La crisi del “noi”, lo scontro attorno a Naza e il passaggio di Luisa Riccardi dalla Difesa all’Aiad interrogano la democrazia: come ricostruire una coscienza collettiva capace di controllare il potere.


Il disagio di Zerocalcare nel sentirsi investito del ruolo di portavoce racconta qualcosa che supera la sinistra: la difficoltà di trasformare l’indignazione in legami duraturi. Intanto, attorno alla guerra, si organizzano campagne di comunicazione e interessi industriali. Tre vicende diverse fanno emergere una domanda comune: chi riesce ancora a dare continuità alla propria presenza nello spazio pubblico?

La frase più significativa dell’intervista di Zerocalcare al Fatto Quotidiano riguarda un’assenza. È venuto meno qualcosa del riconoscersi insieme, di quel “noi” che precedeva l’opinione individuale e le dava un luogo, un linguaggio, una responsabilità. Nel racconto del fumettista affiora la fatica di chi conserva convinzioni e appartenenze, ma avverte la distanza tra la propria esperienza e la rappresentanza che gli viene attribuita. Essere ascoltato da molti non significa poter parlare a nome di tutti. Riconoscerlo è già una forma di onestà pubblica.

Abbiamo abituato il discorso politico a cercare volti capaci di sostituire le comunità. Un autore deve rappresentare una generazione, un attore esprimere una posizione morale, un personaggio popolare riassumere una protesta. Il pubblico riconosce una voce, le affida le proprie attese, poi le chiede conto di ogni silenzio. Così la notorietà viene caricata di un compito che appartiene alla partecipazione: tenere insieme persone, esperienze e interessi differenti. Nessun talento individuale può reggere indefinitamente questa delega.

Zerocalcare individua il problema quando osserva che una piazza, senza percorsi quotidiani, rischia di consumarsi nella propria immagine. Una manifestazione può rendere visibile un’esigenza e rompere l’isolamento di chi la avverte. La sua forza dipende anche da ciò che accade dopo: un’assemblea, un’associazione, un rapporto che continua, una responsabilità assunta. L’indignazione offre l’impulso; la durata richiede lavoro. È il passaggio più difficile in un ambiente digitale che premia la reazione immediata e porta continuamente altrove la nostra attenzione.

Il successo di un’opera può aprire uno spazio diverso. Un film trattiene lo spettatore, gli impone un tempo, dispone davanti a lui voci che non può liquidare con lo scorrimento di un dito. Naza, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, raccoglie testimonianze di ex militari e funzionari dell’intelligence israeliana sulla condotta delle operazioni a Gaza. Il suo rilievo pubblico nasce anche dalle domande che queste testimonianze pongono sulle responsabilità dell’apparato militare.

A quel film si contrappone ora Naza: The Real Story. Il Jerusalem Post presenta il progetto di Roi Danino, Hagai Gutman e Ariel Averbuch come una risposta esplicita alle accuse del documentario originario, centrata sulle tattiche di Hamas e sulle difficoltà operative dell’esercito israeliano. Produrre una replica è legittimo. Ma una replica acquista valore dalla capacità di confrontarsi con le contestazioni precise, di esibire elementi verificabili e di rendere riconoscibile il proprio punto di vista. Il titolo, l’efficacia del montaggio e l’autorevolezza dichiarata degli intervistati non possono sostituire questo lavoro.

Per la stessa ragione, definire un’opera “falsa” soltanto perché sostiene una tesi opposta sarebbe una scorciatoia. Occorre verificare testimonianze, immagini e affermazioni. La critica della propaganda perde credibilità quando adotta l’indifferenza alle prove che rimprovera all’avversario. Il giornalismo deve rendere possibile questo confronto, resistendo alla tentazione di distribuire preventivamente patenti di verità secondo l’appartenenza.

Rimane una questione morale decisiva: le azioni di un’organizzazione armata non cancellano l’esistenza delle persone che abitano lo stesso territorio. Un bambino conserva interamente la propria dignità qualunque sia il potere che governa il luogo in cui è nato. La condanna dei crimini di Hamas e l’esame delle responsabilità israeliane devono poter convivere nella medesima coscienza. E combattere l’antisemitismo richiede di riconoscerlo e contrastarlo con fermezza, senza identificare ogni critica al governo israeliano con l’ostilità verso gli ebrei. Attribuire a un intero popolo le scelte di un governo è precisamente una delle confusioni da respingere.

