I dati Istat, gli scenari di Bankitalia e le assunzioni mancate nei Comuni interrogano la politica. La dottrina sociale della Chiesa offre un criterio esigente: giudicare le decisioni dai loro effetti sul lavoro, sulle famiglie e sul bene comune.
Il lavoro irregolare cresce, l’inflazione torna a comprimere i bilanci familiari e alcuni Comuni, secondo una ricostruzione giornalistica, rinunciano ad assumere i vincitori dei concorsi ai quali avevano aderito. Sono questioni diverse, che chiedono risposte precise. Ridurle a un processo contro il governo, oppure liquidarle come propaganda dell’opposizione, impedisce di comprenderle. Per chi assume la dottrina sociale della Chiesa come criterio di giudizio, la domanda decisiva riguarda la vita delle persone: il lavoro consente di vivere dignitosamente? Le istituzioni custodiscono la fiducia dei cittadini? Le politiche pubbliche proteggono chi dispone di minori risorse?
Una bolletta non domanda per chi abbiamo votato. Arriva, presenta il conto e misura la distanza tra ciò che una famiglia guadagna e ciò di cui ha bisogno. Anche il lavoro senza contributi e l’assunzione che sfuma dopo un concorso superato hanno questa concretezza: entrano nella vita prima che nel dibattito televisivo.
Conviene partire da qui, sgombrando un equivoco. Non accetto che ogni osservazione sulla giustizia sociale debba essere preventivamente classificata come di sinistra, né che ogni richiamo alla responsabilità personale e alla sostenibilità dei conti venga arruolato a destra. Queste categorie appartengono alla storia politica e conservano una funzione, ma non possono diventare il tribunale della coscienza cristiana.
Giovanni Paolo II, nella Sollicitudo rei socialis, al numero 41, colloca la dottrina sociale della Chiesa su un piano distinto dalle ideologie e dalle loro combinazioni. Non è un espediente per stare comodamente nel mezzo: è un criterio autonomo, capace di approvare una scelta e criticarne un’altra, anche quando provengono dalla stessa maggioranza. La fedeltà richiesta riguarda la persona e il bene comune, non la coerenza con uno schieramento.
Proprio questa libertà obbliga a trattare con rigore i numeri.
Nel 2024, secondo l’Istat, le unità di lavoro irregolari sono arrivate a 3 milioni e 277 mila, oltre 145 mila in più rispetto al 2023: un aumento del 4,6%. Il tasso di irregolarità è salito dal 12,7% al 13,1%. Si tratta di unità equivalenti a tempo pieno, una misura del volume di lavoro: non del conteggio di altrettante singole persone. Nello stesso anno è cresciuto anche il lavoro regolare, dell’1,6%. La fotografia contiene dunque una crescita dell’attività lavorativa accompagnata da una più rapida espansione della sua componente irregolare.
Il confronto riportato dal Fatto Quotidiano indica inoltre circa 298 mila unità irregolari aggiuntive rispetto al 2022. È un dato che interroga il governo Meloni, ma la coincidenza temporale non basta a stabilire una responsabilità causale. Tanto meno dimostra, da sola, che l’abolizione del Reddito di cittadinanza abbia prodotto quell’aumento.
La conclusione sostenibile è più precisa: il superamento di quella misura non è stato accompagnato, nel dato aggregato del 2024, da una diminuzione del lavoro irregolare. Per misurarne l’effetto specifico servirebbe una valutazione capace di distinguere l’impatto della riforma dagli altri fattori economici e sociali. Questo vale tanto per chi rivendica un successo quanto per chi denuncia un fallimento.
Anche un altro elemento va riferito: l’economia non osservata è aumentata in valore, raggiungendo 218,2 miliardi di euro, ma la sua incidenza sul Pil è scesa dal 10,2% al 9,9%. Non c’è contraddizione: il rapporto diminuisce quando il denominatore cresce più rapidamente. E soprattutto economia non osservata e lavoro nero non sono indicatori identici. Scegliere soltanto il numero favorevole alla propria tesi sarebbe una scorciatoia poco rispettosa del lettore.
La questione morale resta però intera. Il lavoro irregolare espone a minori tutele, sottrae risorse alla protezione sociale e penalizza le imprese che rispettano le regole. Contrastarlo significa difendere insieme il lavoratore e l’imprenditore onesto.
Nella Laborem exercens, al numero 19, Giovanni Paolo II indica nella giusta remunerazione una verifica concreta della giustizia del sistema economico. Il lavoro non può essere valutato soltanto contando quante persone risultano occupate: occorre domandarsi che cosa ricevono, quali protezioni hanno e quale vita possono costruire.
Da questo punto di vista, nessuna misura contro la povertà diventa intoccabile per il suo nome o per chi l’ha introdotta. Va valutata per la capacità di raggiungere chi ha bisogno, evitare abusi e favorire percorsi possibili verso l’autonomia. La verifica deve riguardare con lo stesso rigore anche gli strumenti che la sostituiscono. La lotta agli abusi tutela la solidarietà; il sospetto indiscriminato verso i poveri la corrode.
