La visita del presidente argentino, alla vigilia delle elezioni spagnole, intreccia economia e alleanze politiche. Fra conferenze, incontri con la destra e proteste per la casa, emerge una domanda: quanto coincide la promozione di un leader con l’interesse del Paese che rappresenta?

La motosega, evidentemente, viaggia bene. Attraversa l’Atlantico, entra nei saloni economici, riceve applausi nelle università e trova estimatori nei partiti europei. Come simbolo ha una qualità comunicativa indiscutibile: promette una soluzione semplice a problemi complicati. Si taglia. Più difficile è stabilire che cosa, a chi e con quali conseguenze. Ma queste domande arrivano generalmente dopo la fotografia.

Javier Milei torna in Spagna mentre il Paese si prepara alle elezioni generali del 29 novembre. È la sua terza visita dell’anno, la settima dall’inizio della presidenza. Il programma concentra gli appuntamenti principali mercoledì 21 ottobre e conferma una scelta politica: nessun incontro previsto con Pedro Sánchez, mentre figurano interlocutori della destra spagnola.

L’agenda comprende una conferenza al Nueva Economía Fórum, un incontro con Jesús Huerta de Soto e un intervento all’Università Rey Juan Carlos, legato al corso di economia della Scuola austriaca. Seguono i contatti con la Fundación Disenso, vicina a Vox, e l’incontro annunciato con Isabel Díaz Ayuso. Non è previsto un colloquio con Santiago Abascal, impegnato nella precampagna elettorale.

La sequenza racconta già molto: il mondo delle imprese, la legittimazione accademica, l’organizzazione della battaglia culturale, la relazione politica. Ogni tappa parla a un pubblico diverso e contribuisce alla costruzione dello stesso personaggio internazionale. Milei si presenta come presidente dell’Argentina e, insieme, come portavoce di una causa che vuole attraversare i confini.

Non c’è nulla di scandaloso nell’avere affinità politiche all’estero. I partiti e i movimenti le coltivano da sempre. La questione nasce quando queste affinità diventano il criterio dominante delle relazioni di un capo di Stato. Un presidente rappresenta anche i cittadini che non condividono la sua ideologia; i rapporti fra due Paesi devono poter sopravvivere ai governi che li amministrano.

Visitare ripetutamente la Spagna mantenendo il dialogo dentro un perimetro di interlocutori amici rischia invece di sovrapporre due mappe: quella degli interessi argentini e quella delle simpatie di Milei. La prima comprende imprese, lavoratori, investimenti, università, famiglie e istituzioni. La seconda è più selettiva e molto più adatta a produrre entusiasmo sui social.

In prossimità del voto, inoltre, una visita del genere acquista inevitabilmente un significato elettorale. Non occorre salire su un palco di partito per entrare nella competizione. Bastano la scelta di chi incontrare, gli elogi, le assenze. Il protocollo può assumere la funzione di un manifesto.

Milei offre ai suoi interlocutori una radicalità riconoscibile. La sua forza comunicativa consiste nel trasformare il compromesso in sospetto e la prudenza in debolezza. In un dibattito pubblico affollato di formule cautelative, questa nettezza può apparire liberatoria. Chi si sente tradito dalle promesse della politica ascolta volentieri qualcuno che annuncia di voler abbattere il sistema anziché correggerlo.

Ma governare significa anche scoprire che sotto la parola “sistema” vivono persone molto diverse. Ci sono privilegi da eliminare, rendite da intaccare, sprechi da fermare. Ci sono anche servizi indispensabili, stipendi modesti, cure, scuole e protezioni che impediscono a una difficoltà di diventare una rovina. Uno strumento capace soltanto di tagliare non contiene ancora un criterio per distinguere.

Questo vale anche per chi critica Milei. L’inflazione può impoverire con brutalità, i disavanzi possono trasferire costi sulle generazioni successive, uno Stato inefficiente può difendere clientele anziché cittadini. Non serve negare questi problemi per discutere le risposte del presidente argentino. Serve chiedere che i risultati siano misurati nella vita delle persone, oltre che nei conti pubblici e nella soddisfazione degli investitori.

Madrid offre, in questi giorni, un’immagine concreta della distanza fra le due misure. Il Real Casino Gran Círculo, sede dell’appuntamento economico, si trova vicino alla Puerta del Sol, dove prosegue una mobilitazione per il diritto alla casa. A breve distanza convivono dunque il linguaggio delle opportunità economiche e quello di chi teme di non riuscire più ad abitare la propria città.

La vicinanza non dimostra quale politica abitativa funzioni meglio. Impone però una domanda che qualsiasi dottrina dovrebbe accettare: che cosa significa libertà economica per chi lavora ma non riesce a sostenere un affitto? Un mercato può generare investimenti e, contemporaneamente, lasciare irrisolto un bisogno essenziale. Accorgersene è il punto da cui dovrebbe cominciare il governo dell’economia.

Qui una lettura ispirata alla dottrina sociale cristiana ha qualcosa di preciso da dire. L’iniziativa privata, la proprietà e la responsabilità personale hanno valore; lo hanno anche la solidarietà, la dignità del lavoro e la destinazione dei beni al bene comune. Nessuno di questi principi autorizza a considerare chi resta indietro come un semplice effetto collaterale, destinato prima o poi a essere riassorbito dalla crescita.

Anche la controversia sui viaggi presidenziali va affrontata senza scorciatoie. Una missione internazionale può essere utile e produrre benefici superiori al suo costo. Contare i voli non basta per dimostrare uno spreco. È però ragionevole chiedere quali accordi, investimenti e opportunità ne derivino per l’Argentina, e quale parte del risultato consista invece nel rafforzamento della notorietà del presidente.

Chi domanda rigore nell’impiego delle risorse pubbliche dovrebbe essere il primo a rendere verificabile questa distinzione. L’austerità acquista credibilità quando si applica anche alle attività politicamente gratificanti di chi la propone.

Il viaggio madrileno mostra infine un paradosso delle destre contemporanee: la sovranità nazionale viene celebrata attraverso reti sempre più internazionali di fondazioni, leader, conferenze e campagne comuni. Non è una contraddizione necessariamente insanabile. Diventa però evidente quando il sostegno proveniente dall’estero viene accolto come solidarietà fra patrioti se favorisce gli amici e denunciato come ingerenza se sostiene gli avversari.

Milei sa offrire a questa rete un simbolo, un linguaggio e una presenza scenica. Resta da vedere quanto tutto questo aiuti a rispondere alle domande meno spettacolari: una casa accessibile, un salario sufficiente, un’impresa che possa crescere senza privilegi, una cura disponibile quando serve.

La motosega attira gli sguardi. Il lavoro di governo comincia quando bisogna decidere che cosa costruire nello spazio lasciato dai tagli.