LifeSiteNews accusa Leone XIV di tradire il papato per aver votato alle elezioni americane. Il paradosso di un’apologetica che rischia di trasformare la tradizione cattolica in un’ideologia politica.

È bastata una scheda elettorale spedita a Chicago per scatenare l’indignazione di una parte del tradizionalismo cattolico americano. Leone XIV, esercitando il proprio diritto di voto alle elezioni di metà mandato, sarebbe addirittura venuto meno alla dignità del papato. L’accusa di LifeSiteNews ripropone un interrogativo ecclesiale: fino a che punto chi si proclama difensore dell’ortodossia può sostituire alla comunione con Pietro le proprie convinzioni ideologiche?

C’è qualcosa di paradossale, e persino grottesco, nel proclamarsi difensori del papato per poi accusare il Papa di aver tradito il proprio ministero. È quanto accaduto con LifeSiteNews, influente portale cattolico nordamericano, che ha presentato il voto di Leone XIV alle elezioni americane del 3 novembre come un tradimento della dignità pontificia.

Il Pontefice, cittadino statunitense, ha inviato la propria scheda elettorale a Chicago. La Sala Stampa vaticana ha ricordato che Robert Francis Prevost ha sempre considerato la partecipazione democratica un diritto e un dovere civico, esercitato anche durante gli anni trascorsi in Perù.

Nessuno conosce il contenuto del suo voto. Eppure il gesto è stato interpretato da alcuni come una scelta ostile a Donald Trump. Un’illazione che rivela quanto facilmente la militanza politica possa pretendere di impadronirsi della coscienza altrui.

Naturalmente si può discutere sull’opportunità che il successore di Pietro partecipi a una consultazione elettorale nazionale, essendo anche sovrano dello Stato della Città del Vaticano. La questione della neutralità internazionale della Santa Sede merita rispetto e approfondimento.

Ma definirla un tradimento significa ignorare che il Catechismo della Chiesa Cattolica, al numero 2240, riconosce nell’esercizio del voto una responsabilità morale dei cittadini. Il diritto canonico, pur ponendo limiti alla militanza partitica dei chierici, non vieta loro di votare.

La memoria storica suggerirebbe maggiore prudenza. Nel 1948 Pio XII richiamò con straordinaria fermezza il dovere degli italiani di partecipare alle elezioni politiche. Allora il voto veniva presentato come un obbligo di coscienza; oggi l’esercizio personale di quello stesso diritto da parte del Pontefice diventa, per alcuni, motivo di scandalo.

Il problema non è la legittima diversità delle opinioni. È la trasformazione dell’apologetica in un tribunale permanente dell’ortodossia, nel quale ogni decisione pontificia viene giudicata attraverso categorie politiche precostituite.

Anche il panorama cattolico italiano conosce questa tentazione. Ad esempio, alcune campagne mediatiche, come quelle sviluppatesi attorno al commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, hanno talvolta privilegiato la rappresentazione di una persecuzione ecclesiastica.
P. Manelli aveva di fatto sottratto il controllo delle temporalità all’istituto da lui iniziato eppure veniva difeso a spada tratta solo perché promuoveva la Messa tridentina. La successiva vicenda giudiziaria dell’Associazione Missione del Cuore Immacolato, culminata nell’annullamento definitivo della controversa modifica statutaria del 29 agosto 2013, che aveva appunto sottratto ai religiosi il controllo dell’Associazione ed eliminato il vincolo di destinazione del patrimonio residuo all’Istituto, dimostra quanto sia indispensabile confrontare le narrazioni militanti con gli atti giudiziari e i fatti documentati.

Questo non autorizza ad accomunare indiscriminatamente riviste, testate e blog tradizionalisti. Impone piuttosto una domanda di metodo: si sta cercando la verità o la conferma delle proprie convinzioni?

La storia ecclesiastica offre un precedente istruttivo. Nel 1521 Leone X conferì a Enrico VIII d’Inghilterra il titolo di Defensor fidei per la sua polemica contro Lutero. Pochi anni dopo, il sovrano avrebbe subordinato la comunione con Roma alle proprie pretese dinastiche e matrimoniali, fino alla rottura con il papato.

Naturalmente nessuno può equiparare i commentatori contemporanei al monarca inglese. Ma la vicenda conserva una lezione: proclamarsi difensori della fede non garantisce automaticamente la fedeltà ecclesiale.

L’autentica apologetica non consiste nel distribuire patenti di cattolicità, né nel confondere l’ortodossia con l’appartenenza a uno schieramento politico. Esige studio, discernimento, amore alla verità e quella virtù cristiana troppo spesso dimenticata nelle polemiche digitali: l’umiltà.

Il Papa non appartiene ai repubblicani, ai democratici o a una corrente tradizionalista. È chiamato a essere principio visibile di unità della Chiesa universale. Criticarne rispettosamente le scelte è legittimo; accusarlo di tradimento per aver esercitato un diritto civile è ben altra cosa. Ai nuovi defensores fidei gioverebbe ricordare che la tradizione non è una proprietà privata e che la fedeltà a Pietro non può essere subordinata alla fedeltà a un’ideologia.