La crisi della Corte costituzionale polacca esaspera lo scontro tra Donald Tusk e Karol Nawrocki. Mentre Varsavia si divide, i vescovi invocano preghiera, dialogo e riconciliazione nazionale. Ma alla Chiesa potrebbe essere chiesto qualcosa di più.
Mentre milioni di polacchi visitano i cimiteri per Ognissanti e la Commemorazione dei defunti, Varsavia vive una delle più gravi crisi istituzionali degli ultimi anni. Polizia davanti alla Corte costituzionale, accuse di colpo di Stato e uno scontro politico che lacera la società. I vescovi invitano alla preghiera e alla riconciliazione. Riuscirà la Chiesa, patria spirituale di san Giovanni Paolo II, a ritrovare la sua storica vocazione di mediatrice?
C’è un’immagine della Polonia che resiste al tempo e alle trasformazioni della modernità: migliaia di piccole fiamme accese sulle tombe, famiglie raccolte in preghiera, cimiteri trasformati in silenziosi giardini di luce. È la Polonia cattolica di Ognissanti, quella che non dimentica i propri morti e continua a custodire un rapporto profondo con la memoria e l’eternità.
Quest’anno, però, il raccoglimento è stato attraversato dal fragore della politica.
A Varsavia, il palazzo del Tribunale costituzionale è diventato il simbolo di una frattura istituzionale che oppone il governo europeista di Donald Tusk al presidente Karol Nawrocki, vicino all’area nazionalconservatrice del PiS.
La sospensione del presidente del Tribunale, Bogdan Święczkowski, disposta dalla giudice Anna Korwin-Piotrowska, ha provocato proteste, interventi della polizia e accuse reciproche di violazione della legalità costituzionale.
Nawrocki ha denunciato un’occupazione forzata dell’istituzione, mentre Tusk sostiene di voler ripristinare l’indipendenza della magistratura dopo anni di controversie sulle nomine dei giudici.
Il primo presidente della Corte Suprema, Zbigniew Kapiński, è arrivato a definire gli avvenimenti un possibile colpo di Stato. Un’accusa gravissima, che rimane una sua valutazione contestata e non un accertamento giudiziario.
Il conflitto, del resto, non nasce oggi. Affonda le radici nella crisi costituzionale iniziata nel 2015 e nelle successive contrapposizioni sullo Stato di diritto, sulle competenze delle istituzioni e sul rapporto con l’Unione europea.
Ma quando la politica arriva a contestare persino la legittimità delle istituzioni incaricate di custodire la Costituzione, la prima vittima rischia di diventare la fiducia dei cittadini nella democrazia.
La Chiesa polacca ha reagito con un appello alla prudenza.
Il 31 ottobre la presidenza della Conferenza episcopale, guidata dall’arcivescovo Tadeusz Wojda, ha invitato a fermare l’escalation, a cercare il dialogo e a sostenere ogni iniziativa di riconciliazione nazionale.
L’arcivescovo di Varsavia Adrian Galbas ha chiesto preghiere per la pace sociale e per la saggezza dei governanti. Il primate Wojciech Polak ha esortato le parti a ridurre le tensioni. Altri pastori, tra cui il cardinale Konrad Krajewski, hanno richiamato il popolo alla responsabilità spirituale verso la patria.
Ma può bastare pregare?
La domanda non diminuisce affatto il valore della preghiera. Al contrario, ne interroga la capacità di trasformarsi in responsabilità storica.
Negli anni di Solidarność e del tramonto del comunismo, la Chiesa polacca rappresentò uno spazio di libertà e un interlocutore capace di favorire il dialogo. La sua autorevolezza non nasceva dalla conquista del potere, ma dalla vicinanza alla coscienza del popolo.
Oggi la situazione è diversa. Dopo il 1989, il progressivo avvicinamento di parte del mondo ecclesiale a specifiche sensibilità politiche ha reso più difficile il riconoscimento della Chiesa come casa comune.
Eppure la sua missione non è terminata.
La dottrina sociale cattolica ricorda che la pace non coincide con la semplice assenza di violenza. Richiede giustizia, rispetto della legge, verità e riconoscimento della dignità dell’avversario.
La riconciliazione non significa mettere sullo stesso piano comportamenti legittimi e illegittimi, né chiedere ai cittadini di rinunciare alla ricerca della verità. Significa creare le condizioni perché i conflitti siano affrontati senza trasformare l’altro in un nemico da annientare.
La Chiesa potrebbe offrire spazi di confronto, coinvolgere i laici, le università cattoliche, le associazioni civiche e quanti, pur non condividendo la fede, riconoscono il valore del bene comune.
Non per sostituirsi alla magistratura o alle istituzioni democratiche, ma per contribuire a ricostruire quella fiducia che nessuna sentenza, da sola, può garantire.
Nei cimiteri polacchi, davanti alle tombe illuminate, scompaiono per un momento le bandiere dei partiti. Rimane la fragilità comune di ogni esistenza. Forse è proprio da quella coscienza che la Polonia dovrebbe ripartire. La Chiesa di san Giovanni Paolo II può ancora offrire una parola di riconciliazione, purché sappia appartenere a tutti senza diventare proprietà di nessuno. Perché una patria non si salva umiliando una parte del suo popolo, ma ritrovando le ragioni per continuare a vivere insieme.
