Tre condanne in primo grado, provvisionali immediatamente esecutive e una famiglia costretta ancora a sollecitare risposte. Il rapporto con l’Egitto mette alla prova la capacità dell’Italia di dare seguito alla propria domanda di giustizia.

Una sentenza può attraversare dieci anni di ostacoli e fermarsi sulla soglia di un’ambasciata. È il paradosso che oggi accompagna il nome di Giulio Regeni: la giustizia italiana è riuscita a pronunciarsi, ma la distanza fra le parole del tribunale e le loro conseguenze rimane enorme. Dentro quella distanza continuano a vivere i suoi familiari, chiamati ancora una volta a scrivere, insistere, ricordare agli Stati ciò che gli Stati dovrebbero ricordare da soli.

Il 28 settembre la Prima Corte d’Assise di Roma ha condannato in primo grado a dieci anni di reclusione Uhsam Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif per il sequestro del ricercatore. Il quarto imputato, Tariq Sabir, è stato assolto; non è stata accolta l’accusa di omicidio contestata a Sharif. Il verdetto non esaurisce dunque la ricerca della verità sulla morte di Giulio, né costituisce una condanna definitiva. Segna però un passaggio concreto nell’accertamento delle responsabilità per la sua privazione della libertà.

La Corte ha inoltre disposto, a carico dei condannati, provvisionali immediatamente esecutive: complessivamente 500mila euro ai familiari e 150mila euro alla Presidenza del Consiglio, costituita parte civile. Non sono il risarcimento definitivo, che dovrà essere determinato in sede civile. Sono somme già riconosciute come dovute, la cui esecutività non coincide con il passaggio in giudicato della condanna penale.

È su questo terreno che la famiglia ha deciso di muoversi nuovamente. Attraverso i propri legali ha chiesto all’ambasciatore egiziano a Roma di intervenire per facilitare il pagamento. Secondo quanto riferito dalla Rai il 19 ottobre, la lettera, inviata oltre due settimane prima, era rimasta senza risposta. Nell’articolo pubblicato il 20 ottobre, Avvenire ricostruisce la richiesta e ricorda l’impegno al rispetto delle decisioni della Corte che, secondo i familiari, il diplomatico aveva assunto.

Non è una questione contabile. Nessuno può attribuire a quei cinquecentomila euro il significato di un prezzo per la vita di Giulio. La loro importanza sta nel verificare se un provvedimento giudiziario produca effetti oppure possa essere lasciato senza seguito, come una comunicazione sgradita alla quale non rispondere.

Per questo la richiesta dei Regeni riguarda anche chi non conosce la loro storia nei dettagli. Se una famiglia deve supplire continuamente all’iniziativa delle istituzioni, la sua tenacia diventa insieme una risorsa civile e la misura di una solitudine. È ammirevole che non si arrenda. Non dovrebbe essere necessario ammirarla ogni volta per la stessa ragione.

Il governo italiano rivendica il valore del lavoro diplomatico. Antonio Tajani ha sostenuto che discrezione non significa inattività; Giorgia Meloni ha richiamato il carattere non definitivo della sentenza e l’importanza di mantenere i rapporti con il Cairo. Sono argomenti che meritano di essere valutati sui risultati. Proprio sul punto dell’esecutività, però, la legale della famiglia, Alessandra Ballerini, ha ricordato che per la provvisionale non occorre attendere la conclusione di tutti i gradi di giudizio.

La diplomazia ha certamente bisogno di riservatezza. Ma la riservatezza è uno strumento, non un risultato. Può proteggere una trattativa, favorire un contatto, rendere possibile un passo che una dichiarazione pubblica comprometterebbe. Deve però arrivare il momento in cui sia riconoscibile almeno la direzione del lavoro compiuto. Altrimenti ai cittadini viene chiesto un atto di fiducia senza scadenza, mentre alla famiglia viene domandata un’altra porzione di attesa.

Resta una domanda semplice: quali iniziative sono state assunte per sostenere le richieste dei familiari e tutelare anche il credito riconosciuto allo Stato italiano? Non occorre pubblicare ogni colloquio diplomatico per fornire una risposta politicamente responsabile.

Il rapporto con l’Egitto è importante. Proprio per questo dovrebbe poter sostenere anche una richiesta scomoda. Se ogni sollecitazione rischiasse di compromettere la relazione, bisognerebbe interrogarsi sulla qualità di quella relazione e sulla distribuzione del potere al suo interno. Un’amicizia fra Stati che funziona soltanto finché uno dei due evita certi argomenti somiglia molto a una dipendenza.

Avvenire legge l’attendismo italiano anche alla luce degli interessi energetici ed economici nel Paese. È una valutazione politica, che non autorizza a presentare come dimostrato uno scambio fra affari e silenzio. Pone tuttavia un interrogativo legittimo: quanto pesano quegli interessi nella scelta degli strumenti con cui Roma affronta il caso Regeni?

La risposta non può consistere nel contrapporre l’economia alla dignità umana, come se la seconda fosse un lusso da concedersi nei periodi di prosperità. Anche la credibilità delle istituzioni appartiene all’interesse nazionale. Anche la fiducia di un cittadino nella protezione del proprio Stato è un bene pubblico. Un Paese che chiede rispetto per i propri contratti deve saperlo chiedere per le proprie decisioni giudiziarie.

Naturalmente, una sentenza italiana non si esegue all’estero con un gesto di volontà. Esistono ostacoli giuridici, strumenti di cooperazione, problemi concreti di individuazione dei beni e delle persone. Prenderli sul serio significa affrontarli, indicare le strade praticabili, spiegare quali siano bloccate e perché. La complessità diventa un alibi quando smette di descrivere il lavoro necessario e comincia a giustificare l’immobilità.

In questa vicenda colpisce soprattutto la sproporzione del tempo. Per chi governa, tre settimane possono essere un intervallo diplomatico. Per chi aspetta da oltre dieci anni, sono altre tre settimane aggiunte a una vita spezzata. Non si possono chiedere ai familiari gli stessi tempi interiori delle cancellerie.

La famiglia Regeni ha trasformato il proprio dolore in una domanda pubblica, senza consentire che la memoria di Giulio venisse confinata nell’anniversario. Ora quella domanda torna alle istituzioni. Il tribunale ha pronunciato un primo verdetto; alla politica spetta dimostrare che il rispetto della giustizia entra davvero nei rapporti con il Cairo.

Una sentenza non restituisce un figlio. Ma uno Stato deve fare tutto ciò che gli compete perché non diventi soltanto un documento che i genitori sono costretti a portare, da soli, da una porta all’altra.