Le dichiarazioni del boss restano da provare. Ma i rapporti accertati nel processo Dell’Utri e il sostegno politico all’impero televisivo impongono una ricostruzione che distingua le responsabilità senza cancellare le domande.

C’è un modo italiano di discutere il potere che rende quasi impossibile comprenderlo: appena riaffiora una domanda, comincia la mobilitazione delle appartenenze. Da una parte si intravede immediatamente la prova definitiva di ogni sospetto; dall’altra si denuncia una persecuzione che proseguirebbe persino oltre la morte. Nel mezzo scompaiono documenti, sentenze, contraddizioni. Il clamore suscitato dalle dichiarazioni di Giuseppe Graviano su Silvio Berlusconi ripropone questa paralisi. Eppure proprio la gravità della materia — mafia, denaro, impresa, protezione politica — esigerebbe una precisione capace di resistere alle tifoserie.

Il 2 ottobre, testimoniando a Firenze nel processo contro Salvatore Baiardo, Graviano ha sostenuto che suo nonno Filippo Quartararo avrebbe investito con Berlusconi, tra il 1969 e il 1970, quattro o cinque miliardi di lire dentro un’operazione complessiva da venti miliardi. Ha evocato una scrittura privata e successivi incontri con l’imprenditore. Sono affermazioni già avanzate in passato e rimaste prive di riscontri. Graviano è un boss condannato per stragi, non un collaboratore di giustizia, e continua a negare i delitti per i quali è stato condannato.

Questo impone una vigilanza estrema sulla sua attendibilità. Un mafioso può raccontare fatti veri, mentire, mescolare ricordi e messaggi, perseguire interessi che non dichiara. Perciò ogni circostanza deve essere verificata autonomamente. La deposizione contiene inoltre esitazioni e smentite: Graviano ha negato l’esistenza della fotografia che lo avrebbe ritratto con Berlusconi e il generale Delfino, della quale Baiardo aveva parlato. Anche questo va raccontato. Chi seleziona soltanto ciò che conferma la propria tesi finisce per consegnare al boss il potere di orientare il dibattito pubblico.

Ma da questa necessaria prudenza non discende il diritto di cancellare ciò che altri processi hanno accertato. Il 9 maggio 2014 la Cassazione ha confermato la condanna definitiva di Marcello Dell’Utri a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Le motivazioni ricostruiscono la sua intermediazione nell’accordo del 1974 tra Berlusconi e vertici di Cosa nostra, la presenza di Vittorio Mangano ad Arcore e i pagamenti proseguiti sino al 1992. Si tratta di accertamenti compiuti nel processo a Dell’Utri: non equivalgono a una condanna di Berlusconi per mafia e non dimostrano gli investimenti oggi evocati da Graviano. Possiedono però un peso storico che nessuna polemica può azzerare.

È qui che la discussione dovrebbe diventare adulta. Possiamo respingere una conclusione non provata e, nello stesso tempo, riconoscere la consistenza di una relazione documentata. Possiamo esigere riscontri sui presunti capitali del nonno di Graviano senza raccontare i contatti tra quel mondo imprenditoriale e Cosa nostra come un’invenzione integrale. La precisione serve proprio a impedire che il falso trascini con sé il vero, o che il vero venga usato per far passare come certa qualsiasi ulteriore accusa.

L’intreccio tra criminalità e affari impone poi di abbandonare una geografia consolatoria: la mafia confinata al Sud, l’economia moderna innocente per definizione. Il problema riguarda i punti nei quali denaro, relazioni e interessi criminali possono incontrare opportunità economiche, disponibilità professionali, protezioni. Nessuna condanna collettiva dell’imprenditoria milanese sarebbe legittima. Ma difendere gli imprenditori onesti significa pretendere trasparenza sulle condizioni nelle quali si accumulano patrimoni e si costruiscono posizioni dominanti. Il successo economico non può diventare una certificazione retroattiva della correttezza di ogni passaggio.

