capacità d’intervento che attraversa confini e territori. Ma dalla presenza nel Libano meridionale alle restrizioni su Gaza, dalle violenze dei coloni in Cisgiordania alle operazioni in Siria, resta una domanda: quale ordine politico dovrebbe nascere da questo impiego della forza? La sicurezza si misura anche nella possibilità di tornare a vivere senza paura.
Una carta militare mostra posizioni, corridoi e obiettivi. Una carta umana mostra case, scuole, campi e famiglie che aspettano di rientrare. Per capire la situazione delle Israel Defense Forces, le Idf, al 16 ottobre 2026, occorre guardarle entrambe. Il rischio dell’analisi strategica è considerare acquisito un territorio quando chi vi abita ha soltanto perduto la possibilità di condurre una vita normale.
Libano, Gaza, Cisgiordania e Siria non sono quattro nomi della stessa guerra. Cambiano gli avversari, le istituzioni, le condizioni delle popolazioni e le responsabilità. Anche l’esercito, il governo israeliano e i gruppi di coloni sono soggetti distinti. Confonderli impedisce di attribuire correttamente decisioni, azioni e omissioni.
Nel Libano meridionale il nodo resta il rapporto tra disarmo di Hezbollah e ritiro israeliano. Il 15 ottobre Reuters ha riferito le pressioni di Marco Rubio sul presidente Joseph Aoun perché gli esplosivi sequestrati dalle autorità libanesi non tornino al movimento. Hezbollah ne ha rivendicato la proprietà, dichiarando che erano destinati ad attacchi contro le truppe israeliane. Aoun ha chiesto agli Stati Uniti di premere per fermare gli attacchi israeliani nel sud.
È il circuito che imprigiona il Libano: la presenza israeliana alimenta la giustificazione delle armi di Hezbollah; la permanenza di quelle armi alimenta la giustificazione della presenza israeliana. Spezzarlo richiede verifiche e passaggi concordati, insieme al rafforzamento delle istituzioni libanesi. Una sovranità contesa tra una milizia e un esercito straniero difficilmente protegge i cittadini.
Il futuro di Unifil rende questa impasse ancora più concreta. Il 14 ottobre Jean-Pierre Lacroix, responsabile delle operazioni di pace dell’Onu, ha sollecitato negoziati sulla presenza internazionale dopo la scadenza del mandato a fine anno. Reuters indica circa 7.500 caschi blu e una difficoltà decisiva: molte postazioni si trovano in aree occupate da Israele, complicando il loro eventuale passaggio all’esercito libanese.
La diplomazia deve quindi rispondere a una domanda pratica: chi garantirà il territorio e proteggerà le comunità? Smantellare una presenza internazionale senza chiarire che cosa la sostituirà rischia di ampliare il vuoto. La sicurezza degli israeliani del nord e quella dei libanesi del sud hanno bisogno di un confine governato, non di una precarietà permanente.
A Gaza, la capacità militare si intreccia con il controllo degli accessi. Il 15 ottobre il Cogat, organismo militare israeliano, ha attribuito l’interruzione degli arrivi commerciali da Israele a una controversia tra commercianti e Hamas su contributi imposti ai camion. Hamas ha contestato quella rappresentazione. Reuters ha raccolto anche la testimonianza del responsabile dei trasportatori secondo cui continuavano a entrare aiuti e merci dall’Egitto attraverso un valico controllato da Israele. Parlare di arresto assoluto di ogni rifornimento sarebbe dunque inesatto.
Il 16 ottobre l’Unicef, citato da Reuters, ha avvertito che i progressi contro la malnutrizione restano fragili e possono essere compromessi dalle interruzioni degli approvvigionamenti. È il punto che dovrebbe orientare ogni discussione: una controversia sui flussi commerciali non può essere valutata soltanto come un confronto di potere quando incide sull’alimentazione dei bambini.
Le responsabilità di Hamas nell’amministrazione delle risorse devono essere accertate; anche le decisioni israeliane sugli accessi vanno valutate per i loro effetti. La popolazione non coincide con il gruppo che pretende di rappresentarla. Una politica di sicurezza capace di futuro deve rendere più autonoma la vita civile, non lasciarla dipendente da emergenze e trattative quotidiane.
