Nel cuore dello Stato più laico d’America, Leone XIV ha costruito il suo primo discorso sul monumento ad Artigas, leggendone il fregio figura dopo figura. Ne è uscito il ritratto di un popolo in cammino che somiglia molto al popolo di Dio.
Avrebbe potuto cominciare dal Vangelo. Ha cominciato dal bronzo. Alle spalle la Torre Ejecutiva, sede della Presidenza; davanti il palco eretto di fronte all’Edificio José Artigas; al centro della piazza, alto sul suo piedistallo, il padre della patria a cavallo, con le sue spoglie custodite nel mausoleo sottostante. Dopo il saluto del presidente Yamandú Orsi, Leone XIV ha pronunciato il primo discorso del suo viaggio in Uruguay, rivolto alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico, e lo ha costruito interamente sul fregio che corre intorno al basamento del monumento.
Lo scolpì Angelo Zanelli, lo stesso artista bresciano che aveva modellato il fregio dell’Altare della Patria a Roma. Il Papa venuto da Roma ha trovato nel cuore di Montevideo un bronzo italiano, e lo ha letto come i predicatori medievali leggevano i portali delle cattedrali: figura dopo figura. San Bonaventura parlava del mondo come di un libro scritto dentro e fuori. Leone ha mostrato che si può aprire come un libro anche un monumento civile, nello Stato che da più di un secolo ha separato la Chiesa dalle sue istituzioni.
La Redota
Il fregio racconta l’Esodo del Popolo Orientale del 1811, che gli uruguaiani chiamano la Redota: nella parlata gaucha, la sconfitta. Quando Buenos Aires firmò l’armistizio con il viceré spagnolo, migliaia di orientali abbandonarono case e campi per seguire Artigas verso nord, oltre il fiume Uruguay. L’epopea fondatrice di questo paese non è una vittoria: è una ritirata condivisa. E ha conservato un nome biblico. Nel paese che ha ribattezzato con nomi laici le feste cristiane, la memoria civile più sacra si chiama ancora Esodo. Il Papa non ha avuto bisogno di sottolinearlo; gli è bastato fermarsi davanti a quella folla in marcia, così simile al popolo di Dio pellegrinante di cui parla il Concilio.
Il cavaliere e la folla
Il primo dettaglio è il più eloquente. In cima al monumento Artigas è solo, a cavallo; nel rilievo frontale, più in basso, ricompare tra i suoi uomini, uno della moltitudine. Il Papa vi ha visto la sintesi di una frase che il caudillo pronunciò nell’aprile del 1813 davanti al Congresso degli orientali: la sua autorità, disse, emanava da loro e cessava davanti alla loro presenza sovrana. Origine dell’autorità e responsabilità di chi la esercita, in una riga. Da lì Leone è passato ai quarant’anni di democrazia ininterrotta compiuti dall’Uruguay nel 2025 e alla dottrina conciliare dell’autorità come servizio al bene comune, secondo la Gaudium et spes. Il bene comune, ha aggiunto con Francesco, comprende anche le generazioni future: e qui ha reso omaggio a un paese che produce ormai la sua elettricità quasi interamente da fonti rinnovabili.
C’è qualcosa di sottilmente autobiografico in questa scelta. Il Successore di Pietro, la cui autorità non viene dal basso, sceglie come prima immagine un capo che scende da cavallo per tornare nella folla. È lo stesso movimento del logo uruguaiano, dove il Papa compare chino davanti alla Madre; è lo stesso movimento del logo argentino, dove scompare del tutto dentro il suo popolo.
La madre e il bambino
In un altro punto del fregio una donna stringe al petto un neonato mentre intorno a lei la marcia continua. Il Papa si è fermato su quel gesto per parlare della vita nascente, in un paese che invecchia e in cui nascono sempre meno bambini. Chi deve ancora nascere, ha detto, appartiene già alla famiglia umana e al futuro del suo popolo, e la sua dipendenza assoluta dalla madre non ne diminuisce la dignità. Poi una frase che un francescano rilegge con emozione: Gesù stesso ha voluto assumere questa condizione incarnandosi. Il Verbo, primo nell’intenzione di Dio, ha scelto di cominciare come il più dipendente degli esseri umani.
