Alla vigilia delle elezioni americane, il dissenso con Netanyahu sui bombardamenti contro l’Iran si intreccia alle minacce di paralisi del Congresso e alla promessa di un dividendo elettorale. La deterrenza militare rischia di trasformarsi in marketing politico.

Da una parte la minaccia di nuovi bombardamenti sull’Iran, dall’altra 5.000 dollari promessi ai cittadini in caso di vittoria repubblicana. In mezzo, Donald Trump che annuncia di diventare «Mr. Veto» se i democratici conquisteranno il Congresso. La politica americana si misura con un linguaggio nel quale guerra, ricompense economiche e pressione istituzionale sembrano intrecciarsi per conquistare il consenso.

C’è qualcosa di inquietante nell’idea che la ripresa di una guerra possa essere discussa in funzione della chiusura delle urne. Secondo Axios, Benjamin Netanyahu avrebbe sollecitato Donald Trump a colpire nuovamente l’Iran subito dopo le elezioni americane del 3 novembre. La telefonata del 31 ottobre tra i due leader sarebbe stata particolarmente tesa. Trump, almeno per ora, preferirebbe concedere altro spazio ai negoziati con Teheran.

Una divergenza significativa, perché in questo caso la prudenza diplomatica del presidente americano si confronta con l’urgenza militare dell’alleato israeliano. Le preoccupazioni per la sicurezza d’Israele e per il programma nucleare iraniano sono reali, ma non cancellano l’obbligo di valutare le conseguenze di una nuova offensiva.

Il problema è che la guerra rischia di diventare anche uno strumento di comunicazione politica. Le minacce militari alimentano l’immagine della forza, mentre la possibilità di negoziare consente di presentarsi come arbitri della pace. È la sottile differenza tra una deterrenza finalizzata a prevenire il conflitto e una retorica bellica utilizzata per condizionare avversari e opinione pubblica.

Sul fronte interno, Trump ha già annunciato che, qualora i democratici conquistassero il Congresso, diventerebbe «Mr. Veto». Il veto è uno strumento costituzionale legittimo, ma prospettarne l’impiego sistematico come mezzo di pressione politica alimenta il rischio di paralisi istituzionale.

E poi arriva la caramella elettorale: 5.000 dollari a ogni cittadino americano adulto, promessi se i repubblicani manterranno il controllo delle due Camere.

Non è dimostrato che si configuri una compravendita illegale del voto. Ma rimane il problema etico di una ricompensa economica subordinata alla vittoria di un partito.

Soprattutto, chi pagherebbe?

Non Trump personalmente, né il Partito repubblicano. L’eventuale esborso graverebbe sul bilancio federale e richiederebbe risorse superiori al trilione di dollari, secondo le stime disponibili. Senza coperture adeguate, il costo ricadrebbe sulla collettività attraverso il debito e le sue conseguenze.

È legittimo domandarsi come un popolo tanto orgoglioso della propria indipendenza possa reagire a una promessa che rischia di ridurre la partecipazione democratica a un calcolo di convenienza economica. Ma sarebbe ingiusto considerare gli americani incapaci di distinguere un beneficio pubblico da una pressione elettorale.

Guerra minacciata, veto annunciato, denaro promesso: tre strumenti profondamente diversi, accomunati dal rischio di trasformare la politica in una continua prova di forza.

Una simile dinamica può essere letta come una forma di bullismo politico, quando il confronto viene sostituito dall’intimidazione e dalla promessa di ricompense.

Le conseguenze, peraltro, non rimarrebbero confinate agli Stati Uniti. Una ripresa del conflitto iraniano potrebbe compromettere la sicurezza regionale, aggravare le tensioni energetiche e pesare sull’economia mondiale.

La dottrina sociale della Chiesa ricorda che l’autorità deve servire il bene comune, non piegare le coscienze alla convenienza del potere. La pace non coincide con la minaccia permanente della guerra, così come la democrazia non si esaurisce nella distribuzione di benefici materiali.

La forza di una democrazia non si misura dalla capacità di intimidire gli avversari o di sedurre gli elettori con una promessa economica. Si riconosce nella libertà delle coscienze, nel rispetto delle istituzioni e nella responsabilità verso la pace. Quando il voto diventa una merce e la guerra uno spauracchio elettorale, a rischiare non è soltanto l’equilibrio politico americano, ma la credibilità stessa della democrazia.

In foto: fotocomposizione simbolica, non documentazione di un evento reale.