È il rapporto tra solidarietà e sussidiarietà richiamato da Benedetto XVI nella Caritas in veritate, al numero 58: aiutare senza rendere passivi, promuovere la responsabilità senza abbandonare. Applicato al lavoro, significa unire sostegno economico, formazione credibile, servizi accessibili e opportunità reali. La disponibilità a lavorare non crea, da sola, un posto regolare.
A complicare questo quadro arriva il costo della vita. L’Istat conferma per settembre 2026 un’inflazione annua del 4,2%, dal 3,3% di agosto. I beni energetici rincarano del 22,6% rispetto a un anno prima, gli alimentari non lavorati del 5,5%. Il cosiddetto carrello della spesa registra invece un aumento dell’1,5%: un dato diverso dall’indice generale, che non va confuso con esso.
Queste percentuali descrivono medie. La loro esperienza concreta cambia secondo il reddito, la composizione della famiglia, l’abitazione, le necessità di trasporto. Chi ha già ridotto tutto al necessario dispone di pochi margini per assorbire altri rincari. La rinuncia a una cura, a un’attività educativa o al riscaldamento adeguato può restare invisibile nel dibattito pubblico, pur essendo una perdita molto reale di benessere.
Il principio del giusto salario acquista qui tutta la sua attualità: il valore nominale della retribuzione conta insieme alla sua capacità di sostenere la vita. Il bene comune chiede perciò di valutare salari, protezioni sociali e costi essenziali nello stesso quadro.
Sarebbe scorretto attribuire al governo italiano l’intero andamento dei prezzi internazionali. Sarebbe altrettanto insufficiente considerare l’origine esterna di uno shock una risposta alle famiglie. La responsabilità politica riguarda gli strumenti con cui si attenuano i danni, si distribuiscono gli oneri e si riduce la vulnerabilità futura.
Anche l’allarme di Bankitalia richiede precisione. Le nuove proiezioni mantengono uno scenario di base di crescita; la contrazione del Pil dello 0,3% nel 2027 e nel 2028, riportata dal Fatto Quotidiano, riguarda uno scenario severo, legato a rincari particolarmente marcati delle materie prime. È un rischio condizionato, non una recessione già annunciata come inevitabile.
La prudenza, virtù essenziale anche nell’amministrazione pubblica, consiste proprio nel prepararsi a un rischio senza trasformarlo in una certezza. Occorre proteggere i più esposti, sostenere gli investimenti utili e valutare le coperture. Anche la sostenibilità finanziaria ha una dimensione morale: impegni mal costruiti possono scaricare costi su altri cittadini e sulle generazioni successive.
È qui che si inserisce la vicenda dei Comuni. Alcuni enti coinvolti nel concorso Ripam per funzionari dei piccoli Comuni avrebbero rinunciato alle assunzioni, dichiarando di non avere le risorse necessarie; alla base vi sarebbe anche l’erronea convinzione che gli stipendi fossero coperti dal Pnrr. La ricostruzione va attribuita alla fonte e le responsabilità accertate attraverso gli atti dei singoli enti.
Il problema che emerge merita comunque attenzione. A un candidato si chiedono preparazione, precisione, rispetto delle scadenze. È ragionevole pretendere una diligenza almeno equivalente dall’amministrazione che ne sollecita l’impegno. Prima di promettere un’assunzione bisogna verificarne la sostenibilità; se interviene un ostacolo, occorrono spiegazioni tempestive e soluzioni praticabili.
Una graduatoria riguarda persone che organizzano il proprio futuro. La competenza amministrativa è quindi anche una forma di rispetto. Il bene comune passa attraverso bilanci attendibili, procedure comprensibili e istituzioni capaci di mantenere gli impegni. La sussidiarietà, inoltre, chiede di mettere gli enti locali nelle condizioni di svolgere bene le loro funzioni: l’autonomia senza capacità amministrativa rischia di diventare solitudine.
Questi fatti non autorizzano a dipingere un’Italia interamente fallita. Impediscono però di accontentarsi di un racconto nel quale l’aumento degli occupati esaurisce ogni domanda sul lavoro, la crescita del Pil certifica ogni benessere e un bando pubblicato equivale a un’opportunità realizzata.
Il compito di un editoriale ispirato alla dottrina sociale della Chiesa è tenere aperte quelle domande. Con equità verso chi governa, con libertà rispetto a chi si oppone e con particolare attenzione a chi sopporta le conseguenze delle decisioni altrui.
Non occorre scegliere una curva politica per riconoscere un’ingiustizia. Occorre conoscere i fatti, distinguere le responsabilità e chiedere rimedi. Una famiglia che riesce a vivere del proprio lavoro, un’impresa corretta che può competere e un giovane che può fidarsi delle istituzioni sono risultati che appartengono al Paese intero.
La dignità del lavoro non è proprietà della destra o della sinistra. È il criterio con cui giudicare entrambe: attraverso salari reali, tutele effettive, aiuti ben costruiti e promesse pubbliche mantenute.