Ma il passaggio più sorprendente è quello successivo. Accogliere una nuova vita, ha detto Leone, chiede che il padre si impegni accanto alla madre, che la famiglia sostenga, che la società offra le condizioni per crescere i figli; e la protezione di chi deve nascere è inseparabile dal sostegno a chi lo accoglie. Nessun anatema. La legge sull’aborto non è stata nominata: è stata circondata. Giovanni Paolo II, che calcò questa terra nel 1987 e nel 1988, ha fornito la chiosa: l’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia.
I bambini e il lavoro
Più avanti, nel bronzo, alcuni bambini camminano accanto agli adulti. Fanno parte del popolo prima ancora di poter decidere o lavorare: per questo, ha detto il Papa, prendersi cura dei piccoli significa garantire loro un’educazione. E l’educazione deve aprire al lavoro, che resta in funzione dell’uomo e non viceversa, come insegnava la Laborem exercens. Leone ha applicato il criterio all’intelligenza artificiale, tema della sua prima enciclica: le nuove tecnologie devono ampliare le capacità umane, non ridurre chi lavora a un ingranaggio sacrificabile.
La vecchia col bastone
Poi una donna anziana, curva, che avanza a fatica appoggiandosi a un bastone; e intorno a un carro alcune persone che tendono le braccia, più attente ad aiutarsi che ad affrettare il passo. Anche chi aveva bisogno di sostegno, ha osservato il Papa, apparteneva a quel popolo, e la sua appartenenza non dipendeva dalla forza o dalla capacità di contribuire. Ha citato la propria enciclica, Magnifica humanitas: la dignità fondamentale di ogni persona non si conquista, non si guadagna, non ha bisogno di essere dimostrata.
Ciò che il bronzo non dice
Qui il discorso ha cambiato tono. Il bronzo, ha detto Leone, conserva i volti e i gesti, ma non dice nulla di ciò che ciascuno portava dentro. Si può vivere circondati da persone e ignorare il peso che portano. E ha pronunciato una parola che i discorsi ufficiali evitano volentieri: suicidio. In un paese che conosce questa ferita più di altri nel continente, il Papa ha chiesto che cure sanitarie, legami familiari e vicinanza della comunità camminino insieme, perché nessuno arrivi a sentirsi straniero tra i suoi, né a pensare che la propria assenza conti meno della propria presenza.
Poi ha fatto ciò che i Papi fanno di rado davanti alle autorità di uno Stato: ha parlato di sé. Di recente, ha detto, ha sperimentato in prima persona i limiti che la malattia impone, e ha ricevuto cure per le quali è profondamente grato. Ventiquattro giorni dopo il Gemelli, davanti al monumento della Redota, un Papa convalescente ha tratto dalla propria cicatrice non un motivo di commiserazione ma un argomento di giustizia: il pensiero di quanti non hanno i mezzi per una diagnosi tempestiva o per le cure necessarie. Rendere la salute accessibile a ciascuno, indipendentemente dalle sue risorse, è una responsabilità che interpella ogni società.
È qui che si trova la risposta, mai esplicita, alla legge sull’eutanasia approvata un anno fa. Il Papa non l’ha nominata. Ha detto che chi attraversa la malattia, la disabilità, il dolore, la perdita dell’autonomia non smette di essere membro pieno della società né perde nulla del valore della sua vita; ha ricordato con Benedetto XVI che la grandezza dell’umanità si misura sul rapporto con la sofferenza e con chi soffre; e ha chiesto che ogni persona possa essere accompagnata fino al termine naturale della sua vita. Due parole – termine naturale – bastano a chi vuole capire. Il resto è offerta: la Chiesa vuole collaborare con chi allevia il dolore quando è possibile e sostiene la persona quando non lo è, portando una speranza che non si spegne quando le risorse umane arrivano al loro limite.
