Il paradosso di una condanna definitiva e di una nuova accusa per lo stesso delitto interroga la coscienza del Paese. Perché la verità non può essere sacrificata alla necessità di avere comunque un colpevole.
C’è qualcosa di profondamente inquietante nella vicenda di Garlasco. Non soltanto l’orrore di una giovane vita spezzata, quella di Chiara Poggi, ma il sospetto che, dopo quasi vent’anni, la giustizia italiana possa trovarsi davanti alla più difficile delle domande: e se la verità giudiziaria non coincidesse con la verità dei fatti?
La Procura di Pavia ha chiesto il rinvio a giudizio di Andrea Sempio per l’omicidio del 13 agosto 2007. Un delitto per il quale Alberto Stasi è stato condannato definitivamente a sedici anni di reclusione. Adesso, mentre la difesa di Stasi prepara una nuova richiesta di revisione, due percorsi giudiziari rischiano di incrociarsi in un labirinto nel quale il diritto dovrà trovare una via d’uscita. Ansa.it+1
Il problema non è soltanto tecnico. È morale, prima ancora che processuale. Perché una sentenza definitiva è indispensabile alla certezza del diritto, ma non possiede il potere metafisico di trasformare in verità ciò che eventualmente non lo fosse. Il giudicato chiude un processo; non rende infallibile l’uomo che giudica.
Il caso Garlasco mette così a nudo una tensione antica quanto la civiltà giuridica: quella tra la stabilità delle decisioni e il dovere di correggere gli errori. Due esigenze entrambe necessarie, che diventano drammaticamente incompatibili quando una nuova ricostruzione dei fatti sembra mettere in discussione quella consacrata da una condanna definitiva.
Si prospettano scenari difficili persino da immaginare: due persone condannate per lo stesso omicidio, una condanna revocata e un’altra pronunciata, entrambe le posizioni rivalutate oppure la conferma della decisione originaria. Non sono esiti equivalenti, né necessariamente tutti possibili alle medesime condizioni giuridiche. Ma bastano a mostrare la delicatezza del momento.
Eppure, nel frastuono delle trasmissioni televisive, delle perizie trasformate in spettacolo e delle tifoserie innocentiste o colpevoliste, sembra smarrita una considerazione elementare: qui non si disputa una partita tra Stasi e Sempio. Qui si cerca giustizia per Chiara Poggi.
La vittima rischia di morire una seconda volta, questa volta nella memoria pubblica, se il suo nome diventa soltanto il titolo di un interminabile intrattenimento giudiziario.
Anche gli indagati e i condannati, tuttavia, sono persone, non personaggi di una sceneggiatura. Andrea Sempio gode della presunzione di innocenza e una richiesta di rinvio a giudizio non equivale a una condanna. Alberto Stasi resta, allo stato, destinatario di una sentenza definitiva, che può essere rimessa in discussione soltanto attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento. Nessuno dei due merita un tribunale parallelo costruito sull’audience.
La prospettiva cristiana offre qui un criterio esigente, senza pretendere di sostituirsi al diritto. La giustizia non è vendetta, non è ricerca di un capro espiatorio, non è neppure difesa ostinata del prestigio delle istituzioni. È il paziente servizio alla verità nella tutela della dignità di ogni persona.
Nella tradizione morale cristiana, il giudicare comporta una responsabilità particolarmente grave: evitare che la certezza soggettiva diventi arbitrio e che l’errore, una volta riconosciuto, venga protetto per convenienza. Il coraggio di una magistratura non consiste soltanto nel condannare quando le prove lo impongono, ma anche nel saper riconsiderare una decisione quando emergano elementi realmente capaci di modificarne il fondamento.
Naturalmente, nessuna nuova indagine dimostra automaticamente un errore giudiziario. Le prove devono essere vagliate, le consulenze sottoposte al contraddittorio, le ipotesi accusatorie verificate. Sarebbe irresponsabile sostituire a un verdetto prematuro un altro verdetto altrettanto prematuro.
Ma sarebbe altrettanto grave considerare intoccabile una ricostruzione soltanto perché divenuta definitiva.
Il giudice Luigi Riganti, al quale è stato assegnato il fascicolo relativo alla richiesta di processo per Sempio, dovrà affrontare questioni delicate, mentre l’eventuale revisione della condanna di Stasi seguirà il proprio percorso davanti ai giudici competenti di Brescia. Ansa.it+1
Due procedimenti distinti, ma un’unica domanda di fondo: che cosa accadde davvero in quella casa il 13 agosto 2007?
In questa vicenda anche il giornalismo è chiamato a un esame di coscienza. Informare non significa anticipare sentenze, selezionare perizie secondo convenienza o trasformare il dubbio in un prodotto commerciale. Significa distinguere ciò che è accertato da ciò che è contestato, ciò che è probabile da ciò che è semplicemente possibile.
Una democrazia matura non deve temere che la giustizia riconosca eventuali errori. Deve temere, piuttosto, che non sia più capace di riconoscerli. Perché la credibilità delle istituzioni non nasce dall’infallibilità, ma dalla trasparenza delle procedure e dalla disponibilità a correggere ciò che risulti ingiusto.
Resta infine una famiglia che da diciannove anni convive con un’assenza irreparabile. Nessuna revisione, nessuna condanna e nessuna assoluzione potrà restituire Chiara ai suoi genitori. Ma proprio per questo quella famiglia, come l’intera comunità civile, ha diritto a una giustizia che non confonda la conclusione di un procedimento con la rinuncia a cercare la verità.
Il paradosso di Garlasco, allora, potrebbe diventare anche un’occasione di maturità per il nostro sistema giudiziario. A condizione che nessuno pretenda di vincere una battaglia di immagine mentre si decide della libertà e della reputazione di esseri umani.
Perché una giustizia che non sa dubitare rischia di diventare potere. Ma una giustizia che sa dubitare, verificare e infine decidere secondo le prove rimane una delle più alte forme di servizio alla dignità umana.
E Chiara Poggi, prima di qualsiasi altra considerazione, merita questo: non una verità utile a qualcuno, ma una verità cercata senza paura e senza pregiudizi.