In Cisgiordania il 16 ottobre ha portato immagini di un’altra violenza. Reuters documenta ad Abu Falah un attacco di coloni mascherati contro palestinesi impegnati nella raccolta delle olive, con alberi incendiati e feriti, tra i quali la fotogiornalista Heidi Levine. Secondo il resoconto, i militari israeliani sono intervenuti con lacrimogeni e colpi di avvertimento, ma l’aggressione è proseguita.
Gli aggressori descritti sono coloni: non bisogna trasformarli automaticamente in soldati. Ma questa distinzione apre la domanda sull’efficacia della protezione offerta dalle forze presenti. Chi può esercitare il controllo del territorio deve misurarsi anche con la capacità di impedire che uomini armati colpiscano civili. Difendere la raccolta significa difendere reddito, radicamento e possibilità di restare sulla propria terra.
In Siria, infine, pressione militare e contatti politici procedono insieme. Il 15 ottobre Netanyahu ha dichiarato di aver parlato in precedenza con il presidente Ahmed al-Sharaa delle violenze contro i drusi. La notizia, pubblicata il 16 da Asharq Al-Awsat, non riguarda una telefonata appena avvenuta: la collocazione temporale non è stata precisata. La fonte governativa siriana citata nell’articolo ha respinto la strumentalizzazione politica della minoranza, senza confermare né smentire il colloquio. [6]
La stessa ricostruzione riferisce della presenza israeliana nella zona cuscinetto del Golan e di ripetute incursioni più all’interno della Siria. [6] Proteggere le minoranze è un’esigenza reale, che obbliga anzitutto le autorità siriane. Ma invocarla non risolve la questione dei limiti e degli scopi della presenza militare straniera. Occorrono garanzie verificabili per le comunità e impegni territoriali chiari: nessun gruppo umano dovrebbe diventare un argomento da esibire soltanto quando serve a una strategia.
Il filo comune è dunque politico. La forza può interrompere un attacco, distruggere un deposito, imporre una distanza. Da sola non crea istituzioni affidabili, convivenza o riconoscimento reciproco. Se ogni minaccia genera una nuova zona di controllo e ogni zona richiede una presenza ulteriore, la sicurezza rischia di diventare un obiettivo continuamente allontanato dalla sua stessa ricerca.
La dottrina sociale della Chiesa offre un criterio esigente anche per questo giudizio. Il Catechismo riconosce la responsabilità della difesa e la funzione di chi serve nella vita militare; ribadisce però che la legge morale resta valida durante i conflitti e che civili, feriti e prigionieri devono essere trattati umanamente. Ai numeri 2309 e 2312-2314, necessità, proporzione dei mezzi e tutela delle persone impediscono di trasformare un obiettivo dichiarato di sicurezza in una giustificazione illimitata. [7]
Questo criterio riguarda tutti. Gli attacchi contro civili israeliani non diventano leciti perché presentati come resistenza; le violenze contro palestinesi o libanesi non diventano accettabili perché inserite in una strategia antiterrorismo. Le responsabilità vanno accertate per ciascun atto, senza colpe collettive attribuite a popoli, religioni o intere comunità.
Alla politica israeliana va posta una domanda che è anche nell’interesse di Israele: quale sicurezza duratura può nascere da vicini privi di prospettive? Alle leadership palestinesi, libanesi e siriane va chiesto con uguale serietà come intendano garantire che i loro territori non siano strumenti di minaccia e che le loro popolazioni non siano ostaggio di fazioni armate.
Al 16 ottobre, la superiorità delle Idf non equivale a una soluzione regionale. La prova della sicurezza sarà il ritorno dei civili alle case, l’accesso regolare al cibo, la possibilità di raccogliere le olive senza aggressioni e la protezione delle minoranze attraverso istituzioni responsabili. Una vittoria che non sa indicare il posto della vita civile resta politicamente incompiuta.
Dalla frontiera libanese agli uliveti palestinesi, la sicurezza diventa credibile quando protegge la vita quotidiana. Il controllo militare richiede un esito politico: diritti, garanzie e istituzioni capaci di durare.