Su un piano diverso, la nomina di Luisa Riccardi alla direzione generale dell’Aiad pone un problema di controllo pubblico. La comunicazione sul rinnovo dei vertici della federazione delle imprese dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza conferma l’incarico e richiama l’aspettativa prevista dal decreto legislativo 165 del 2001. Riccardi proviene da responsabilità di vertice nel ministero della Difesa; Giuseppe Cossiga, presidente di Mbda Italia, è stato confermato alla presidenza dell’associazione.

Questi elementi non dimostrano un illecito. Rendono però legittima una domanda sulle garanzie che presidiano il passaggio tra amministrazione pubblica e rappresentanza degli interessi industriali. Quali limiti accompagnano l’incarico? Come vengono tutelate le informazioni acquisite nel servizio pubblico? Quali cautele assicurano l’indipendenza delle decisioni? La competenza professionale di una dirigente e la trasparenza del sistema sono due esigenze che devono essere soddisfatte insieme. Proprio l’importanza del settore richiede spiegazioni accessibili anche a chi non ne frequenta gli uffici.

La rappresentanza delle imprese è un’attività legittima. L’interesse generale, tuttavia, deve conservare un’autonomia riconoscibile rispetto agli interessi delle aziende. Chi produce sistemi d’arma risponde anche a obiettivi industriali; chi decide la spesa pubblica deve valutare necessità, proporzioni, alternative e conseguenze. Una democrazia ha bisogno che questa distinzione resti visibile, soprattutto quando le decisioni impegnano risorse ingenti e orientano la sicurezza per molti anni.

Le parole di Zerocalcare, la disputa tra documentari e la nomina all’Aiad non provano l’esistenza di un’unica regia. Accostarle serve a osservare una sproporzione: la coscienza pubblica fatica a organizzare la propria continuità, mentre gli interessi strutturati dispongono di professionisti, sedi, competenze e relazioni. Il cittadino indignato può spegnere il telefono e tornare alla propria solitudine. Un’organizzazione continua a lavorare. La democrazia si indebolisce quando questa differenza diventa incolmabile.

Per questo la riflessione sull’antifascismo contenuta nell’intervista merita attenzione. La memoria deve entrare nella vita presente: nella possibilità di studiare, lavorare, dissentire, ottenere giustizia. Le commemorazioni acquistano forza quando le istituzioni che le celebrano rendono credibile la promessa della dignità. Se la libertà rimane una parola pronunciata da chi non ascolta, qualcuno potrà sfruttare quella delusione per proporre l’autoritarismo come gesto di ribellione.

La risposta riguarda anche le comunità cristiane. La fraternità esige luoghi nei quali si impari a riconoscere l’altro prima che diventi un avversario. Una parrocchia, una scuola, un’associazione possono educare a verificare una notizia, discutere senza umiliare, accompagnare una fragilità, mantenere un impegno. È un lavoro poco spettacolare, ma restituisce consistenza a quel “noi” di cui si avverte la mancanza.

Una voce cattolica deve inoltre custodire la libertà di interrogare le scelte militari senza disprezzare chi serve nelle Forze armate, chiedere trasparenza senza costruire colpe per insinuazione, difendere le vittime senza selezionarle per nazionalità. Il bene comune impone questo rigore. La pace domanda intelligenza, istituzioni e perseveranza almeno quanto la preparazione della guerra domanda mezzi.

Zerocalcare non può ricostruire da solo il soggetto collettivo di cui sente la crisi. Può offrire opere che aiutino a riconoscersi; altri possono aprire spazi nei quali quel riconoscimento diventi responsabilità. Il passo decisivo spetta a chi guarda, legge, ascolta: restare presenti anche quando finisce il film, quando la piazza si svuota e quando una nomina scompare dalle prime pagine. È in quel tempo, meno visibile, che il potere incontra oppure smette di incontrare una cittadinanza.

Una democrazia resta viva quando chi chiede pace, verità e trasparenza riesce a organizzarsi con continuità. Ricostruire il “noi” significa dare alla coscienza pubblica la forza di seguire le decisioni, oltre il tempo breve dell’indignazione.