Anche per questo la questione dei finanziamenti iniziali merita documenti, non leggende. Una lunga inchiesta dell’Economist, ripubblicata da Internazionale, esaminava prestiti degli azionisti, fiduciarie e operazioni societarie degli anni Settanta, ponendo domande sull’origine e sulla circolazione dei fondi. È una ricostruzione giornalistica, da distinguere dagli accertamenti giudiziari. Soprattutto, le domande su quei prestiti non autorizzano ad attribuirli automaticamente alla mafia, né a trasformarli in prestiti concessi da Craxi. Sono questioni diverse, che vanno ricostruite ciascuna con le proprie prove.

Il ruolo di Bettino Craxi emerge invece con chiarezza sul terreno politico e normativo. Nel 1984, dopo gli interventi dei magistrati sulle trasmissioni delle reti Fininvest, il suo governo intervenne con i provvedimenti rimasti nella memoria pubblica come “decreti Berlusconi”. Il decreto del 6 dicembre 1984, convertito nella legge del 4 febbraio 1985, consentì la prosecuzione dell’attività delle emittenti private nelle condizioni previste dalla disciplina transitoria. L’espansione televisiva va dunque raccontata anche attraverso le decisioni pubbliche che ne permisero il consolidamento.

Dire genericamente che Craxi “diede i permessi” rischia di oscurare la portata dell’intervento. La questione è come il potere politico contribuì a definire le condizioni entro cui un grande gruppo privato poté operare. Si può riconoscere la capacità imprenditoriale di Berlusconi e interrogare il vantaggio derivante dalla prossimità al governo. Anzi, una storia seria deve fare entrambe le cose. Il racconto dell’uomo che costruisce tutto da solo diventa ideologia quando lascia fuori le leggi, le relazioni e le decisioni istituzionali che accompagnano la sua ascesa.

Marina Berlusconi ha reagito denunciando un processo surrettizio contro il padre e Dell’Utri, contestando l’assenza di contraddittorio e negando l’esistenza di prove sui presunti incontri e capitali descritti da Graviano. È una posizione che va riportata con correttezza. La figlia ha pieno diritto di difendere la memoria del padre, tanto più davanti ad accuse che egli non può personalmente respingere. Quel diritto, però, non comporta che ogni approfondimento storico o giudiziario diventi, per definizione, un’aggressione postuma.

La morte domanda rispetto e rende ancora più impegnativo il dovere di non attribuire colpe senza prove. Non chiude la ricerca sulla storia pubblica di una persona che ha esercitato un potere economico, mediatico e politico enorme. Gli eredi custodiscono una memoria familiare; la collettività conserva un interesse legittimo a comprendere il proprio passato. Le due esigenze possono entrare in tensione, ma nessuna famiglia può essere chiamata a certificare da sola l’ultima parola sulla storia nazionale.

Per una coscienza cristiana questo punto dovrebbe essere particolarmente chiaro. La pietà verso i defunti non richiede l’agiografia dei potenti. Impone rispetto della persona e fedeltà alla verità, anche quando la verità ferisce le appartenenze. Lo stesso rispetto è dovuto alle vittime della mafia e a quanti hanno pagato con la vita il rifiuto dei suoi ricatti. La loro memoria esige che si continui a indagare sui rapporti di potere, senza fare di un criminale un oracolo e senza usare la sua criminalità come pretesto per non verificare nulla.

Il vero disastro civile sarebbe lasciare il Paese prigioniero di questa alternativa: credere a Graviano oppure rinunciare a capire. Esiste una strada più esigente, fatta di carte, riscontri, sentenze lette integralmente e responsabilità nominate con precisione. È la strada che permette di discutere dell’intreccio tra mafia, impresa e politica senza inventare una prova universale e senza cancellare quelle che già esistono.

Alla memoria di Berlusconi si deve la correttezza. Alla storia d’Italia si deve la libertà di ricerca. Alle vittime della mafia si deve una verità che non venga sacrificata né alla convenienza di un boss né alla necessità di proteggere un monumento.