La dama dietro il carro
Nel fregio c’è anche una donna dall’abito elegante che segue a piedi un carro, accanto a chi conduce gli animali o trasporta le proprie cose. Le differenze sociali, ha detto il Papa, fanno parte della storia uruguaiana; e proprio perché un popolo parte da situazioni diverse, il modo in cui si orienta l’economia decide le possibilità di ciascuno. Ricchezza, investimenti, iniziativa pubblica e privata sono necessari, ma i loro frutti devono raggiungere davvero tutti: contano le persone concrete, ciascuna con la sua famiglia.
Dalla pluralità sociale alla pluralità delle convinzioni il passo è stato breve, e qui il discorso ha toccato il nervo più sensibile del paese. Il carattere laico dello Stato, ha detto Leone, è chiamato a garantire uno spazio in cui credenti e non credenti convivano con libertà e rispetto; ma questa neutralità non esige che la dimensione religiosa resti confinata nel privato. Con la Dignitatis humanae ha ricordato che nessuno può essere costretto ad agire contro la propria coscienza né impedito di agire secondo essa, in privato come in pubblico. Non ha usato la parola laicismo. Non ne aveva bisogno: ha definito la laicità in modo tale che il laicismo restasse fuori dalla definizione.
Infine lo sguardo si è allargato oltre i confini. La Costituzione uruguaiana, all’articolo 6, chiede di risolvere le controversie internazionali con l’arbitrato e i mezzi pacifici e di promuovere l’integrazione dei popoli latinoamericani; Montevideo ospita la Segreteria del Mercosur. In tempi in cui le differenze diventano facilmente scontro, ha detto il Papa, perseverare nel diritto, nel negoziato e nella ricerca paziente di accordi è un servizio che l’Uruguay può continuare a offrire ai vicini. Detta a due giorni dall’attraversamento del Río de la Plata, la frase vale per l’intera regione.
Le quattro facce del piedistallo
Prima di concludere, il Papa è tornato al monumento con un’osservazione che vale come chiave dell’intero discorso, e forse dell’intero viaggio. I rilievi corrono sulle quattro facce del piedistallo, e da un solo punto se ne vede soltanto una parte. Per scoprire gli altri bisogna avvicinarsi, girare intorno, fermare lo sguardo su ciascuno. Il popolo, ha detto, appare proprio nell’insieme.
È un metodo, prima che un’immagine. Chi guarda un popolo da un solo lato vede il cavaliere; chi gli gira intorno vede la madre, i bambini, la vecchia, i malati, la dama e i carrettieri. È il metodo di un pastore che non si accontenta della vista dal palco. È, in fondo, la sinodalità tradotta in bronzo.
L’ultima pagina è stata di storia diplomatica, e non è un dettaglio. Il Papa ha ricordato che il 14 agosto 1832 Gregorio XVI nominò vicario apostolico della Repubblica il sacerdote Dámaso Antonio Larrañaga, con un atto ecclesiastico letto anche come riconoscimento implicito dell’indipendenza del nuovo Stato. Larrañaga, prete e naturalista, era stato il promotore della prima biblioteca pubblica di Montevideo. Nel paese più laico d’America, la Santa Sede riconobbe già nel 1832, di fatto, che quella nazione esisteva; e un prete ne aveva aperto la biblioteca.
Leone ha chiuso affidando l’Uruguay a Maria, a cui questo popolo si consegnò nelle ore della sua nascita: un’allusione trasparente alla Vergine dei Trentatré, davanti alla quale si inginocchierà domenica a Florida. Ma la lezione di Plaza Independencia resta un’altra. Nella piazza civile del paese che ha tolto i crocifissi dagli ospedali, il Papa non ha piantato croci né rivendicato spazi. Ha fatto il giro del piedistallo. E sotto il cavaliere solitario ha trovato, già scolpito nel bronzo, un popolo in cammino che porta in braccio i suoi bambini, sostiene i suoi vecchi e non lascia indietro chi zoppica. Il Vangelo, a Montevideo, non c’era bisogno di portarlo da fuori: bastava saperlo leggere.
